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Wall Street, il ritorno del “Bonus Selvaggio”: i compensi dei CEO tornano ai livelli pre-crisi 2008

Wall Street rompe gli indugi: i compensi dei CEO superano la soglia dei 40 milioni di dollari, tornando ai livelli pre-crisi del 2008. Da Goldman Sachs a Citigroup, ecco i numeri di una finanza che ha smesso di tirare la cinghia.

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C’è un’aria particolare a Manhattan, un profumo che non si sentiva da tempo. Non è l’odore del caffè dei chioschi all’angolo tra Broad e Wall Street, ma quello, decisamente più inebriante per gli interessati, dei dollari freschi di stampa. Dopo anni di relativa continenza, seguita al trauma collettivo del 2008 e alle successive purghe regolamentari, i vertici delle grandi banche americane sono tornati a incassare assegni che sembrano usciti direttamente dall’epoca d’oro della finanza deregolamentata, come riporta Bloomberg.

I dati comunicati in questi giorni parlano chiaro. I CEO delle principali banche statunitensi hanno ricevuto, per l’anno fiscale 2025, compensi annui di almeno 40 milioni di dollari. Una soglia psicologica e finanziaria che supera i record del 2021 e, cosa ancor più simbolica, quelli del fatidico biennio 2006-2007, l’epoca che precedette il grande crac dei mutui subprime.

Il quadro che emerge dalle recenti comunicazioni societarie è un bollettino di guerra per chi deve gestire i costi aziendali, ma di grande giubilo per chi riceve i bonifici. Ecco le cifre esatte dei leader del settore bancario, che ben illustrano questa nuova tendenza rialzista:

  • David Solomon (Goldman Sachs): ha ricevuto il compenso più alto del gruppo, toccando i 47 milioni di dollari, con un incremento del 21% rispetto all’anno precedente.
  • Jane Fraser (Citigroup): ha visto la sua retribuzione salire del 22%, arrivando a 42 milioni di dollari. Si tratta di un chiaro segnale di fiducia da parte del consiglio di amministrazione sulle sue capacità di rilanciare l’azienda, ma questo premio avviene in un contesto di profonda e complessa ristrutturazione.
  • Brian Moynihan (Bank of America): ha chiuso l’anno con 41 milioni di dollari, segnando un solido +17%.

Questa pioggia di liquidità riflette un’annata eccezionale per il settore, con i maggiori istituti di credito del Paese che hanno registrato gli utili annuali più alti dal 2021. JPMorgan, Goldman Sachs e Bank of America hanno aumentato i fondi destinati ai bonus per i propri banchieri e trader di almeno il 10%. La torta è lievitata grazie a un mercato vivace e a una vigorosa ripresa delle attività di consulenza per fusioni e acquisizioni, ma la fetta destinata ai vertici è diventata improvvisamente enorme.

Gli analisti, come Mike Mayo di Wells Fargo, sottolineano che oggi esiste un legame molto più stretto tra retribuzione e performance. Gran parte di questi compensi è erogata in azioni, uno strumento che allinea gli interessi dei manager a quelli degli azionisti. Eppure, per chi ha memoria storica, è difficile non provare un senso di vertigine. Nel 2007, Lloyd Blankfein di Goldman Sachs percepiva 68,5 milioni di dollari, una cifra record per l’epoca, mentre Richard Fuld di Lehman Brothers ne incassava 40 milioni per poi finire in bancarotta l’anno successivo, ma senza alcuna liquidazione o bonus di uscita. Nello stesso periodo, le perdite sui mutui costrinsero i vertici di Morgan Stanley e Bear Stearns a rinunciare del tutto ai propri compensi di fine anno.

Oggi l’industria è profondamente diversa. La regolamentazione Dodd-Frank del 2010 ha imposto limiti rigorosi all’assunzione di rischio, aumentando la stabilità patrimoniale per evitare nuovi salvataggi a spese dei contribuenti. Tuttavia, l’esplosione di questi maxi-compensi solleva interrogativi importanti sulla gestione del capitale. L’aumento degli stipendi per Solomon e i suoi colleghi arriva in un momento in cui l’intero settore è sotto pressione per contenere i costi operativi, ma soprattutto mentre l’ascesa dell’intelligenza artificiale genera crescenti preoccupazioni sugli investimenti necessari in nuove tecnologie e personale specializzato.

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