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TRUMP E L’EUROPA: SVOLTA O SOLUZIONI? (di Nino Galloni)

 

 

 

 

È notevole l’inizio di Trump! La svolta c’è stata con la sua elezione: allineandosi a fenomeni come la Brexit, vari referendum in giro per il mondo (Ungheria,Turchia, Colombia, Grecia e non ultima Italia), le classi medie produttive – di cui la vecchia classe operaia è parte – hanno fatto sentire la propria voce. La elezione di Trump, i citati referendum e, speriamo, le prossime elezioni in Francia, Germania, Regno Unito e – perché no? – Italia devono riportare l’attenzione delle politiche economiche sullo sviluppo della domanda interna invece che sulle esportazioni, su cambiamenti nelle relazioni internazionali, su un approccio più efficace alle problematiche ambientali che chiedono collaborazione e uso di moderne tecnologie invece di allarmi inutili e insostenibili: proprio ora che sta finalmente facendosi strada un ridimensionamento scientifico che lega le temperature terrestri ai cicli della sua stella invece che ai quantitativi di CO2.

Sotto il primo profilo, si fa presto a dire protezionismo; ma è difficile pensarlo se la produzione del futuro, nei Paesi più sviluppati, riguarderà i beni immateriali ben oltre il 70% del totale. E la concorrenza sarà più sulla tecnologia e non sui salari: determinanti saranno la spesa pubblica per la ricerca teorica e applicata, il varo di strategie industriali ed infrastrutturali immense, la organizzazione della società attorno a un modello di economia che non sarà più prevalentemente capitalistico o, addirittura,  capitalistico.

Su queste cose, così come sul secondo aspetto delle relazioni internazionali (a cominciare dalla Russia) Trump ha rotto il ghiaccio e mostra, nelle sue prime mosse, di mantenere gli impegni detti. È una svolta quanto mai positiva e che ci interessa direttamente quella di difendere la produzione nazionale, il lavoro nazionale, le imprese nazionali. I sindacati sono contenti, la gente è contenta; non è la soluzione, ma solo un fattivo inizio di cambiamento.

Dazi o svalutazioni monetarie possono servire per iniziare qualcosa purché non inneschino derive competitive che portano allo scontro.

Viceversa, trovare punti di equilibrio e di accordo che tengano conto non solo dei bisogni delle popolazioni e dell’evoluzione nei modi di produrre, ma anche di una accettabile divisione internazionale del lavoro (capace di assicurare maggiore velocità dove c’è maggiore ritardo al fine di accelerare il passaggio alle società postindustriali) e di un freno adeguato allo strapotere dei grandi centri della speculazione finanziaria: grazie all’imperante liberismo, oggi, 8 persone controllano il 50% del reddito globale (e, se ho capito bene, non sono 8 amici di Trump, ma certamente 8 che dovranno preoccuparsi molto presto).

La Cina sta facendo proposte per utilizzare i molti titoli di Stato USA in suo possesso per un piano di infrastrutture in grado di collegare Africa, Mediterraneo, Oriente (la via della seta) al Pacifico orientale (stretto di Bering) e dall’Atlantico lungo tutto il Nuovo Mondo.

Sterilizzare i titoli tossici, ripristinare la funzione del credito, trovare le linee di collaborazione per affrontare i cambiamenti climatici, supportare lo sviluppo dei Paesi più in ritardo, avviare la nuova società caratterizzata dalla fine della scarsità dei beni materiali e dalla crescita esponenziale di quelli immateriali: queste sono le grandi sfide per le quali stiamo aspettando le soluzioni. Ma il cambiamento è cominciato, la svolta c’è.

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