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Università che piace…Università necessaria, oppure disoccupazione? di Davide Amerio (Tgvallesusa.it)

 

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Il dibattito sulle facoltà utili a trovar lavoro e quelle “inutili” allo scopo, trascura i veri obiettivi della formazione nel suo complesso.

Recentemente sulle pagine del Fatto Quotidiano si è scatenata una accesa polemica allorché il vice direttore, Stefano Feltri, ha riportato e commentato i dati relativi allo studio effettuato dal Ceps (Centre European Policy Studies) in merito al rapporto tra la scelta del percorso universitario e il mercato del lavoro.

La chiave di lettura del direttore è semplice: se volete studiare cosa vi piace senza badare alle richieste del mercato del lavoro, non lamentatevi se rimarrete disoccupati o se lo stipendio che riceverete sarà inferiore a quello di laureati in altre discipline. La replica a questa affermazione è stata piuttosto vivace. Ne sono in qualche modo conseguiti due blocchi contrapposti: quello di Feltri e quello di chi ritiene che la scelta della facoltà debba essere motivata, non solo dal lavoro ma anche dal proprio interesse per le matrie e dalle proprie passioni. Sul FQ del 19 agosto è altresì stato pubblicato l’articolo di Iaria Maselli, co-autrice della relazione Ceps.

In questo “dibattito” ci sono delle premesse che non mi convincono. La logica del “mercato” ha permeato ogni ambito della nostra vita e ci siamo adattati a parlare di “mercato del lavoro” come fosse quello dell’acciaio, del petrolio o delle vacche, dimenticando che del primo fanno parte esseri umani. Il taglio del discorso di Feltri – e dell’articolo della Maselli – è prettamente economicistico. Devi studiare ciò che il mercato offre come posti di lavoro e che ti dia un apprezzabile rapporto costo-opportunità calcolato sul reddito non percepito durante il periodo degli studi.

In questo discorso  il termine “opportunità” viene limitatamente associato ai costi; non viene considerata invece la “creazione di opportunità di lavoro” anziché quella semplicemente dei “posti”. Un esempio. Anni or sono conobbi una brava ragazza che desiderava studiare biologia marina. Scoprì rapidamente che in Italia non esisteva una facoltà adatta e quindi avrebbe dovuto recarsi in America per laurearsi e – con ogni probabilità, – trovare lì un impiego.

Seguendo la logica “economicistica” il ragionamento fila: vuoi studiare una materia che qui non è richiesta? Vai all’estero, altrimenti farai la disoccupata o l’impiegata di basso livello.

Ragionando in termini di opportunità, invece, si ribalta la situazione con una semplice domanda: ma perché un paese che è bagnato 4/5 dal mare non ha una facoltà di biologia marina e non offre opportunità di lavoro in merito?

Possiamo porci la stessa domanda per altre facoltà più umanistiche che, pur essendoci, non offrono, o lo fanno in modo marginale, opportunità di impiego. Qui veniamo a identificare il grande assente di questo dibattito: la programmazione “politica” degli studi, che se deve seguire lo sviluppo delle richieste del mondo del lavoro nel tempo, dovrebbe – non meno, – agire come stimolo per la creazione di nuove opportunità a beneficio dell’economia e della ricchezza dell’intero paese.

Nelle osservazioni di Feltri non si considera che le famiglie italiane, negli ultimi 40 anni, hanno già scelto gli studi dei figli sulla base delle richieste del “mercato”. Difatti abbiamo avuto negli anni ’70 una pletora di elettronici, poi di informatici negli ’80, poi (dopo tangentopoli) di avvocati.

Se ci limitiamo a promuovere le facoltà di cui il mercato fa richiesta “oggi”, creiamo un’attesa e uno stimolo che certamente potrà soddisfare la richiesta, ma la saturerà abbastanza in fretta creando comunque dei giovani non collocati adeguatamente. Chi si iscrive oggi a una facoltà “richiesta” non è detto che trovi impiego tra 4 o 6 anni quando avrà finito il ciclo degli studi. Se desidero ridurre il tasso di disoccupazione mi devo porre domande non sul presente, ma su come sarà la domanda di specializzazioni tra 5, 10, 15, 20 anni.

Qui entra in gioco la politica. Non certo quella di ministri dell’Istruzione messi lì per soddisfare il manuale Cencelli o che cercano neutrini sotto terra. Se, per esempio, lo Stato strategicamente individuasse degli indirizzi economici per settori su cui investire in modo innovativo a medio e lungo termine (energia rinnovabile, mobilità, salvaguardia dell’ambiente e del territorio, turismo, etc etc), si aprirebbero le porte per futuri impieghi cui il mondo universitario dovrebbe adeguarsi.

Ma questo non accade. Viviamo in un perenne immobile presente senza alcuna programmazione per lo sviluppo futuro del paese. A meno che questo non coincida con interessi di parte o di qualche lobby parassita.

Alla fine lo stesso Feltri è costretto ad ammettere che se ci sono poche aziende puoi studiare la materia più richiesta, ma la possibilità di essere disoccupato rimane alta.

Un approfondimento a riguardo meriterebbe il tema della durata dell’impiego nel ciclo produttivo. Un paese con un parco limitato di aziende tende sempre di più a mettere fuori gioco chi supera i 45 anni (mentre il governo allunga i tempi dell’età pensionabile) e questo non può che creare disastri sociali e umani.

Negli anni ’80 si tenne un dibattito ozioso nel comparare la preparazione tecnica a quella umanistica. Ma la persona umana è una e la vita è fatta di abilità tecniche ma anche di conoscenza oltre queste. La preparazione umanistica è quella che rende duttile una persone e apre i suoi orizzonti mentali e lo rende cittadino libero del mondo. La formazione culturale delle persone è oggi una necessità per creare buoni tecnici ma anche buoni cittadini in una democrazia; questo indubbiamente si scontra con gli interessi della politica.

Se, come sostiene Feltri (e anche Umberto Eco) nelle scuole si dovrebbero insegnare il metodo scientifico e l’analisi argomentativa, ciò contrasta con i politicanti che preferiscono di gran lunga un popolino chiuso nella grotta di Platone a guardare le ombre piuttosto che la realtà. Viceversa la maggioranza di loro non avrebbe un futuro.

Alzando lo sguardo oltre le Alpi e l’Oceano si scopre un nuovo modo di intendere i processi di formazione attraverso i MOOC (Massive Open On Line Curse). Qui prestigiose facoltà (scientifiche e umanistiche) offrono un panorama ricco di corsi universitari, alcuni dei quali sono considerati validi nei rispettivi piani di studio. L’Italia inizia a vedere partecipi alcune importanti facoltà. Avevamo in Italia il Consorzio Nettuno che fu precursore in questo ambito. Dapprima i corsi erano liberi, poi diventarono chiusi accessibili solo a pagamento; ora anche loro si sono dedicati a realizzare un po’ di MOOC. Ma c’è un abisso con quelli esteri. I corsi del Nettuno sono gli stessi di 20 anni fa. E non è certamente colpa loro, quanto di chi non investe nella cultura e nella formazione.

Conclusione. I numeri oggettivi sono importanti ma abbiamo bisogno di letture più “politiche” dei dati economici per capire in quale direzione stiamo andando e quali sono le gravi carenze complessive del nostro sistema formativo guardando oltre una logica puramente di mercato.

Davide Amerio  (Tgvallesusa.it)

 

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