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Almeno il coraggio della verità

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Un detto insegna che “altro è parlar di morte, altro è morire”. E dovrebbe significare che la prima cosa è facile, la seconda no. E invece non è facile nemmeno la prima: infatti, pur di non parlare di morte, ci si contorce a volte fino al ridicolo. Nella pagina dei necrologi leggiamo: si è spento, è volato in cielo, è scomparso, è tornato nella casa del Padre, si è serenamente addormentato. Tenendo d’occhio quella pagina per qualche giorno, chissà quanti altri sinonimi si potrebbero trovare. Non uno che sia semplicemente morto.

La spiegazione di questi eufemismi è nella natura umana. L’uomo è l’unico animale capace di immaginare che non muoiono soltanto gli altri, muore anche lui: e dunque, soprattutto a partire da una certa età, di questo fatale esito ha una paura blu. Ma la mentalità magica non è scomparsa. Noi tutti rimaniamo abbastanza primitivi per credere che le parole possano determinare gli avvenimenti, e che dunque possiamo scongiurare quell’infausto evento non parlandone. La scienza ha fatto tanti progressi da farci credere che siamo veramente colti e civili e tuttavia neppure gli scienziati e i filosofi muoiono: anche loro vengono a mancare, non ci sono più, fruiscono di qualche eufemismo di schivata inteso a negare il fatto che siano morti.

Si può mostrare qualche comprensione nei confronti di chi, colpito da un grave lutto, non sa come esprimere il proprio dolore e il proprio affetto orbato, ma è difficile essere altrettanto tolleranti con chi si occupa di politica. Qui non si parla di un passato irrimediabile, ma di un futuro da organizzare, e purtroppo anche qui si crede alla magia delle parole.  Da un lato la gente sogna impossibili miglioramenti della propria condizione esistenziale e crede che le promesse siano un primo passo nella direzione della realizzazione. Dall’altro i politici, per avere successo, sono pronti a promettere qualunque cosa. Non costa nulla. Infatti, in condizioni normali questo incastro fra ingannati volontari e ingannatori interessati si conclude con qualche malumore durante la legislatura e un cambio di governo alle successive elezioni. Ma il gioco delle illusioni diviene delittuoso se la casa brucia. Se Annibale è alle porte, le madri non dicono ai figli di mettersi la maglia di lana, gli ingiungono di tornare vincitori o morire (“o con gli scudi, o sopra gli scudi”). Garibaldi disse ai suoi: “Vi offro fame, sete, marce forzate, battaglia e morte” e Churchill se ne ricordò, nel 1940, quando promise agli inglesi “blood, toil, tears and sweat” (sangue, fatica, lacrime e sudore). Si trattava di vincere contro la massima potenza militare europea, nel momento in cui il Paese era ancora praticamente disarmato, flotta a parte. Churchill non poteva promettere altro, dirà qualcuno. Vero. Ma avrebbe potuto mentire. E non lo fece.

A tutto questo si pensa, mentre Matteo Renzi ci ricopre di promesse per il futuro ed Enrico Letta di illusioni – se non di patenti menzogne – per il presente: fino a dire che nel 2013 il governo ha abbassato le tasse. Naturalmente nessuno vuole moraleggiare, la politica ha una sua sporca tecnica e nessuno ne è esente: ma è lecito chiedersi se ci si possa permettere di dire che Annibale in fondo vuole soltanto visitare Roma e Hitler vagheggia il trionfo della razza ariana, inglesi inclusi. Che altro bisogna aspettare, prima di dire la verità agli italiani?

L’Italia non ha affatto invertito la marcia che l’ha condotta vicino al disastro. Le spese dello Stato non diminuiscono; il debito pubblico e la disoccupazione aumentano; i negozi chiudono; i consumi calano; le imprese stentano e tutto ciò che il governo sa fare è portare l’Iva al 22%, appesantire tasse e imposte, raschiare il fondo del barile, senza riuscire a portare in porto neppure una riforma significativa quale quella del lavoro o dell’amministrazione della giustizia. Bisognerebbe invece prima spiegare agli italiani che cosa è necessario fare, e poi perché non si riesce a farlo. Proponendo infine le lacrime e il sangue necessari per salvare il Paese. Non si tratterebbe nemmeno di fare ciò che va fatto – forse nessuno ne è capace –  ma almeno di avere il coraggio di descriverlo, insieme con le conseguenze dell’inazione. E tuttavia nessuno ha questo coraggio.

Ecco la colpa di Letta. Ecco la colpa di Renzi. Ma non sono loro gli unici colpevoli. Tutti i politici sperano che un altro si intesti la conclusione tanto negativa quanto inevitabile di questa vicenda. E l’Italia intera gli tiene il sacco. Noi tutti continuiamo a sperare che un miracolo ci salvi dal disastro. Come Hitler che, nel bunker, sperava nel soccorso delle Walkirie.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

31 dicembre 2013

 

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