La Zes unica comincia ad avere numeri che meritano attenzione. A metà 2026, secondo il Check-up Mezzogiorno realizzato da Confindustria e Srm, alle autorizzazioni rilasciate corrispondono oltre nove miliardi di euro di investimenti diretti e ricadute occupazionali stimate in circa 25mila unità. Una dimensione significativa, che dà consistenza alla scelta del governo Meloni di fare della Zona economica speciale uno degli strumenti centrali della propria politica per il Sud. Con una distinzione necessaria: i progetti autorizzati misurano una prospettiva industriale; stabilimenti operativi e assunzioni effettive ne certificheranno la realizzazione.

È su questo passaggio che si gioca adesso la credibilità dell’operazione. Ottenere un’autorizzazione significa superare un ostacolo importante. Aprire un impianto, acquistare macchinari e avviare la produzione richiede poi credito, infrastrutture, energia e personale qualificato. La buona politica industriale deve accompagnare l’intero percorso.

L’elemento più interessante del rapporto riguarda proprio la natura degli investimenti. I nuovi insediamenti rappresentano il 45% delle autorizzazioni, ma assorbono il 65% degli investimenti e il 55% delle ricadute occupazionali previste. Significa che lo strumento sta intercettando anche decisioni di localizzazione e nuova capacità produttiva. Gli ampliamenti delle attività esistenti conservano un peso rilevante, mentre resta più contenuta la presenza di comparti come aerospazio e biotecnologie.

A sottolineare il valore strategico di questo modello è lo stesso Giosy Romano, che ha guidato la trasformazione della ZES unica in uno degli strumenti centrali delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno. «Quei 1.345 titoli hanno messo a terra ben 9 miliardi di euro di investimenti diretti che, considerando l’indotto e l’indiretto, sono riconducibili a 58 miliardi di euro di nuovi investimenti nel territorio della Zona Economica Speciale», ha spiegato Romano nel corso di un incontro pubblico a Napoli lo scorso giugno, ricordando anche le prospettive occupazionali legate agli interventi autorizzati.

Ma il risultato forse più significativo riguarda il cambio di paradigma amministrativo. Non soltanto incentivi economici, dunque, ma procedure più snelle, tempi certi e un rapporto diverso tra imprese e pubblica amministrazione. Un modello che, secondo Romano, ha ormai dimostrato di poter essere esteso anche ad altre realtà territoriali. «È un grande vanto essere riusciti a porre in essere uno strumento normativo così efficace da divenire regola auspicabile per altre parti del Paese». Ed è proprio questa la sfida che si apre con l’estensione della ZES a Marche e Umbria: trasformare un’esperienza nata per colmare il divario del Mezzogiorno in un laboratorio di semplificazione e competitività capace di accompagnare una più ampia strategia nazionale di sviluppo.

Per il governo è un risultato politicamente spendibile. La scelta di unificare la regia delle precedenti Zes ha legato il sostegno fiscale alla semplificazione amministrativa. Il ragionamento è concreto: un’agevolazione diventa più efficace se l’imprenditore riesce anche a ottenere risposte in tempi compatibili con il proprio investimento.

La conferma del credito d’imposta fino al 2028 aggiunge un elemento essenziale: la possibilità di programmare. Chi deve costruire un capannone o rinnovare una linea produttiva prende impegni che durano anni. La continuità delle regole pesa sulla decisione quasi quanto il beneficio economico. La disciplina attuale sostiene acquisti di macchinari, impianti e attrezzature, oltre a determinate operazioni su terreni e immobili strumentali, nell’ambito dei progetti ammessi.

Con l’ingresso di Marche e Umbria, inoltre, la Zes assume un significato più ampio. Il tema dello sviluppo attraversa anche il Centro Italia, dove la distanza dai principali collegamenti e la debolezza di alcuni territori interni possono condizionare la competitività delle imprese. Collegare queste aree a una strategia di attrazione degli investimenti è una scelta che merita di essere coltivata.

Occorre però spiegare bene alle aziende quali opportunità siano concretamente disponibili. Nelle zone assistite di Marche e Umbria, per i progetti ai quali si applicano le relative maggiorazioni, le intensità massime arrivano al 35% per le piccole imprese, al 25% per le medie e al 15% per le grandi. Sono massimali soggetti alle condizioni della misura: l’appartenenza alla regione, da sola, non dà automaticamente diritto al credito.

Qui diventa decisivo il lavoro delle amministrazioni territoriali e delle associazioni imprenditoriali. Servono informazioni comprensibili, assistenza nella preparazione dei progetti e un raccordo con gli interventi su viabilità, logistica e formazione. Per una piccola impresa, anche conoscere per tempo un’opportunità può fare la differenza tra investire e rinviare.

Il passo successivo dovrebbe essere un monitoraggio pubblico facilmente consultabile: quanti progetti autorizzati hanno avviato i lavori, quanti sono entrati in produzione, quanta occupazione è stata effettivamente creata. Il Dipartimento per il Sud rende disponibile l’elenco delle autorizzazioni, aggiornato al 30 settembre 2026. Seguire anche le fasi successive permetterebbe di misurare meglio l’efficacia dell’intervento e correggere gli eventuali ostacoli.

I numeri finora disponibili giustificano l’attenzione sulla Zes unica. Adesso il governo ha interesse a consolidarli, rendendo sempre più riconoscibile il rapporto tra incentivo pubblico e crescita produttiva. La prova più convincente sarà un’impresa che apre, assume e continua a investire anche dopo aver utilizzato l’agevolazione.