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Utili Tesla a picco del 43% mentre Musk scommette tutto sui robot: via alle linee di Optimus a Fremont, ma a cosa serviranno davvero?

Con i profitti in caduta del 43% e il mercato dell’auto elettrica in stallo, Elon Musk converte le linee di Fremont per produrre fino a 20.000 robot Optimus a settimana entro il 2027. Ma tra problemi di affidabilità e un addestramento pratico ancora tutto da risolvere, resta il grande interrogativo su cosa faranno davvero queste macchine.

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I conti di Tesla lanciano un segnale d’allarme che non può essere ignorato: nel terzo trimestre del 2026 gli utili sono crollati del 43%, schiacciati dall’aumento dei costi e da un mercato dell’auto elettrica ormai fermo al palo. Di fronte a ricavi arrivati a 28,04 miliardi di dollari — quasi identici ai 28,09 miliardi di un anno fa — Elon Musk tenta la fuga in avanti più rischiosa della sua carriera industriale.

Tesla ricavi da vendite

Nello stabilimento californiano di Fremont, dove un tempo si assemblavano vetture elettriche, sono state ufficialmente accese le linee produttive di Optimus, il robot umanoide su cui l’azienda gioca il proprio futuro. Per la prima volta i dispositivi escono dalla fabbrica secondo standard di produzione industriale, lasciandosi alle spalle la fase dei semplici prototipi da laboratorio.

L’obiettivo annunciato agli azionisti ha del clamoroso: raggiungere il ritmo di 20.000 unità a settimana entro la fine del 2027. Facendo un rapido calcolo, si tratterebbe di circa un milione di androidi all’anno riversati nei capannoni o sul mercato.

Un milione di androidi in cerca di un mestiere

Dietro i grandi numeri, però, si nasconde una realtà tecnica molto più fragile, ammessa dallo stesso Musk durante la presentazione dei risultati trimestrali. La produzione si trova in una fase embrionale e l’aumento dei volumi sarà lento, accompagnato da inevitabili battute d’arresto mentre gli ingegneri cercano di capire come costruire umanoidi su scala industriale.

Il problema principale non è soltanto montare arti meccanici in serie, ma farli funzionare a lungo senza guasti continui. L’affidabilità resta uno scoglio enorme: per essere vendibile, Optimus deve operare in sicurezza per periodi prolungati senza richiedere costose e frequenti riparazioni.

Ancora più spinosa è la questione del software e dell’addestramento pratico. Insegnare a un robot umanoide a muoversi fuori da un ambiente rigido e predeterminato è un’impresa tutt’altro che semplice o di rapida soluzione.

In passato sono già emersi limiti pesanti nell’addestramento operativo di queste macchine, che faticano enormemente ad apprendere compiti manuali variabili in autonomia. Lo stesso vertice aziendale ha dovuto riconoscere che servirà ancora moltissimo lavoro prima che Optimus possa gestire mansioni non familiari senza incepparsi.

Sorge quindi spontanea una domanda economica elementare: cosa faranno tutti questi robot Tesla se non sanno ancora adattarsi agli imprevisti di un’officina o di un’abitazione? Il rischio concreto è quello di allestire una gigantesca catena di montaggio per riempire i piazzali di costosissimi manichini hi-tech privi di un impiego produttivo reale.

Il peso sui conti: supercomputer e fame di batterie

Per tentare di dare un cervello funzionante ai suoi automi e sostenere lo sviluppo della guida autonoma, Tesla sta bruciando cassa in infrastrutture informatiche colossali. Entro la fine del 2026 la potenza di calcolo dedicata all’addestramento raggiungerà i 400 megawatt, mentre ad Austin prosegue la costruzione del nuovo impianto i cui macchinari entreranno in funzione nel 2027.

Nel frattempo, il vero collo di bottiglia industriale resta la carenza di batterie, che frena la produzione globale di veicoli. Senza celle energetiche non si muovono né le auto né i robot, motivo per cui il gruppo sta correndo ai ripari su più fronti:

  • Berlino: potenziamento della capacità produttiva relativa ai pacchi batteria.
  • Texas: avvio della raffinazione del litio e della produzione di materiali per catodi, insieme all’aumento dei volumi delle celle 4680 destinate a Cybertruck, camion Semi e Model Y.
  • Nevada: produzione di celle al litio-ferro-fosfato (LFP), già usate per consegnare i primi sistemi di accumulo Megapack costruiti interamente con batterie proprie.

L’impatto pratico di questa transizione forzata sui bilanci aziendali emerge con chiarezza dalla sintesi dei dati trimestrali:

Ambito aziendaleDato Q3 2026 / TargetRicaduta economica e operativa
Fatturato complessivo28,04 miliardi di dollariCrescita ferma rispetto ai 28,09 miliardi del 2025
Utili trimestraliCrollo del 43% su base annuaMargini compressi dalle spese per robotica e calcolo
Linea Optimus (Fremont)20.000 unità/settimana entro fine 2027Produzione avviata, ma senza una data di vendita su scala
Infrastruttura di calcolo400 MW entro fine 2026Investimenti pesantissimi per addestrare software immaturi

Tra promesse futuristiche e dura realtà manifatturiera

Dal punto di vista dell’economia reale, la mossa di Tesla mostra tutte le contraddizioni del settore tecnologico contemporaneo. Quando il prodotto principale — l’automobile elettrica — smette di crescere e vede assottigliarsi i margini di guadagno, per tenere alto l’entusiasmo dei mercati finanziari occorre subito alzare la posta con una promessa ancora più ambiziosa. Si rincorre l’entusiamo, il FOMO, si creano nuovi sogni, obiettivi, non sempre raggiungibile.

Smantellare linee di automobili per far posto agli androidi fa sicuramente notizia a Wall Street, ma l’industria risponde a regole spietate. Finché batterie, affidabilità meccanica e addestramento pratico non procederanno di pari passo, il sogno dell’operaio bionico universale rischia di restare un formidabile, ma carissimo, esercizio di distrazione finanziaria.

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