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Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare

bancopopolare

 

Faccio seguito all’articolo BANKING BAD NEWS! (di Nino Galloni) che commentava il recente decreto del Governo che concede 18 mesi per superare il voto capitario (una testa un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute) e trasforma in Spa dieci istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di euro.

 

A cambiare pelle saranno le già quotate Ubi, Banco Popolare, Popolare di Milano, Popolare emilia Romagna, Banca Etruria e le due valtellinesi Credito Valtellinese e Popolare di Sondrio. Fuori dal listino restano le due big venete: Popolare di Vicenza e Veneto Banca. e la più grande popolare del Mezzogiorno: la Popolare di Bari.

 

Faccio una premessa: non è un caso che il dibattito sulle grandi popolari quotate ritorni periodicamente al centro dell’agone politico da 30 anni perché il modello della grande popolare quotata non è un fenomeno esclusivamente italiano è infatti presente in Canada, in Francia e persino in Germania. Agli ipereuropeisti piddini quindi chiedo come mai siano sempre pronti a osannare il modello tedesco mentre in questo caso l’adesione agli schemi economici teutonici non viene invocata.

 

La verità di questo repentino e improvviso cambio delle regole è che oggi c’è bisogno di dare la pistola carica in mano ai grandi manager del credito che vogliono fare due operazioni di aggregazione o annacquamento (non pensate subito a MPS e Carige maliziosi che non siete altro!) e che mai riuscirebbero nell’intento essendo le popolari difficilmente scalabili proprio per la presenza del voto capitario.

 

Quando la politica non vuole metterci la faccia per nascondere la polvere che fa? Compra un bel tappeto e ce la infila sotto. Con questo decreto il tappeto ora c’è e come al solito si prende a pretesto qualche distorsione del voto capitario, magari anche a ragione, per dare mano libera a chi vuole concentrare il credito nelle mani dei soliti noti.

 

Aggiungo che non c’è alcuna evidenza che il modello “grande banca popolare” così come sono fino ad oggi strutturate le popolari sia meno efficiente del modello “grande popolare spa” così come scaturirà nei prossimi 18 mesi a seguito delle decisioni del Consiglio dei Ministri. Che un’impresa privata funzioni o meno non dipende dal suo assetto giuridico o dalla forma societaria, ma dalla sua capacità di stare sul mercato e nel caso delle popolari sul territorio. E in nome della sempre invocata economia di mercato e della pluralità dei modelli, è giusto che ogni azienda abbia la possibilità di decidere come meglio crede, sia la forma giuridica, sia  come agire nel mercato. Questi anni di crisi ci hanno insegnato che in virtù della pluralità di azione che l’erogazione del credito non si è totalmente fermata grazie all’azione in controtendenza delle popolari e delle casse rurali. I dati degli ultimi anni dimostrano come sia in condizioni normali che in condizioni di crisi, il sistema delle Banche Popolari abbia perfomato meglio rispetto a tutte le altre forme di credito.

 

La Banca d’Italia attraverso l’analisi dei bilanci delle banche popolari e del credito cooperativo in generale, evidenzia una situazione sostanzialmente positiva rispetto alle altre forme presenti nel sistema creditizio italiano, in particolare se si guarda alla relazione tra il credito popolare e la clientela. Attingendo a questi dati Unimpresa ha evidenziato che a fronte di una contrazione di 52 miliardi per quanto concerne il resto del sistema bancario il “sistema popolari” ha erogato, nel triennio 2010–2013, 6,3 miliardi in più di credito rispetto alla media del triennio precedente,

Un dato in netta controtendenza con gli impieghi saliti sia nelle regioni settentrionali (+1,5% al Nord Ovest e +2,6% al Nord Est), sia al Centro (+11,5%) e sia al Sud (+5,6 % con punte del +13,6% in Sicilia).

 

Questa strategia delle popolari ha garantito ossigeno sia alle imprese mitigando la perdurante crisi di liquidità che alle famiglie.

 

Il giudizio su questa nuova iniziativa governativa non può che essere negativo. Appare infatti un’operazione dirigista tipica del regime sovietico segno che al di la delle operazioni di facciata il DNA dei “compagni” quello è e quello rimane. Se una o meglio due banche sono messe male che bisogno c’è di andare a sconquassare l’intero sistema del credito? Si fa come fece l’Inghilterra che nazionalizzò la Royal Bank of Scotland o altre nazioni che sono intervenute in maniera diretta e trasparente.

 

Evocare poi che la struttura societaria delle popolari non sia trasparente è semplicemente ridicolo: chi investe nelle popolari sa benissimo come funziona il voto capitario: una testa un voto; è così da sempre a differenza del governo che come in questo caso cambia durante la partita per fini molto meno nobili di quelli dichiarati. Affermare “In Italia ci sono troppi banchieri e facciamo poco credito”, come ha ribadito per l’ennesima volta Renzi è quanto di più distante dalla realtà perché come visto in precedenza, i dati dicono esattamente il contrario

Il silenzio della stampa e dei partiti (esclusi Lega e M5S) rimanda al titolo. E guai a chi parla

 

Cuccia soleva ripetere che i voti non si contano, ma si pesano e noi, parafrasandolo, diciamo: i soldi non si contano: si prestano e le popolari lo hanno sempre fatto soprattutto in questi anni di crisi. Che sia proprio questo che ha dato fastidio ai piani alti?


Alessandro Ballardin

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