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6 novembre, elezioni americane di medio-termine. Ecco come si vota e perché sono importanti (di Giuseppe PALMA)

Il 6 novembre 2018 si vota negli Stati Uniti d’America per il rinnovo del Congresso, il Parlamento Usa. Si tratta delle cosiddette elezioni di Midterm (medio-termine, cioè a metà mandato presidenziale).

Il Congresso si divide in Camera dei rappresentati (435 componenti) e Senato federale (100 membri). Ogni due anni, dopo l’elezione del Presidente (metà mandato), viene rinnovata totalmente la Camera dei rappresentanti e 1/3 del Senato.

Questo particolare sistema garantisce un importante contrappeso alla figura e alle funzioni del Presidente, che raccoglie in sé sia la figura di Capo dello Stato che quella di Capo del governo.

Proprio per il particolare obiettivo di garantire un adeguato sistema di pesi e contrappesi, alle elezioni di medio-termine il Presidente perde quasi sempre la maggioranza quantomeno in una delle due camere, di solito – secondo la media di tutte le elezioni tenutesi finora – alla Camera dei rappresentanti.

Stavolta potrebbe andare diversamente. Trump, in questi due anni di presidenza, ha portato a compimento alcune delle riforme più incisive proposte nella sua campagna elettorale del 2016: drastica riduzione delle tasse, aumento dei salari e lotta all’immigrazione. Il Presidente potrebbe dunque confermare il risultato ottenuto alle elezioni legislative di due anni fa, in contemporanea con la sua elezione.

Il sistema di elezione del Congresso è abbastanza semplice e consiste nel cosiddetto maggioritario secco, a turno unico, all’inglese, secondo i meccanismi del first-pastthe-post. Il territorio nazionale è suddiviso in tanti collegi uninominali quanti sono i rappresentanti e i senatori da eleggere. Ogni Stato ha dunque un numero di rappresentanti da eleggere in proporzione alla popolazione residente. Per il Senato, invece, ciascuno Stato ha diritto di eleggere due senatori.

Da ciò rileva che eventuali sondaggi su base nazionale, cioè su base federale, non contano assolutamente nulla.

Nel sistema maggioritario secco si candida, per ciascun collegio, un solo candidato per ciascuna lista. I principali partiti sono i Repubblicani e i Democratici, ma ci sono anche liste minori. Il candidato che in ciascun collegio uninominale prende un solo voto in più degli altri, conquista il seggio. E’ sufficiente la maggioranza relativa.

Può dunque accadere che i Democratici eleggano i loro rappresentanti negli Stati in cui sono più forti (esempio California e New York) col 65-70% dei voti, mentre i Repubblicani, negli Stati in cui sono favoriti (ad esempio Arizona e Texas) col 45-48% (in tal caso i voti delle liste minori fanno la differenza).

Ciò determina il medesimo risultato in termini di assegnazione dei seggi ma un computo differente di voti a livello federale, che però non conta nulla.

Se Trump dovesse – in linea generale e seppur con qualche distinguo – confermare i risultati da egli ottenuti nel novembre 2016 negli Stati in cui vinse, il partito repubblicano prenderà meno voti rispetto ai Democratici nel computo nazionale complessivo, ma si aggiudicherà più seggi. Tanto alla Camera dei rappresentanti quanto al Senato federale.

Martedì 6 novembre, nel caso di una vittoria dei Repubblicani, Trump darà probabilmente la spallata definitiva alla globalizzazione selvaggia. E anche a qualcos’altro.

Avv. Giuseppe PALMA

 


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