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Ucraina, il conto dell’Italia: quanto abbiamo impegnato e quanto rischiamo

Qual è il peso degli aiuti all’Ucraina, diretto e indiretto, sulle tasche degli italiani. Quello che pochi vi dicono

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Il punto non è soltanto quanto abbiamo già speso per l’Ucraina. Il punto è quanto abbiamo promesso, quanto rischiamo ancora di pagare e chi intenda finalmente spiegare agli italiani dove finisca questo impegno. La solidarietà non può diventare una cambiale senza scadenza. E quando la cambiale è firmata a Bruxelles, il conto non scompare: arriva anche a Roma.

Partiamo dalle cifre documentabili, senza confondere denaro versato, materiali ceduti, prestiti e garanzie. La Farnesina attesta oltre 3,2 miliardi di euro di assistenza civile bilaterale italiana dall’inizio della guerra. A questa si aggiungono le forniture militari, il cui valore complessivo non è ricostruibile con identica certezza da dati pubblici disaggregati. Il documento di lavoro che abbiamo esaminato le valuta in oltre 3 miliardi: arriviamo pertanto a oltre 6,2 miliardi di aiuti bilaterali indicativi, non tutti assimilabili a esborsi di cassa.

Poi c’è la partecipazione italiana agli aiuti gestiti dall’Unione: sovvenzioni, assistenza macrofinanziaria, garanzie e prestiti. Il Consiglio UE registra 117,3 miliardi di sostegno mobilitato attraverso il bilancio europeo. Ma attenzione ai conti: questa cifra comprende già 19,8 miliardi erogati nell’ambito del prestito europeo da 90 miliardi. Del prestito restano 70,2 miliardi da erogare; sommando il sostegno mobilitato e quel residuo si ottiene un ordine di grandezza indicativo di 187,5 miliardi, Sia il Governo a pubblicare finalmente il prospetto completo, distinguendo quote effettive, impegni, rischi e coperture imputabili all’Italia.

Arriviamo ai 90 miliardi di euro per il 2026 e il 2027. Questi non sono una richiesta, ma un prestito europeo già deliberato, dei quali — come detto — 19,8 miliardi risultano già compresi nei 117,3 miliardi di sostegno mobilitato e 70,2 miliardi costituiscono il residuo. Lo schema è noto: la Commissione raccoglie fondi emettendo titoli sul mercato. Il finanziamento è sostenuto dal margine di garanzia del bilancio dell’Unione, il cosiddetto headroom.

Chi garantisce davvero questi titoli? La struttura è europea, ma la capacità del bilancio UE poggia, in ultima istanza, sulle risorse che gli Stati membri si impegnano a mettere a disposizione. Per questo la differenza tra debito europeo e costo nazionale non è una differenza tra pagare e non pagare: è una differenza tra modalità e tempi con cui il rischio può ricadere sui contribuenti.

Ecco il nodo che Bruxelles preferisce lasciare sullo sfondo. Il rimborso ucraino del prestito è collegato formalmente alle riparazioni di guerra dovute dalla Russia. Ma chi può seriamente costruire una programmazione finanziaria sulla presunzione che Mosca versi spontaneamente, in tempi ragionevoli, somme sufficienti? La prospettiva delle riparazioni non può essere esibita come se fosse una garanzia liquida e immediatamente esigibile. La scelta responsabile è mettere in conto fin d’ora lo scenario in cui quei rimborsi non arrivino, e dire chi si farà carico del rischio.

Se l’Ucraina non rimborsa, i titoli europei non si dissolvono: gli investitori devono comunque essere pagati. Gli interessi hanno già un costo per il bilancio UE; sul capitale grava un rischio che non si può nascondere dietro una formula contabile. Dobbiamo valutare un aspetto molto serio: abbiamo assunto, attraverso il bilancio europeo, un’esposizione che può diventare un onere per i contribuenti. È dovere del Governo quantificarla e illustrarne le coperture.

Tre Paesi — Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia — si sono sottratti alle conseguenze finanziarie della garanzia di questo prestito. Il perimetro è quindi quello di 24 Stati, non di 27. E questo significa che la quota relativa degli Stati partecipanti, Italia inclusa, è più alta rispetto a una ripartizione estesa a tutti. Assumendo il 13% come parametro illustrativo, parliamo di 11,7 miliardi di esposizione teorica sul capitale dei 90 miliardi: non un versamento già dovuto, ma un ordine di grandezza che nessun Governo può liquidare con una scrollata di spalle.

E attenzione: questi 11,7 miliardi sono soltanto una simulazione riferita al capitale. Non comprendono il costo degli interessi, che si aggiunge e che oggi non possiamo quantificare con certezza sull’intera durata dell’operazione. Nessuno può garantire oggi quali saranno quei tassi, quante volte si renderà necessario rifinanziare e quale sarà il costo cumulato. Non è quindi soltanto una questione di capitale: è un impegno finanziario potenzialmente pluriennale, il cui conto finale dipenderà anche dai mercati. Proprio per questo chiediamo al Governo una stima trasparente degli interessi, delle scadenze e degli scenari di rifinanziamento, non soltanto una percentuale applicata ai 90 miliardi.

E mentre i 90 miliardi sono già stati deliberati, Zelensky ha avanzato una richiesta di ulteriori 70 miliardi per il 2027. La Commissione ha spiegato che la stima tiene già conto dei 45 miliardi previsti per il 2027 nel prestito da 90. Proprio perché la richiesta non è stata deliberata, questo è il momento di fissare condizioni, limiti e responsabilità: non dopo aver assunto altri impegni.

Se domani l’Unione decidesse di finanziare integralmente anche quei 70 miliardi con uno schema analogo e se la quota italiana fosse il 13%, si profilerebbero altri 9,1 miliardi di esposizione teorica. Non li aggiungiamo oggi al debito deliberato: li mettiamo sul tavolo come misura del rischio politico che si sta discutendo. Davanti a cifre di questa portata, non basta rispondere che «si vedrà». Serve una scelta esplicita e motivata.

Ed ecco la domanda che rivolgiamo direttamente al Governo italiano: dov’è il quadro pluriennale delle coperture? In quali documenti di bilancio sono ricostruiti, in modo unitario e comprensibile, la nostra quota di garanzia, gli interessi, gli eventuali oneri sul capitale e le conseguenze dei nuovi impegni? La Commissione europea ha previsto nel progetto di bilancio 2027 una voce per il servizio del debito: dunque non sosteniamo che manchi qualsiasi contabilizzazione a Bruxelles. Sosteniamo che agli italiani deve essere presentato un conto nazionale completo, con cifre, scadenze, ipotesi di rischio e fonti di copertura. Se esiste, il Governo lo renda pubblico. Se non esiste, lo predisponga.

Sono domande che ci poniamo noi, ma soprattutto che si pongono gli italiani. Gli stessi italiani che ogni giorno fanno i conti con una bolletta da pagare, quando fanno rifornimento, con lo scontrino del supermercato e con il prezzo dei beni alimentari essenziali. A loro si chiede, giustamente, di rispettare ogni scadenza e di trovare copertura per ogni spesa. È quindi doveroso pretendere la stessa disciplina da chi assume impegni finanziari in nome dell’Europa. Non possiamo avere rigore contabile per le famiglie e vaghezza contabile per le grandi decisioni politiche.

Ma c’è un secondo conto, che nessuna tabella sui prestiti può esaurire: quello delle bollette, dell’inflazione e della competitività. Non è una valutazione di parte. Nella comunicazione COM(2024) 101 la stessa Commissione riconosce che le interruzioni delle forniture di gas russo hanno inciso sui prezzi e sulla loro volatilità, sull’inflazione, sul potere d’acquisto e sulla competitività industriale. La Corte dei conti europea, nella relazione speciale 09/2024, registra un dato eloquente: 339 euro per megawattora nell’agosto 2022, contro 51 euro nell’agosto 2021. La crisi dei prezzi era già cominciata prima dell’invasione, ma le successive interruzioni delle forniture hanno aggravato un mercato già teso. Il TTF è un prezzo di mercato, non una cifra indifferente ai volumi disponibili: togliere offerta può far salire il prezzo per tutti.

Sul greggio il quadro richiede una distinzione ulteriore. Il divieto europeo di importazione marittima del petrolio russo e il tetto al prezzo del G7 hanno inciso sui flussi commerciali, sui costi logistici e sul differenziale tra greggio russo Urals e Brent. La Banca centrale europea, nel Bollettino economico 2/2023, documenta che, già fra febbraio e novembre 2022, le esportazioni marittime russe verso l’UE erano scese di circa il 70%, con un forte riorientamento verso Cina e India, mentre i volumi marittimi russi complessivi erano rimasti sostanzialmente stabili.

Ricordate la domanda di Mario Draghi: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”. A distanza di quattro anni e mezzo, la domanda che dobbiamo porci è un’altra: quanto è costato agli italiani spegnere quel condizionatore? E soprattutto chi ha misurato il costo complessivo di quella scelta, non solo nelle bollette ma anche nei margini delle imprese, nei consumi compressi, nella produzione industriale e nella perdita di potere d’acquisto?

Pretendiamo da Bruxelles e dal Governo italiano un conto leggibile, voce per voce: aiuti bilaterali, sovvenzioni europee, prestiti erogati, garanzie, interessi, rischi sul capitale e nuove richieste ancora da deliberare. E pretendiamo soprattutto una risposta politica: dove si vuole arrivare, quale iniziativa negoziale concreta si intende promuovere e quale limite di sostenibilità è stato stabilito?

L’Italia ha ospedali, infrastrutture, famiglie e imprese che attendono risposte. Ogni euro di rischio pubblico merita la stessa severità di valutazione, sia che venga impegnato a Roma sia che venga impegnato a Bruxelles. Non possiamo accettare che il rigore di bilancio valga per le esigenze degli italiani e diventi improvvisamente elastico quando il debito è emesso dall’Unione.

E non è finita. Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, ha annunciato l’ipotesi di un nuovo bando SAFE da 21 miliardi, ricavati da risorse non utilizzate del programma, per progetti congiunti con l’Ucraina, compreso il sistema antibalistico Freyja. Non sono 21 miliardi nuovi già erogati a Kiev, né vanno sommati automaticamente ai totali precedenti: SAFE finanzia prestiti e investimenti nella difesa degli Stati partecipanti. Ma anche questa prospettiva impone una domanda precisa: quale quota, quali obblighi e quali rischi ricadranno sull’Italia?

La conclusione è netta: serve rispetto per i contribuenti. Chi decide oggi deve spiegare chi pagherà domani. Il bilancio europeo non è un bancomat senza proprietario: dietro quel bilancio ci sono gli Stati, ci sono le famiglie, ci sono le imprese. E ci siamo anche noi italiani.

Antonio Maria Rinaldi

Fonti istituzionali e note di verifica

I collegamenti istituzionali seguenti sono hyperlink attivi. I calcoli al 13% sono scenari, non quote ufficiali certificate; i 117,3 miliardi comprendono 19,8 miliardi del prestito da 90 miliardi. La richiesta di 70 miliardi e l’ipotesi SAFE da 21 miliardi non sono nuovi esborsi UE già deliberati.

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