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Tutti sul carro di Trump di Marcello Bussi.

 

Il neo-presidente preferisce l’industria tradizionale a quella hi-tech. Con Wall Street, all’inizio ostile, è scoppiato l’idillio. E la Silicon Valley è già scesa a più miti consigli. Così l’America è pronta a ripartire.

Alla fine, obtorto collo, la Silicon Valley se ne è andata a Canossa, ovvero alla Trump Tower di New York. I rapporti fra l’industria hi-tech americana e il presidente eletto Donald Trump sono riassunti in questi numeri: dai dipendenti delle prime dieci società hi-tech la campagna elettorale del candidato repubblicano ha ricevuto finanziamenti per soli 179.400 dollari da 982 donatori, mentre alla Clinton sono andati 4,4 milioni da oltre 20.400 donatori. I boss della Silicon Valley all’inizio avevano subito schifato l’immobiliarista newyorchese. Jeff Bezos, patron di Amazon, ha fatto del Washington Post, da lui acquistato nel 2013 per 250 milioni di dollari, uno dei quotidiani più anti-trumpiani (lo è anche adesso). L’unico a schierarsi a favore del presidente eletto è stato Peter Thiel, co-fondatore (insieme a Elon Musk, poi creatore della Tesla, anche lui presente alla Trump Tower) di PayPal e membro del cda di Facebook, non a caso seduto a fianco di Trump nell’incontro a New York. Sono molti i punti di scontro fra la Silicon Valley e Trump. Prima di tutto l’immigrazione: l’industria hi-tech, alla continua caccia di talenti da tutto il mondo, ha già mal sopportato le limitazioni stabilite per la guerra al terrorismo, figuriamoci i muri evocati dal presidente eletto.

Poi ci sono i rapporti con la Cina, mercato fondamentale sia per la produzione sia per il consumo, che Trump vuole invece punire con i dazi. Alcune prese di posizione del presidente eletto hanno fatto venire l’orticaria alla Silicon Valley: dall’appello ai suoi elettori di boicottare Apple perché si è rifiutata di aiutare l’Fbi ad accedere ai dati di un iPhone appartenuto a uno dei killer della strage di San Bernardino in California («Ma chi si credono di essere? Devono collaborare») alla richiesta di spostare la produzione negli Stati Uniti.

Quest’ultimo è il nodo fondamentale. Nei suoi comizi, che continuano anche adesso (cosa mai vista prima), Trump non si stanca di ripetere che lui rappresenta i sovranisti contro i globalisti. Una contrapposizione esplicitata in uno dei più famosi spot della sua campagna elettorale, in cui Trump metteva in guardia da «una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra working class, privato il nostro Paese della sua ricchezza e messo quel denaro nelle tasche di un manipolo di grandi corporation ed entità politiche». Parole accompagnate dalle immagine di Lloyd Blankfein, ceo di Goldman Sachs, del finanziere George Soros e dalla presidentessa della Federal Reserve Janet Yellen. In sostanza, il presidente eletto vuole ridare forza agli Stati Uniti. E per farlo è necessario rimpatriare parte della produzione industriale che invece da almeno trent’anni viene delocalizzata, minando le economie di Stati come la Pennsylvania, l’Ohio, il Michigan, proprio quelli che hanno dato la vittoria a Trump. Stati debilitati dalla deindustrializzazione e dalla disoccupazione.

C’è da dire che l’industria hi-tech sta cominciando a capire l’antifona, visto che la ceo di Ibm, Ginni Rometty, ha promesso 25.000 assunzioni negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni assieme a investimenti per 1 miliardo di dollari. Il presidente eletto non ha mai nascosto di preferire l’industria tradizionale, alla quale appartiene essendo un immobiliarista (uno dei suoi primi e principali sostenitori è un collega californiano, quel Tom Barrack che per alcuni anni è stato proprietario della Costa Smeralda e di cui nella pagina accanto è pubblicata l’intervista concessa a Cnbc), alle magie di Silicon Valley e di Wall Street. L’ostilità di quest’ultima è stata presto superata con l’inatteso rialzo partito il giorno dopo la sua elezione, che ha spinto ai massimi di tutti i tempi il Dow Jones (ormai a un soffio da quota 20.000 punti), il Nasdaq e lo S&P 500 e con la nomina del coo di Goldman Sachs, Gary Cohn, a direttore del National Economic Council. Anche il segretario al Tesoro Steven Mnuchin viene da Goldman, ma l’ha lasciata nel lontano 2002 per diventare banchiere in prima persona e poi produttore cinematografico. Altro pezzo grosso di Wall Street è Wilbur Ross, nominato segretario al Commercio con l’obiettivo di rinegoziare il trattato di libero scambio Nafta e di alzare barriere contro i prodotti cinesi.
Trump si è circondato di militari, inserendoli in ruoli chiave dell’amministrazione, a partire dal segretario alla Difesa, il generale dei marines in pensione James Mattis, detto «Cane pazzo». Ma il presidente eletto ha fatto scalpore nei giorni scorsi con questo tweet: «Il programma e i costi per l’F-35 sono fuori controllo. Miliardi di dollari possono e saranno risparmiati nel campo delle spese militari (e non solo) dopo il 20 gennaio», giorno del suo insediamento alla presidenza degli Stati Uniti. Parole che hanno subito fatto precipitare il titolo Lockheed Martin, il gruppo che produce il cacciabombardiere. Trump non è un pacifista, ma il suo è un segnale chiaro: i colossi dell’industria, perfino quella militare, non possono fare tutto quello che vogliono, devono rendere conto dei loro risultati.

Trump ha fatto suo lo slogan Make America great again, usato da Ronald Reagan nella vittoriosa campagna elettorale del 1980. Ma l’ex attore di Hollywood ha inaugurato una lunga era in cui lo Stato era considerato un pesante fardello di cui liberarsi, idea che si è evoluta nel dare la precedenza assoluta agli interessi delle imprese. Con Trump, invece, le imprese non avranno più mano libera se andranno contro gli interessi dello Stato, per esempio delocalizzando. In cambio il presidente eletto abbasserà loro le tasse, spingendole a rimpatriare i profitti che ora parcheggiano in gran parte all’estero.

L’uomo che rappresenta al meglio i rapporti di Trump con l’industria è il futuro segretario di Stato, Rex Tillerson, ceo del colosso petrolifero Exxon Mobil. Noto per i suoi stretti rapporti con il presidente russo Vladimir Putin, che lo ha insignito a Mosca dell’Ordine dell’Amicizia, Tillerson è un abilissimo negoziatore, virtù che Trump si vanta di avere al massimo grado. La sua nomina è un segnale chiarissimo: distensione con la Russia per poter ingaggiare un duro confronto con la Cina. E si capisce che la diplomazia della nuova amministrazione si baserà più che mai sui rapporti economici. La serie di multe miliardarie che ha colpito i colossi tedeschi Volkswagen e Deutsche Bank è stata letta come un avvertimento di Barack Obama alla Germania, di cui non condivide le ferree politiche di austerità che costringono l’Europa alla stagnazione. E Trump sembra pronto a calcare ancora di più la mano. Nei giorni scorsi è infatti circolata la voce che il prossimo segretario al Commercio, Jeff Sessions, intende allargare le indagini sulla Volkswagen , minacciando anche di aumentare la già salatissima multa da 15 miliardi di dollari. Il presidente eletto, inoltre, per bocca di Mnuchin ha fatto sapere che preferisce di gran lunga trattare non più con le macroaree ma con ogni singolo Stato.

Insomma, a Trump l’Unione Europea non piace, al punto di essere stato uno dei primi sostenitori della Brexit. Come imposterà allora l’amministrazione Trump le trattative con l’Italia? Difficile dirlo. Di certo la Niaf, la Fondazione degli italoamericani, ha dato un forte sostegno a Trump. Ma la classe politica italiana si è espressa in maniera quasi compatta e poco diplomatica a favore di Hillary Clinton. L’unico a essere uscito allo scoperto in tempi non sospetti a favore di The Donald è stato l’imprenditore Gianmario Ferramonti, che ha fondato l’associazione Italians for Trump. Uscito dai radar per lungo tempo, Ferramonti è un uomo che ha svolto un ruolo importante nel vorticoso passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Amministratore della Pontidafin, la finanziaria della Lega Nord, dal 1990 al 1994, è stato anche uno degli ideatori di Alleanza Nazionale. Visto che in Italia non esiste un partito trumpiano, Ferramonti potrebbe tornare ad assumere il ruolo di levatrice.

Marcello Bussi, Milano Finanza 17 dicembre 2016

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