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Trump, dazi e Corte. Facciamo chiarezza
a Corte Suprema non boccia i dazi di Trump, ma richiama il ruolo del Congresso. Tra deficit, svalutazione del dollaro e separazione dei poteri, ecco cosa cambia per l’economia USA.

A seguito della decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sui dazi imposti dall’amministrazione Trump, sulla stampa internazionale si sono lette le interpretazioni più disparate, spesso contraddittorie e talvolta francamente bizzarre. C’è chi ha parlato di una bocciatura della politica protezionistica americana, chi di una svolta ideologica della Corte, chi ancora di un ridimensionamento strutturale della sovranità economica degli Stati Uniti. È dunque necessario fare chiarezza e ricondurre la vicenda nei suoi termini reali, distinguendo nettamente il piano giuridico-istituzionale da quello economico e politico.
La decisione della Corte Suprema non rappresenta né una sconfessione della politica commerciale dell’amministrazione Trump né un giudizio negativo sull’uso dei dazi come strumento di politica economica. La sentenza si colloca interamente sul piano costituzionale e affronta una questione molto precisa: i limiti dei poteri dell’Esecutivo in materia di imposizione tariffaria. In altre parole, la Corte non valuta l’efficacia dei dazi, ma stabilisce chi è legittimato a imporli e sulla base di quali norme.
La scelta originaria dell’amministrazione Trump si inseriva in un contesto macroeconomico ben definito. Gli Stati Uniti presentavano da anni un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti, alimentato dall’enorme flusso di importazioni provenienti dal resto del mondo. Si trattava di uno squilibrio persistente, legato alla globalizzazione delle catene del valore, alla forza della domanda interna americana e al ruolo del dollaro come principale valuta di riserva internazionale. In questo quadro, il riequilibrio dei conti con l’estero era diventato uno degli obiettivi dichiarati della strategia economica dell’amministrazione.
Dal punto di vista dell’analisi economica, l’utilizzo dei dazi rappresenta uno degli strumenti classici per intervenire su tali squilibri. Le tariffe doganali possono ridurre l’incentivo all’importazione, favorire la produzione domestica, modificare la composizione dei flussi commerciali e rafforzare la posizione negoziale di un Paese nei confronti dei partner. Non si tratta di una misura “eterodossa”, ma di una leva tradizionalmente impiegata nelle fasi di aggiustamento esterno.
La Corte Suprema, tuttavia, non entra in questo terreno. Il suo ragionamento si fonda su un principio cardine dell’ordinamento statunitense: i dazi sono, a tutti gli effetti, una forma di imposizione fiscale. La Costituzione attribuisce al Congresso il potere di istituire tasse, dazi e accise; il Presidente può esercitare tale potere solo in presenza di una delega legislativa chiara e circoscritta. Secondo la Corte, l’International Emergency Economic Powers Act, utilizzato dall’amministrazione Trump per giustificare dazi generalizzati sulla base di una dichiarazione di emergenza nazionale, non contiene una delega esplicita all’introduzione di tariffe.
Il nodo centrale della sentenza è dunque la separazione dei poteri. La Corte non nega all’Esecutivo la possibilità di intervenire sul commercio estero, ma afferma che il potere di tassare le importazioni non può essere desunto in modo implicito da formulazioni generiche. In gioco non vi è soltanto la politica commerciale, ma il controllo democratico su strumenti che incidono direttamente su prezzi, redditi e distribuzione del carico fiscale.
Nel frattempo, l’aggiustamento della posizione esterna degli Stati Uniti stava avvenendo anche attraverso un altro canale rilevante: il deprezzamento del dollaro. Nei confronti delle principali valute mondiali, a partire dall’euro, il dollaro ha registrato una perdita di valore nell’ordine del 17–18 per cento. Un movimento di questa entità equivale, sul piano economico, a un vero e proprio dazio implicito: le importazioni diventano più costose, le esportazioni più competitive e una parte dello squilibrio commerciale viene corretta senza il ricorso formale a misure tariffarie.
La decisione della Corte Suprema non impedisce comunque all’amministrazione Trump di utilizzare i dazi come strumento di politica economica. Essa impone piuttosto di farlo all’interno dei canali previsti dall’ordinamento. Le opzioni restano numerose. In primo luogo, il Presidente può ricorrere a leggi che attribuiscono esplicitamente poteri tariffari all’Esecutivo, come quelle che consentono l’imposizione di dazi per motivi di sicurezza nazionale o per contrastare pratiche commerciali sleali. In secondo luogo, l’amministrazione può utilizzare strumenti temporanei previsti per fronteggiare squilibri della bilancia dei pagamenti, seppur con limiti di durata e di ampiezza.
Vi è poi la possibilità di un approccio più strutturale: il coinvolgimento diretto del Congresso per ottenere una nuova delega legislativa, che formalizzi e renda stabile l’uso dei dazi come leva di politica economica. Una simile scelta rafforzerebbe la legittimità istituzionale della strategia commerciale, riducendo il rischio di contenziosi e rendendo più prevedibile l’azione di governo.
Il messaggio che emerge è chiaro. Negli Stati Uniti la politica economica non è sottratta al diritto, ma incardinata in esso. La Corte Suprema non giudica la strategia economica dell’amministrazione Trump, ma ne delimita i confini costituzionali. È una distinzione fondamentale, spesso ignorata nel dibattito pubblico, ma decisiva per comprendere come realmente stanno le cose e quali margini di manovra restino aperti.
Antonio Maria Rinaldi








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