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UNA QUESTIONE NON PIU’ TRASCURABILE: IL RIPRISTINO DELLA PREVALENZA DELLE FONTI DEL DIRITTO ITALIANO SULLA NORMATIVA EUROPEA DI ROSALBA FRAGAPANE

 

 

 

 

 

 

 

Il richiamo in patria dell’ambasciatore francese da Palazzo Farnese avvenuto settimane fa non ha precedenti ed è un fatto molto grave, mai accaduto prima in Europa, e certamente è apparso a molti un nonsense diplomatico se si considera che Francia e Italia sono entrambi Stati membri dell’Unione. Ed è un fatto che ci aveva stupito non poco se si pensa che lo scorso 26 maggio 2018 proprio il Presidente francese chiamò al telefono Giuseppe Conte augurandogli buon lavoro quando ancora il professore-avvocato non era ancora stato nominato ufficialmente e il Governo non aveva neppure giurato, e per questo sorprendendo non poco il Quirinale per quest’ entrata a gamba tesa in un momento istituzionale così particolare. Purtroppo però dopo neanche un mese, scoppiato il caso della ong Aquarius, dai rappresentanti del medesimo governo francese ci venne detto che eravamo “vomitevoli” e lebbrosi populisti. Non ci addentreremo in questa sede a commentare la questione ma certo è che, in tema di diplomazia internazionale, forse più che almeno studiarsi il grande Winston Churchill si dovrebbe consultare Freud o se si preferisce … Lacan.

La situazione è anche questa alla vigilia delle elezioni europee.

La difficile trattativa del nostro Governo con la Commissione Europea sulla Legge di Bilancio svoltasi lo scorso dicembre, la complessa questione migratoria e il peso sull’Italia, la vicenda Fincantieri, Tim, la vicenda del risarcimento ai truffati delle banche sulla quale l’Europa potrebbe bacchettarci, e tanti altri temi come ancora quello dell’ eccessivo surplus commerciale nelle partite correnti estere della Germania sono solo alcuni degli esempi che rendono urgente il ristabilire un equilibrio fra il nostro diritto interno e le regole comunitarie perché questo si riverbera continuamente su ogni azione, su ogni volontà, su ogni esigenza dei cittadini e delle istituzioni che per essi svolgono il ruolo di governo e di tutela. Lo stesso ministro Tria, durante la sua lectio magistralis tenutasi pochi giorni fa all’Università di Tor Vergata, ha sottolineato come alcune regole economiche e anche in tema di pareggio di bilancio accettate anche dall’Italia sono state un errore.

Se vogliamo qualche esempio concreto prendiamo proprio quello del surplus commerciale della Germania: facendo parte di questa Unione ci ritroviamo ad operare in un mercato senza barriere e se viene a mancare un equilibrio commerciale alcuni paesi finiscono per soggiacere ad altri mentre altri ne traggono vantaggio. E’ un meccanismo imprescindibile che John M. Keynes stesso aveva spiegato alla celebre conferenza di Bretton Woods del 1944, chiarendo che quando si verifica questo squilibrio è necessario ripristinare subito l’equilibrio commerciale anche arrivando a sanzionare non solo gli Stati in deficit ma anche quelli in surplus. Questo concetto keynesiano è presente, stranamente e incredibilmente diremo noi, persino nei trattati europei di stampo neoliberista ai quali gli stati membri sono vincolati, peccato però che la Germania faccia sul punto orecchie da mercante e peccato che nessuno si azzardi a farlo notare nelle sedi opportune, tantomeno il nostro governo. Ma se in Germania per anni si è spessissimo sforato quel famoso parametro del 3%, oltre al loro debito basso, lo si è potuto fare anche perché la loro Costituzione glielo permette (come vedremo più avanti). Tante sono purtroppo le differenze nell’Unione alla vigilia delle Elezioni. Ma questo vulnus costituzionale andrebbe riparato subito, anche prima delle elezioni continentali. In questa Europa si respira un’ aria pesante, inutile negarlo. Il trattato di Aquisgrana, che per alcuni è solamente “una sorta di patto due camere e cucina,” per altri potrebbe invece aver decretato il de profundis dell’Europa stessa, perché in realtà Francia e Germania si sono messi d’accordo per siglare una loro egemonia (vedremo se accadrà) e non una egemonia globale europea. D’ altro canto ci si chiede perché siglarlo così alla chetichella senza far partecipare anche altri paesi?

Allora in questo gioco di luci e ombre la domanda che si impone è: sono gli altri che sanno pensare ottimamente ai loro interessi o siamo noi che non siamo in grado di farci i nostri? Entrambe le cose purtroppo. Sembra che l’Italia, un paese meraviglioso, arrivi sempre in ritardo, venga sorpreso da qualche fregatura qua e là, salvo poi lamentarsi e dare le colpe agli altri. Ma quando si comincia a dare le colpe all’altro allora …. si è già perdenti.

Le “Regole” della nostra carta costituzionale sono le basi del nostro Stato democratico, ma purtroppo in due tempi, prima nel 2001 e poi nel 2012, alcune di esse sono state modificate dai governi di allora al punto che ci ritroviamo con le mani legate e per certi versi sottomessi a vincoli iniqui. Il male quindi ce lo siamo fatto da soli. Per questo è necessario far tornare la Costituzione Italiana prevalente sui Trattati, una questione dirimente oggi più che mai per le tante voci che sia da destra che da sinistra negli anni recenti hanno gridato evidentemente in modo trasversale allo scempio per aver svenduto i nostri principi costituzionali.

La nostra Costituzione del 1948 non faceva riferimento all’Europa perché allora l’Europa di oggi non esisteva. L’Italia, che era uscita perdente dal conflitto mondiale, ripartiva ponendo le sue basi costituzionali con grandezza e dignità davanti al consesso mondiale, stabilendo in particolare nell’art. 11 “ L’Italia consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra Nazioni.” I padri costituenti sancivano con le due parole sovranità e parità quello che doveva essere il criterio di reciprocità con le altre Nazioni, un criterio che fu utile e necessario già l’anno successivo a siglare l’entrata del nostro paese nella Nato, proprio nel 1949, dove una cessione di sovranità venne fatta sì, ma in funzione anti comunista in contrasto al Patto di Varsavia. Il dettato costituzionale qualche anno dopo, nel 1951, ci tornò utile ancora per entrare nella Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) anche perché il grande comparto dell’acciaio con Italsider/Ilva avrebbe avuto negli anni a seguire un enorme sviluppo sia per la nostra celebre industria automobilistica, sia per la costruzione di strade, autostrade e ferrovie fino a divenire il polo siderurgico più grande del continente e uno dei più grandi del mondo.

La Costituzione Italiana del 1948 saldava i principi del rapporto fra il nostro paese e gli stati esteri con un dettato semplice, diretto e inequivocabile. Così negli anni successivi quando vennero siglati i Trattati di Roma nel 1957, l’Italia entrò a farne parte al pari degli altri stati europei e quando venne istituito il MEC (Mercato europeo comune) deciso proprio durante i Trattati di Roma, l’Italia entrò a farne parte subito con Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. Il MEC doveva darsi un periodo di 10 anni, così fu deciso, per agevolare gli scambi e lo sviluppo all’interno dell’area europea, con lo scopo di valutarne gli effetti alla fine di quel periodo.

Ma quegli anni non furono solo anni di ricostruzione e di sviluppo per l’ area europea, ma furono anche anni difficili determinati dalla “guerra fredda” che portò alla costruzione del Muro di Berlino nell’estate del 1961, certificando per un lungo periodo e cioè fino al 1989 (data del suo abbattimento) la divisione del mondo tra ovest ed est, tra occidente e blocco sovietico.

A soli 4 anni dalla caduta del Muro e la conseguente Riunificazione della Germania, venne firmato il Trattato di Maastricht nel 1993 che costituì il vero punto di non ritorno per i popoli europei: tutto ciò che era stato per quasi 50 anni dalla cessazione della seconda guerra mondiale alla caduta del Muro non sarebbe stato più. La fine della guerra fredda segnava l’inizio di una nuova era che ci ha portato fino ai giorni nostri.

La nostra “illuminata” Costituzione italiana aveva retto benissimo fino a qui, dimostrando la sua grandezza. Fino al 2001 quando si vollero apportare le prime pesanti modifiche.

Il governo di centro sinistra con Amato, pressato dalla spinta federalista di Bossi, e a caccia di un più ampio consenso nel paese, in procinto delle elezioni politiche (che poi comunque e nonostante tutto vennero perse dalla sinistra) decise di apportare un ammodernamento, una notevole modifica ad alcuni articoli della Costituzione contenuti nel Titolo V stabilendo una nuova ripartizione tra competenze dello stato e delle regioni e prevedendo materie concorrenti tra le due. La riforma non ottenne la maggioranza dei due terzi in Parlamento e venne sottoposta a referendum confermativo, il primo nella storia della Repubblica: vinsero i sì con il 64,2% e la riforma divenne Legge. Purtroppo però, infilato di nascosto tra le righe della riforma al titolo V, si celava un “killer assassino” nel primo comma nell’ art. 117 Cost. It. si introdusse per la prima volta il vincolo all’ordinamento comunitario, cosicché quando una legge nazionale si ponga in contrasto con una legge europea deve essere disapplicata o non applicata in favore della norma comunitaria. L’ art. 117 1°c. fu così modificato infatti recita : “LA POTESTA’ LEGISLATIVA E’ ESERCITATA DALLO STATO E DALLE REGIONI NEL RISPETTO DELLA COSTITUZIONE NONCHE’ DAI VINCOLI COMUNITARI E DAGLI OBBLIGHI INTERNAZIONALI”. Ebbene nessuno degli altri stati europei ha mai pensato di introdurre modifiche come queste nelle loro Costituzioni e soprattutto nessuno in Europa ha mai chiesto o obbligato l’Italia a farlo. Nella Costituzione Tedesca, dopo Maastricht, vige il meccanismo di controllo di compatibilità delle leggi dell’Unione con quelle tedesche (così enuncia il paragrafo 23), infatti è previsto un “filtro” per cui è impossibile importare i provvedimenti europei senza passare da questo criterio di compatibilità con principi di sovranità e di democrazia della Costituzione Tedesca, posti in evidenza e mai eliminati.

Noi invece abbiamo deciso in modo opposto, facendo del principio dell’importazione automatica dei materiali giuridici europei nel nostro ordinamento il punto cardine nel rapporto con l’Unione.

Ma andiamo avanti: l’altro atto di modifica , che alcuni non a torto hanno ritenuto uno dei più vergognosi della storia della Repubblica, risale al 2012 e fu l’introduzione in Costituzione del vincolo del pareggio di Bilancio. Tutto accade in un periodo brevissimo, per mano del governo Monti, che lo approvò in men che non si dica, senza troppa pubblicità, senza dibattiti pubblici, senza troppa discussione. Cos’è il pareggio di bilancio? E’ un obbligo dello Stato di pareggiare le entrate e le uscite ogni anno. Dopo l’introduzione del Fiscal Compact Europeo che venne siglato dagli Stati europei nel marzo 2012, il Governo Monti si affrettò (in 2 mesi circa) ad apportare una modifica costituzionale dell’art. 81 Cost. It. dove appunto si introduceva l’obbligo di pareggio di bilancio ovvero il divieto di operare in deficit oltre lo 0,5% del PIL e si riconosceva come “un totem”( diremo noi!) l’obbligo del rapporto DEBITO/PIL al 60 %. La norma si è rivelata politicamente suicida per qualsiasi governo, perché se da una parte ha certificato una cessione di sovranità all’Unione Europea (che non ce lo aveva chiesto in questi termini), dall’altra è andata contro il modello economico della Costituzione Italiana di stampo keynesiano che nella mente dei padri costituenti voleva allontanarsi dalle modalità dei vecchi stati liberali del 19° secolo. Negli Usa nel 2010 Obama stesso cassò di netto l’ipotesi, dopo un’accesa discussione ampliata da un “manifesto” di quattro Premi Nobel come Kenneth Arrow, Peter Diamond, Erik Maskin, Robert Solow. Gli Usa si dissero contrari perché il pareggio di bilancio avrebbe avuto effetti pericolosi in caso di recessione. E sicuramente fu la goccia che fece traboccare il vaso ai Britannici, che si rifiutarono di accettare modifiche simili e che, anche per questo, decisero di uscire dalla UE.

Oggi questo attuale governo che gode di un ampio numeri parlamentari dovrebbe con urgenza mettere mano al ripristino di un equilibrio costituzionale con le norme europee forse anche prima della prossima manovra in autunno. Se è probabile che gli assetti parlamentari europei cambieranno dopo le elezioni, non è detto che ciò avvenga in modo repentino, non è detto che tutti gli stati siano d’accordo: per modificare le regole occorrerà comunque mettere mano ai Trattati e per fare ciò ci vorranno anni. E’ necessario essere più realisti del re e mettere in sicurezza i nostri equilibri e il nostro futuro. Come abbiamo visto nel caso del governo Monti, un governo se vuole ci impiega un tempo ristrettissimo a fare una legge. Inoltre va sottolineato il fatto che le proposte di modifica (semplici) ci sono già, vanno discusse e articolate e anche se provengono da fazioni politiche contrastanti, segno della trasversalità, andrebbero prese in esame.

Così si veda quella di Coordinamento per la Democrazia Costituzionale che ha presentato una Legge di Iniziativa popolare, già depositata in Cassazione, dopo una raccolta di firme nel giugno 2018:

http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/

Più avanti nell’iter quella di Fratelli d’Italia, che aveva presentato alla Camera una proposta di modifica Costituzionale (n. 298 Camera/ marzo 2018) di cui è già cominciato l’iter di discussione in Commissione Affari Costituzionali nel ottobre 2018: http://www.camera.it/leg18/29?tipoAttivita=attivita&tipoVisAtt=&shadow_deputato=302103&lettera=&idLegislatura=18&tipoPersona=

 


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