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Verbali del CTS: non c’era il lockdown totale, Conte ha mentito agli italiani (di P. Becchi e G. Palma)

Habemus verbali. La Fondazione Einaudi chiede alla Presidenza del Consiglio dei ministri/Dipartimento Protezione Civile 5 verbali del Comitato tecnico-scientifico sui quali si fondano i Dpcm di Conte, emanati tra marzo e aprile. Il governo nega l’accesso e la Fondazione fa ricorso al Tar del Lazio. Il Tar dà ragione alla Fondazione e obbliga la Presidenza del Consiglio a fornire quei verbali. Il governo fa ricorso al Consiglio di Stato e questo, seppur solo in via cautelare e senza entrare nel merito, sospende la sentenza di primo grado. Bisogna attendere il 10 settembre per l’udienza di merito, ma ormai non ce n’è più bisogno.

Pochi giorni fa, infatti, con una mossa a sorpresa intelligente il Copasir (Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), chiede i verbali alla Presidenza del Consiglio. La richiesta rientra nelle funzioni di controllo del Parlamento sui servizi segreti, stante anche la singolare proroga di 4 anni della durata dell’incarico accordata da Conte agli attuali vertici dell’intelligence. Fatto sta che, di fronte alla esplicita richiesta del Copasir, sarebbe stato difficile per la Presidenza del Consiglio negare i verbali. Quindi due giorni fa Palazzo Chigi comunica la disponibilità a fornirne copia alla Fondazione Einaudi, che li pubblica ieri sul suo sito. In questo modo il Copasir potrà chiederli direttamente alla Fondazione, così il governo – quantomeno per il momento – si è tolto dall’imbarazzo di dover riferire ad un comitato parlamentare di controllo. Però dopo quello che è successo dovrà essere chiamato in parlamento a chiarire molte cose.

Leggiamoli questi verbali. Il primo, quello del 28 febbraio, cioè quando ancora Zingaretti andava a prendersi l’aperitivo sui navigli a Milano invitando tutti a non fare allarmismo, presenta le prime misure di contenimento che Conte adotterà di sana pianta il giorno successivo con Dpcm. Nulla di particolare. Tutto corretto ad una prima lettura. Il secondo verbale, quello del 1° marzo, non dice niente di che, mentre le prime contraddizioni emergono nel terzo verbale, il num. 21 del 7 marzo, alla vigilia del lockdown in tutta Italia.

In primo luogo emerge chiaramente che le misure restrittive consigliate dovevano servire principalmente a “diminuire l’impatto assistenziale sul servizio sanitario o quanto meno diluire tale impatto nel tempo”. Ciò vuol dire che Conte ci ha tenuti due mesi agli “arresti domiciliari” non tanto per l’alta letalità del virus, ma perché non avevamo – ai primi di marzo – posti letto sufficienti in terapia intensiva. E ciò dovrebbe aprire una seria riflessione sui tagli alla sanità effettuati negli anni passati dai governi di centro-sinistra in nome delle politiche di austerità imposte dalla Ue.

Il secondo elemento è davvero interessante. Sempre nel verbale del Comitato tecnico-scientifico del 7 marzo, alla vigilia del lockdown in tutta Italia (avvenuto con Dpcm dell’11 marzo), tra le misure di contenimento consigliate per l’intero territorio nazionale non è previsto il lockdown, non emerge da nessuna parte nel verbale la necessità di chiudere in casa sessanta milioni di cittadini. Anzi, il Cts, nel consigliare le misure di contenimento per le attività commerciali, non prevede da nessuna parte la chiusura ma soltanto una serie di raccomandazioni che in quella fase erano pure necessarie. Il governo – senza alcuna evidenza scientifica – quattro giorni dopo chiude tutto e limita la libertà personale di una intera popolazione, inventandosi una situazione di pericolo nazionale che non pare emergere dal documento citato. E lo fa attraverso semplici Dpcm, quindi senza alcun rispetto della riserva di legge assoluta e giurisdizionale prevista dalla Costituzione.

Nei verbali successivi il Cts chiede una maggiore gradualità nel ritorno alla normalità rispetto a quella messa in campo dal governo, ma prima che Conte ci rinchiudesse tutti in casa gli scienziati non avevano consigliato il lockdown. Questi sono i fatti, anche se nelle copie dei verbali forniti mancano le riunioni del Cts su Alzano e Nembro.

A proposito di mascherine, in questi mesi ne abbiamo sentite di tutti i colori. A parte il fatto che la Protezione civile per ben un mese ha fornito sostanzialmente un panno utile a pulire soltanto gli occhiali, il governo ci ha sempre detto che – in mancanza della mascherina – potevamo usare la sciarpa o il foulard. Il verbale del Comitato tecnico-scientifico n. 39 del 30 marzo dice però qualcosa di diverso, infatti stabilisce che “ogni altra mascherina reperibile in commercio, diversa da quelle sopra elencate (cioè diversa da quella chirurgica e da quelle dotate di particolari filtri Ffp2 e Ffp3), non è dispositivo medico né dispositivo di protezione individuale”. Figuriamoci la sciarpa o il foulard. E sempre di mascherine si occupa in parte anche l’ultimo verbale, il n. 49 del 9 aprile, in piena Fase 1, il quale prevede che la mascherina venga utilizzata “in tutte le possibili fasi laddove non sia possibile garantire il distanziamento”. Quindi è evidente che, lì dove è possibile garantire il distanziamento, la mascherina non è necessaria. E allora perché il governo ci ha obbligati a portare la mascherina all’aperto, anche lì dove non c’era alcun assembramento, addirittura fino al 1° luglio, in piena Fase 2?

Insomma, il dato di fatto saliente che emerge dai verbali del Comitato tecnico-scientifico è quello che il virus, benché andasse sconfitto con tutte le misure di contenimento necessarie, ha costituito per il governo Conte un’occasione unica di esercizio arbitrario del potere: senza l’intralcio del Parlamento e delle garanzie costituzionali, il Presidente del Consiglio ha potuto fare tutto quello che voleva. E ciò dovrebbe dar vita ad alcune riflessioni: perché il Presidente del Consiglio, nell’emanare i Dpcm limitativi della libertà personale per l’intero territorio nazionale, si richiama anche al verbale del Cts del 7 marzo, se questo non consigliava il lockdown totale, ma la sola divisione della penisola in “zone rosse” e “gialle”, con queste ultime soggette a mere misure di contenimento? E’ evidente che Conte abbia mentito sapendo di mentire, distruggendo l’economia nazionale e costringendo in casa una intera popolazione impaurita. In punto di diritto il Presidente del Consiglio avrebbe mentito in atti amministrativi facendo falso in atto pubblico, commettendo alcuni dei reati rubricati nel codice penale alla voce “delitti contro la fede pubblica”. Fermo restando che adesso dovrebbe rispondere – lui e non Salvini – di sequestro di persona, per la precisione di sessanta milioni di italiani.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma.

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Consigli letterari:

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni.

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