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UTOPIA ED ENTROPIA

Quando fu creata l’Unione Europea chi la criticava veniva bollato di apostasia. Come una mistica, l’unione non aveva bisogno di dimostrazioni. Per la maggior parte degli osservatori sembrava che fosse iniziata una nuova era di progresso umano e civile e la propaganda instillò nell’opinione pubblica le parole d’ordine della nuova utopia: sviluppo, pace, stabilità, solidarietà, cooperazione, armonizzazione, protezione delle minoranze, diritti umani. Nel nirvana europeo non si sarebbe stati più alla mercé del mercato perché sarebbe stato sostituto da una rete di protezione sociale. Il potere del mercato sarebbe stato controllato da quello dei governi e regolato da una burocrazia benevola. Poi fu la volta dell’euro, la nuova moneta «esperanto». Il miracolo di associare una babele di economie, di culture e di lingue diverse, tenerle insieme e farle viaggiare alla stessa velocità sarebbe avvenuto per grazia di una banca centrale. Questa costruzione divenne un «assoluto», un’idea di perfezione, di compiutezza, avente in sé la ragione del proprio essere. La mistica la poneva fuori della Storia dove non si riscontra un solo caso di sopravvivenza di unione monetaria salvo quella degli Stati Uniti, avvenuta dopo 200 anni dalla loro formazione e una sanguinosa guerra civile. Ma la storia viene dimenticata quando si prospetta l’idea irresistibile di pasti gratis combinata con quella di una società senza rischi in cui ognuno possa fallire senza pagarne le conseguenze o facendole pagare agli altri. La propaganda dell’Europa dei Popoli fu tanto populista quanto quella rimproverata oggi ai movimenti separatisti. Risultato finale prevedibile: la bancarotta dei paesi dell’unione monetaria. Perché prevedibile? Perché in economia il dirigismo non funziona e mai funzionerà. Solo l’hubris tecnocratica lo pretende. Qualcuno ci dica come, quando e dove un’’economia o una moneta creata in laboratorio e imposta d’autorità ha mai funzionato. Nella vita economica non si possono fare esperimenti di cui la società ne sia la cavia. Le ingiunzioni dei tecnocrati non sono compatibili né con la storia né con logica economica.

Alla fine della seconda guerra mondiale Jean Monnet dichiarò: «Le nazioni europee debbono essere guidate verso la costruzione di un superstato senza che le persone si accorgano di quello che accada. Questo progetto sarà realizzato un passo dopo l’altro, mascherandolo da fine economico, ma diretto inevitabilmente e irreversibilmente verso un’unione politica». Parole che avrebbe potuto pronunciare un nazionalsocialista, non uno che è che è passato per padre della patria europea. Eccone la portata: chi vuole i fini vuole anche i mezzi. E il fine esigeva i mezzi della coazione istituzionale ed economica attraverso l’accentramento del potere politico, economico, amministrativo e monetario di un’elite non eletta.

Così i mezzi politici hanno determinato disunioni, instabilità sociale e separatismi. E’ un caso tipico della legge delle conseguenze involontarie valide, secondo il sociologo americano Robert K. Merton (The Unanticipated Consequences of Purposive Social Action) sia per scienze sociali che per quelle esatte e che si verificano quando si pianificano azioni che portano a risultati imprevisti. Forse il più imprevisto è stato il divario economico tra centro e periferia. Insomma l’utopia europea è riuscita pure a riproporre al suo interno l’endemica questione tra Nord e Sud del mondo. Robert Schuman, altro padre della patria che promuovendo nel 1951 la formazione di una comunità del carbone e dell’acciaio riuscì a riconciliare i due storici antagonisti, Francia e Germania, aveva invece compreso che per realizzare la solidarietà fra le nazioni bisogna partire dal mercato perché solo i successi in questo campo promuovono e legittimano, eventualmente, le unioni politiche che in ogni caso si realizzano rispettando le volontà popolari. Questo non è avvenuto e qualche anno dopo Maastricht si violava il patto di stabilità, la clausola di no bail out mentre la questione tra integrazione e sovranità, sempre pendente continuava a minare il progetto europeo dalle fondamenta. Poi arrivava il bail in di Cipro con il sinistro sottinteso: «il denaro che avete depositato in banca appartiene anche al sistema perché questa è l’Europa dei popoli dove si pensa e agisce in modo solidale»

La giustificazione economica dell’euro invece, discendeva dal luogo comune di dover competere contro grandi aree regionali che avrebbero stritolato paesi disuniti. Ma un’area minuscola ed isolata come il Giappone diventò la seconda potenza mondiale e lo yen valuta globale già in un mondo multipolare: la sua competitività risiedeva nella produttività, non nell’ampiezza geografica. Pensare di prosperare nella globalizzazione aggregando aree caratterizzate da politiche assistenziali era dunque risibile. Più l’area si è estesa, più ne è aumentata la fragilità rendendo inevitabili i meccanismi di salvataggio ai quali si è accompagnato il regime di controllo intrusivo e poliziesco dei tecnocrati che, esercitato quotidianamente, trasformava l’unione in teatro di conflitti, minacce, sanzioni e ricatti quotidiani verso i paesi più vulnerabili.

Pensare che in tale clima di angoscia collettiva si possa pianificare una svolta è, di nuovo, utopico. Quando un progetto politico è ormai visto come la causa del crollo degli standard collettivi di vita, è impossibile riabilitarlo. Accade come per una moneta che si deprezza: una volta che ha perso valore lo ha perso per sempre. E’ aberrante poi pensare che il progetto possa essere migliorato ingiungendo ai paesi più forti di diventare deboli per rafforzare gli altri, un’onta realizzabile solo aumentando la dose di dirigismo e di coazione economico-istituzionale che il sistema non è più in grado di sopportare. Quando un progetto non funziona bisogna abbandonarlo prima che sfugga completamente al controllo degli attori. Il problema allora non è più politico come si continua a ripetere ma di crisis management, locuzione anglosassone per riferirsi alla gestione di una emergenza prima che raggiunga il suo climax e si trasformi in catastrofe.

Interpretato alla luce della teoria dei sistemi non è difficile fare l’oroscopo alla moneta «esperanto». Come le lingue, le monete non si pianificano, sono il prodotto dell’evoluzione storica. L’euro è un sistema complesso, il più complesso mai creato in laboratorio e ogni sistema complesso evolve verso la configurazione più probabile, quella del massimo disordine che in fisica si chiama entropia. Questa tendenza è tipica dei sistemi centralizzati dove il processo decisionale agendo da meccanismo di retroazione amplifica gli effetti delle decisioni che, se sono sbagliate ricadono su tutto il sistema degradandolo. Non è più questione di leadership politica: il disordine entropico del sistema è ormai tale che ogni mossa è fatale come rivela la cronaca quotidiana dei fatti europei: non c’è singola questione che non degeneri in scontro mentre il processo economico, produttivo e monetario si è interrotto.

Sopravvivono alle catastrofi solo i sistemi decentrati. E’ la legge dell’ecologia, la teoria dei sistemi viventi: la grandezza è incompatibile con l’adattabilità. L’euro è come un dinosauro: non ha scampo. I grandi organismi sono adatti allo scopo finché il sistema rimane statico, in relativo equilibrio e senza imprevisti. Non è un caso che Il paese più stabile sia la Svizzera, sopravvissuta a tutte le catastrofi storiche. La sua essenza, il decentramento decisionale, volontario distribuendo gli errori in modo decentrato non li amplifica ma li dissipa lasciando intatto il sistema. La plurilingue Svizzera non ha avuto bisogno di una Bruxelles per essere unita e prosperare. Il suo grado entropico è minimo proprio perché il sistema non è stato «pianificato». La soluzione dell’Europa dei popoli stava proprio qui, al centro, ma la superbia tecnocratica lo ha ignorato. Sono gli organismi più grandi a scomparire e le specie più piccole ad adattarsi, riorganizzando la catena alimentare. L’Europa sarà una lezione per le generazioni future che vorranno vivere in un mondo che ospiti la vita. A quella presente non resta che impegnarsi nel crisis management per lo scioglimento consensuale dell’euro: un trauma minore di quello del suo mantenimento. Altrimenti resti in attesa del meteorite che polverizzerà il dinosauro.

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