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Viva l’Europa (divisa)

Ci sono moltissime ragioni per cui dovremmo essere contenti e ottimisti di fronte al furibondo scontro diplomatico tra Roma e Parigi. Una, ovviamente, riguarda gli umanissimi sentimenti di orgoglio nazionale che dovrebbero albergare in qualsiasi italiano non ancora tramutatosi – come vorrebbe l’ideologia globalista – in un apolide, precario, pendolare, sradicato, isterico consumatore di beni e servizi in un regime di “libera” concorrenza. Siamo ancora, e prima di tutto, persone; anzi, un gruppo detto popolo, con una storia, una tradizione, una lingua, dei legami territoriali e degli interessi condivisi da far valere nel contesto delle relazioni europee e mondiali. Diciamo che aver smesso di farsi calpestare, umiliare, irridere è tanta roba, dà una soddisfazione populistica mica da ridere.
 
Ma questa è la parte meno importante, per così dire, quella dove recuperiamo il piacere di sentirci coesi e decentemente rappresentati da un governo con la schiena dritta e non semplicemente divoratori di merci tutelati da una associazione di consumatori. C’è un altro aspetto, però, e qui bisogna volare decisamente alto. Le schermaglie italo-francesi sono salutari perché smascherano uno dei presupposti più ipocriti dell’intero processo di unificazione europea: l’idea, cioè, che sia possibile ricondurre ad unità, sul piano giuridico, burocratico, amministrativo, economico, fiscale, finanziario, nazioni irriducibilmente differenti da tutti i punti di vista testè menzionati oltre che sotto mille altri profili afferenti alla mentalità, al carattere, alla sensibilità e persino al costume e al folklore. L’unificazione è possibile, certo, ma solo ad un prezzo: e cioè l’asservimento dei singoli popoli e delle loro naturali e legittime aspirazioni (all’autonomia e all’autogoverno) a una centrale para-sovietica di ottusi contabili operanti in una inaccettabile dimensione di irresponsabilità, impunità e immunità. Significa che non ci sono alternative pacifiche sul piatto? Ovviamente no. Quelle alternative le abbiamo felicemente sperimentate in tutto il dopoguerra e quantomeno fino al tragico Maastricht 1992. Si chiamano cooperazione e collaborazione nel rispetto delle singole e reciproche specificità nazionali, sovrane e democratiche.
 
Nonostante il sadomasochismo europeista si sforzi di farcelo dimenticare, un’altra Europa non è solo possibile; è già esistita. Ed era un’Europa dove il benessere e la prosperità crescevano e si irradiavano anche e soprattutto tra gli strati meno favoriti della popolazione. E quella crescita e quel benessere – tenetevi forte – c’erano senza Commissioni, senza compiti per casa, senza l’idolatria dello spread, senza la psicotica compulsione per la verifica giornaliera del deficit e del debito pubblico. Il progetto attuale sappiamo tutti cosa ha prodotto. Ma forse non abbiamo ancora capito bene cosa potrà produrre: il ritorno all’aggressività bellicosa tra stati da cui scaturirono le due carneficine del secolo breve. In sintesi: l’Europa (così artificiosamente) Unita non è la soluzione, ma il problema. Non è propedeutica a un futuro di pace, ma funzionale a precipitarci nelle ore più fosche del nostro passato.
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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