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LA VALIDITA’ DELLE RIFORME STRUTTURALI

 

Su Scenarieconomici.it si legge: “Il Nobel Paul Krugman ridicolizza per l’ennesima  volta la presunta cura di tutti i mali: le riforme strutturali“. La stessa ripresa della Spagna, ammesso che realmente ci sia, non dipende da esse.

Paul Krugman non è soltanto un economista e un Premio Nobel, è anche un pubblicista dalle idee chiare, che esprime con grande semplicità. Sul New York Times è stato spesso un piacere condividere le sue critiche alla conduzione della crisi europea, francamente disastrosa. E tuttavia – per ragioni non economiche ma semantiche – appare lecito porre in dubbio la validità dell’affermazione iniziale.

Nei seminari – seguendo una tradizione che risaliva alla Scolastica – un tempo si insegnava che, prima di discutere, bisogna mettersi d’accordo sul significato dei termini usati. Diversamente si rischia di accapigliarsi senza che ci si renda conto che si sta parlando di argomenti diversi. Nel nostro caso, per l’appunto, bisogna intendersi sul significato delle “riforme strutturali”. Naturalmente chiunque – Krugman incluso – ne ha un’idea: ma siamo sicuri che sia la stessa che ne hanno gli altri?

Per prima cosa bisogna stabilire che cosa sia una riforma. È certamente una modificazione, ma di quali proporzioni? Si va dal cambio della denominazione – dal Ministero dell’Educazione Nazionale al  Ministero della Pubblica Istruzione – al totale stravolgimento dell’istituzione, e perfino alla sua abolizione. Anche l’aggettivo “strutturale” può dar luogo a perplessità. Qualunque significato  gli si attribuisca – per esempio “fondamentale” – lascia irrisolta la perplessità su che cosa sia fondamentale e che cosa non lo sia. Dunque l’affermazione di Krugman, tanto risoluta quanto generica, secondo la quale le “riforme strutturali” non risolveranno niente, in tanto sarà valida in quanto si sia chiaramente precisato che cosa si intende con quell’espressione.

Ammettiamo per ipotesi che qualcuno, rifiutando le famose “riforme strutturali”, affermi che la salvezza del Paese si otterrà soltanto rendendo molto più competitiva la sua produzione industriale. Questo risultato si può ottenere svalutando massicciamente la moneta nazionale, liberalizzando totalmente i salari, abbassando brutalmente la pressione fiscale e in altri modi ancora. Ebbene, che cosa impedisce di chiamare ognuno di questi provvedimenti “riforma strutturale”?

Krugman, secondo la breve recensione di “Scenarieconomici”, contesta la validità delle riforme spagnole e scrive che “la depressione ha portato ad una graduale, dolorosa svalutazione interna che ha abbassato il costo del lavoro, rendendo la Spagna più competitiva all’interno dell’Europa”, anche se i lavoratori spagnoli ne sono stati massacrati, ed anche se la ripresa è debole e lenta. “Chi considera quanto sopra come un trionfo delle riforme strutturali, ha dei preconcetti così forti che non si prende la briga di dare un’occhiata a quel che dicono i dati”.

Le affermazioni sembrano contraddittorie. Se si ammette che, pur con tutti i suoi limiti, il provvedimento sta avendo effetti positivi, e se si ammette che la svalutazione interna ne sia la causa, un provvedimento del governo che la attua non opera forse una “riforma strutturale”?

Facciamo invece l’ipotesi che il provvedimento da adottare per salvare la Spagna, l’Italia, o qualunque altro Paese in gravissima difficoltà, debba essere un altro, e poco importa quale. Una volta che lo si sarà indicato, che cosa vieterà di chiamarlo “riforma strutturale”?

Krugman critica un alto funzionario dell’eurozona per avere invitato gli Stati a prendere esempio dalla Spagna. E certo, visto dove hanno condotto il continente, non si ha nessun interesse a difendere gli alti funzionari europei. Tuttavia è lecito chiedere: sarebbe cambiato qualcosa se invece di affermare che “sono fondamentali le riforme strutturali” quel signore avesse detto che “sono fondamentali i provvedimenti capaci di rilanciare l’economia”? Sia le “riforme strutturali” sia “i provvedimenti capaci di rilanciare l’economia” sono scatole semantiche vuote, in cui ciascuno può mettere ciò che vuole. E nessuno può negare che quei “provvedimenti”, se realmente avessero la capacità di operare il miracolo, sarebbero benedetti e da adottare immediatamente.

Allo stato della discussione il problema delle “riforme strutturali” è un non problema. Ciò che importa è sapere che cosa è necessario per fare uscire dalla stagnazione un gigante paralitico come l’Italia. Soltanto quando avremo trovato questo rimedio miracoloso,  e quando avremo visto che effettivamente funziona, ci preoccuperemo di battezzarlo in pompa magna, magari in cattedrale: ma la cosa più importante non è il nome che gli daremo.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

13 settembre 2014

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