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#Usa2020, l’Ohio non sarà decisivo. Trump si gioca tutto in Florida, Pennsylvania e Arizona (di Becchi e Palma)

Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 2 novembre 2020 (versione integrale):

Tra poche ore sapremo chi sarà il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America. Se fino a un mese fa il presidente in carica Donald Trump sembrava spacciato, negli ultimi dieci giorni ha ribaltato i pronostici. A dire il vero lo sfidante, il democratico Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, resta ampiamente in vantaggio nella sommatoria dei voti su scala federale, cioè nel computo dei voti a livello complessivo di tutti gli Stati, ma quel voto non vale nulla. L’unico risultato che davvero conta è quello dei Grandi Elettori, cioè della vittoria elettorale che ciascun candidato presidente ottiene Stato per Stato.

A ciascuno Stato corrisponde un numero di Grandi Elettori in proporzione al numero della popolazione residente. Alla California, ad esempio, spettano 55 Grandi Elettori, al Texas 38, a New York e Florida 29, a Pennsylvania e Illinois 20, all’Ohio 18 e così via. L’elettore di ciascuno Stato vota il candidato presidente punzonando il suo nome sulla scheda elettorale; a urne chiuse le schede vengono inserite in una macchinetta che conta le punzonature per ciascun candidato presidente. Nei giorni scorsi si è anche votato per posta, in America è consentito. Il candidato che ottiene anche un solo voto in più degli altri si aggiudica tutti i Grandi Elettori dello Stato. È il cosiddetto sistema “winner-takes-all, cioè chi vince di un solo voto prende tutti i Grandi Elettori dello Stato, fatta eccezione​ per Maine​ e​ Nebraska​ dove l’attribuzione del numero dei Grandi Elettori​ avviene con un sistema maggioritario temperato. Ma si tratta di ben poca cosa.

Gli Stati federati sono 50, più il District of Columbia, per un totale di 538 Grandi Elettori: vince il candidato presidente che ottiene almeno 270 Grandi Elettori.
A metà dicembre, quest’anno il 14, i Grandi Elettori – così come risultati eletti in ciascuno Stato (uomini di fiducia indicati da ciascun candidato presidente) – votano il Presidente rispettando il risultato elettorale di novembre. Lo scrutinio delle schede dei Grandi Elettori avviene al Congresso il 6 gennaio, il giuramento del nuovo presidente il 20 gennaio. Un sistema elettorale che vige da oltre duecento anni e che garantisce a ciascuno Stato federato un peso specifico nell’elezione del presidente, evitando in tal modo che gli Stati più popolosi ma meno vasti geograficamente (es. New York) risultino più importanti rispetto agli Stati meno popolosi ma più vasti nel territorio (esempio tutta la parte centrale degli Usa).

I sondaggi diffusi a tamburo battente sui giornaloni hanno lo stesso tenore di quelli di quattro anni fa, quando Hillary Clinton era data 13 punti avanti rispetto a Trump, dato per sconfitto pure nei confronti di Biden di 7-8 punti percentuali. Ma come si è visto, conta solo il voto Stato per Stato e non il computo complessivo a livello federale.
I sondaggi “per Stato” ci forniscono infatti un quadro diverso. Gli Stati-simbolo di entrambi i candidati, California per Biden e Texas per Trump, rispettivamente 55 e 38 Grandi Elettori, non sono mai stati in bilico, mentre risultano ballerini Florida, Ohio, Pennsylvania e Virginia. Fino a un mese fa vi spadroneggiava Biden, ma Trump ha concentrato qui tutta la sua campagna elettorale post-guarigione e oggi i dati lo danno in grande recupero, in alcuni casi addirittura in vantaggio. Ma a differenza delle precedenti tornate elettorali, stavolta non sarà l’Ohio lo Stato-chiave della vittoria per la Casa Bianca. Il presidente uscente rischia di perdere l’Arizona, uno degli Stati-simbolo dei repubblicani, mentre in Ohio dovrebbe farcela senza grossi problemi. Stavolta decisiva sarà invece la Florida, come nel 2000 tra G.W. Bush e Al Gore, ma per Trump occorre anche una vittoria in Virginia o in Pennsylvania, dove il presidente sta recuperando terreno. Se dunque Arizona (11) e Florida (29) andassero a Trump, il presidente potrebbe anche perdere in Ohio (18) e vincere in uno solo tra Virginia (13) e Pennsylvania (20). L’Ohio non sarà decisivo. Diversamente, una sconfitta in Florida renderebbe invece decisivi i risultati in Ohio, Arizona e uno tra Virginia e Pennsylvania.

Troviamo difficile l’ipotesi del “pareggio“, cioè che nessuno dei candidati presidenti ottenga 270 Grandi Elettori. In tal caso il nuovo presidente verrebbe eletto dalla Camera dei rappresentanti (435 membri), attualmente a maggioranza Dem ma che verrà interamente rinnovata oggi insieme all’elezione del Presidente. È successo solo nel 1824. Più preoccupanti invece le dichiarazioni di qualche giorno fa della presidente della Camera dei rappresentanti, la Dem Nancy Pelosi, che si è lasciata scappare una frase infelice con cui assicura in ogni caso la vittoria di Biden: “Qualsiasi sia il conteggio finale dei voti di martedì, sarà eletto. Il 20 gennaio si insedierà come presidente degli Stati Uniti“.

Non crediamo ai brogli elettorali, anche se non sono da escludere, ma più che altro ad un intervento del Deep state – tutto Dem – sui Grandi Elettori al momento del loro voto il 14 dicembre. Finora non è mai successo e il risultato della volontà popolare è sempre stato rispettato, ma non si sa mai. Il dato di fatto saliente è però un altro: se Trump dovesse vincere sarà per due motivi: i successi in campo economico a sostegno della classe media e il richiamo alla libertà, ad un ritorno alla normalità in questi tempi bui fatti di deliri sanitari e, soprattutto, di limitazioni delle libertà fondamentali. Qualunque sia il risultato di stanotte, chiunque vinca oltreoceano, i leader dell’opposizione in Italia avrebbero molto da imparare da Trump, soprattutto in tema di “libertà”.

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

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Consigli letterari:

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni, aprile 2020.

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