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USA: Obiettivo reattore nucleare da 500 kW sulla Luna entro il 2030. La sfida per il dominio spaziale
La NASA e l’Idaho National Laboratory studiano tre strategie per il dominio energetico nello spazio. Niente manutenzione per 10 anni: ecco la sfida impossibile.

Dagli generatori a radioisotopi ai veri reattori a fissione: la NASA e l’Idaho National Laboratory tracciano la strada per l’egemonia energetica extra-atmosferica. Tre strategie sul tavolo, dalla prudenza al “Go Big”.
Diciamocelo chiaramente: l’energia non è solo una commodity, è la discriminante tra la vita e la morte, specialmente quando ci si trova a 384.000 chilometri da casa. Se sulla Terra la mancanza di energia affidabile è un problema economico e sanitario, nello spazio è una questione di pura sopravvivenza.
È in questo contesto che gli Stati Uniti stanno accelerando, e non poco. L’obiettivo è ambizioso, quasi da fantascienza, ma terribilmente concreto: piazzare un reattore nucleare a fissione da 500 kilowatt-elettrici (kWe) sulla superficie lunare entro la fine dell’anno fiscale 2030.
Non stiamo parlando dei “vecchi” generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG) che hanno alimentato le sonde Voyager o i rover marziani, sfruttando il calore di decadimento del plutonio. Qui si parla di un salto di qualità: veri reattori a fissione, capaci di alimentare habitat umani, macchinari industriali, sistemi di comunicazione e operazioni di estrazione risorse.
La sfida tecnica: Massa, Temperature e Manutenzione
L’iniziativa, guidata dal Fission Surface Power Initiative della NASA in collaborazione con l’Idaho National Laboratory (INL), deve risolvere problemi ingegneristici che farebbero tremare i polsi a chiunque.
Come sottolinea Sebastian Corbisiero, direttore tecnico nazionale dello Space Reactor Initiative: “Le grandi differenze rispetto ai reattori terrestri sono la massa, la temperatura e la resistenza dei componenti”.
Ecco le criticità principali che gli ingegneri stanno affrontando:
- Il peso è nemico: Ogni grammo deve essere lanciato con un razzo. Il reattore deve essere leggerissimo ma indistruttibile.
- Raffreddamento: L’acqua, usata sulla Terra, richiede recipienti a pressione pesanti e spessi. Nello spazio è impraticabile. La NASA sta valutando sistemi di raffreddamento alternativi ad alta temperatura.
- Manutenzione zero: I reattori terrestri si fermano ogni 18-24 mesi per il cambio combustibile. Quelli lunari dovranno funzionare per 10 anni senza manutenzione. Niente meccanici in orbita, ma questo è possibile con i nuovi SMR.
Il rapporto strategico: Tre strade per il primato
Un recente rapporto finanziato dall’INL, intitolato “Weighing the Future: Strategic Options for US Space Nuclear Leadership”, delinea tre possibili approcci per mantenere la leadership americana, che rischia di essere insidiata se non si accelera il passo.
Abbiamo sintetizzato le tre opzioni che ha la NASA per riuscire a realizzare questo progetto nella seguente tabella:
| Strategia | Potenza | Descrizione | Pro & Contro |
| Go Big or Go Home | 100-500 kWe | Programma guidato da NASA o Dipartimento della Difesa (DoD) con supporto del Dipartimento dell’Energia. | Pro: Massimo impatto immediato, alto ROI strategico.
Contro: Richiede finanziamenti massicci e costanti e una leadership forte. |
| Chessmaster’s Gambit | < 100 kWe | Due progetti minori tramite partenariato pubblico-privato. Uno NASA (Luna), uno DoD (spazio profondo). | Pro: Riduce il rischio, coinvolge i privati nella scelta tecnologica.
Contro: Potenza inferiore, approccio più frammentato. |
| Light the Path | < 1 kWe | Sviluppo di un piccolo sistema dimostrativo a radioisotopi su cui basare la costruzione di sistemi più grandi | Pro: Crea il quadro normativo e tecnico con cautela.
Contro: Portata limitata, rischio di perdere la leadership tecnologica globale. |
Il ruolo dell’Idaho National Laboratory
L’INL si conferma il fulcro tecnico di questa operazione. Con strutture come il Transient Reactor Test Facility, il laboratorio è attrezzato per testare i combustibili per la propulsione nucleare e ospitare le nuove tecnologie. Non si tratta solo di teoria, ma di “mettere a terra” (o meglio, sulla Luna) soluzioni che resistano a radiazioni, micrometeoriti e sbalzi termici estremi.
Un investimento per le generazioni future
L’approccio è classicamente keynesiano: un forte investimento pubblico statale che apre la strada, crea infrastrutture e spinge l’innovazione tecnologica dove il privato, da solo, non oserebbe ancora avventurarsi per i troppi rischi.
Sebastian Corbisiero, nel comunicato stampa, non nasconde l’entusiasmo e la portata storica del progetto, lasciandosi andare a una considerazione personale che tocca le corde dell’orgoglio:
“Potremmo essere alla vigilia di un grande passo avanti per quanto riguarda l’energia nucleare per le applicazioni spaziali. Essere parte di uno sforzo come questo… è il massimo dell’emozione. È qualcosa che racconterai ai tuoi nipoti“.
Resta da vedere se il Congresso e la politica americana avranno la costanza di finanziare il progetto “Go Big” o se, come spesso accade, si ripiegherà su soluzioni più modeste. Ma una cosa è certa: la corsa all’energia spaziale è iniziata, e l’America non ha intenzione di arrivare seconda.








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