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Transizione energetica o bagno di realtà? L’Europa fa dietrofront e torna a trivellare gas e petrolio
L’Europa si scontra con la realtà: dalla Danimarca all’Italia, i governi mettono in pausa l’utopia verde e riaprono le trivellazioni di gas e petrolio per salvare l’industria.

La guerra in Ucraina e la crisi di un’industria europea in profondo affanno a causa dei prezzi energetici insostenibili hanno impartito all’Unione Europea una severa lezione di macroeconomia. Il sogno di un’Europa alimentata esclusivamente da fonti rinnovabili deve oggi confrontarsi con i numeri crudi della realtà, ma soprattutto, con la stringente necessità di mantenere in vita l’apparato produttivo continentale.
Le aspirazioni di abbandonare rapidamente petrolio e gas si sono rivelate, con tutta evidenza, fin troppo ambiziose. E così, nazioni che fino a ieri guidavano la crociata verde stanno silenziosamente cambiando rotta, riducendo i veti sulle licenze di esplorazione e rimettendo in funzione le piattaforme di perforazione. Dal Mare del Nord al Mediterraneo, il pragmatismo e la sicurezza energetica tornano finalmente a dettare l’agenda politica.
Il pragmatismo nordico: la Danimarca allunga la vita al gas
Prendiamo il caso della Danimarca, capofila indiscussa dell’eolico offshore e patria di colossi industriali come Oersted e Vestas. Martedì scorso il Paese nordico ha lanciato un segnale inequivocabile: la strategia cambia. Un documento ufficiale ha annunciato che le licenze per l’estrazione di idrocarburi, originariamente in scadenza nel 2042, saranno estese almeno fino al 2050. Nonostante l’entusiasmo per la transizione, i numeri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) parlano chiaro: il 36% dell’approvvigionamento energetico danese dipende ancora dal greggio e il 45% della produzione nazionale è costituita da gas e petrolio.
La dichiarazione del governo è cristallina: l’approvvigionamento europeo dipende in gran parte dal gas del Mare del Nord, e in particolare dalla piattaforma Tyra, recentemente rinnovata. Il Ministro per il Clima e l’Energia, Lars Aagaard, ha liquidato le illusioni con una dose di sano realismo: “Avrei preferito che l’Europa potesse accontentarsi di energia verde, ma la realtà è diversa, e credo fermamente che sia meglio per l’Europa procurarsi il gas dalla Danimarca piuttosto che da paesi al di fuori del nostro continente”. L’energia, come abbiamo imparato a nostre spese, è un’arma geostrategica. Dipendere da potenze esterne non è una politica industriale accettabile per uno Stato sovrano.
La grande svolta di Oslo e l’ammissione di Equinor
A pochi chilometri di distanza, la Norvegia, principale fornitore di gas del Vecchio Continente, ha intrapreso un percorso del tutto analogo. A gennaio, il Ministro dell’Energia Terje Åsland ha assegnato ben 57 nuove licenze di produzione a 19 aziende. Fino al 2022, il piano di Oslo prevedeva un declino controllato dei giacimenti per fare spazio a un’era totalmente rinnovabile. Oggi, la musica è cambiata: gli investimenti in petrolio e gas hanno toccato la cifra record di 27,4 miliardi di dollari nel 2025, e si prevedono circa 25,5 miliardi di euro per il 2026.
Il caso di Equinor è emblematico in questo senso. La grande compagnia statale, che aveva strombazzato ai quattro venti una massiccia trasformazione “green”, ha drasticamente ridimensionato i suoi piani rinnovabili per tornare al suo core business: l’esplorazione di 250 nuovi pozzi entro il 2035. L’amministratore delegato Anders Opedal ha riassunto perfettamente il momento storico: “Crediamo ancora in queste tecnologie, ma eravamo eccessivamente ottimisti sulla rapidità con cui avrebbero guadagnato terreno”.
Grecia e Italia: il risveglio strategico del fronte sud
Se il Nord Europa blinda le sue riserve, il Sud non sta a guardare. Paesi con un mix energetico storicamente sbilanciato sulle importazioni stanno puntando di nuovo sull’esplorazione offshore per garantirsi stabilità.
Grecia: Uscita a fatica dal decennio buio della crisi del debito, Atene ha firmato due accordi storici per l’esplorazione a Creta, nel Peloponneso e al largo di Corfù, rompendo un digiuno durato 40 anni e coinvolgendo colossi come Chevron ed Exxon. Le stime governative parlano di giacimenti potenziali per 3,5 miliardi di barili equivalenti, e lo stesso Primo ministro ha celebrato il cambiamento. Se sfruttati, potrebbero fornire fino a 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno, pari al 4% del consumo totale dell’UE.
Italia: La dinamica nazionale è altrettanto pragmatica. Nonostante gli ingenti incentivi passati che hanno portato le rinnovabili al 42% del mix elettrico, il Belpaese resta strutturalmente dipendente dall’estero, e il gas naturale copre ancora il 44% della produzione elettrica. Dopo il disastroso impatto dei tagli russi sul nostro sistema industriale, il governo di Giorgia Meloni ha impresso una svolta chiara: l’obiettivo è trasformare l’Italia nell’hub del gas del Mediterraneo. Si è passati, in pochi mesi, dal divieto di nuove trivellazioni alla concessione di oltre 30 nuove licenze nel Mare Adriatico e nello Ionio (coinvolgendo Eni, Shell ed Energean), accompagnate da forti investimenti in nuovi rigassificatori.
Il Regno Unito e il trucco contabile del gas
Infine, la Gran Bretagna offre una vera e propria lezione di equilibrismo politico. Il governo laburista aveva promesso in campagna elettorale lo stop totale a nuove licenze nel Mare del Nord. La promessa è stata tecnicamente mantenuta sulla carta, ma aggirata nella pratica: attraverso un recente decreto, sono stati introdotti nuovi “certificati energetici di transizione“. Questa scappatoia legale permette ai produttori di trivellare in aree “adiacenti” ai giacimenti esistenti per garantirne la redditività. Come ha notato Mark Campanale di Carbon Tracker, il divieto formale esiste, ma le eccezioni previste lo svuotano totalmente di significato.
Sintesi del cambio di rotta europeo
| Paese | Politica Precedente | Nuova Strategia Energetica |
| Danimarca | Fine estrazione programmata per il 2050, stop ai rinnovi. | Estensione delle licenze (es. hub di Tyra) fino al 2050. |
| Norvegia | Declino naturale dei giacimenti a favore del “verde”. | Assegnazione di 57 nuove licenze, investimenti record nell’offshore. |
| Italia | Blocco normativo delle nuove esplorazioni. | Sblocco di oltre 30 licenze (Adriatico/Ionio) e focus sui rigassificatori. |
| Grecia | Disinteresse decennale per l’esplorazione offshore. | Nuovi accordi (Creta, Peloponneso, Corfù) dopo 40 anni di stallo. |
| Regno Unito | Promessa elettorale di stop totale a nuove licenze. | Creazione di “certificati di transizione” per estrarre in aree adiacenti. |
L’intervento dello Stato, in un’ottica prettamente keynesiana, si rende oggi necessario non solo per sostenere la domanda, ma per proteggere l’offerta di base, ovvero l’energia. Senza una fornitura stabile a prezzi calmierati, il rischio è la deindustrializzazione irreversibile del continente. L’AIE prevede che la domanda di gas europea si dimezzerà entro il 2050.
Tuttavia, dimezzare non significa azzerare e le previsioni sono spesso fatte per essere smentite. L’Unione Europea ha finalmente compreso che la transizione energetica non può essere un dogma avulso dalla realtà economica. Le trivelle tornano in azione non per assecondare i negazionisti climatici, ma per evitare che, nel nobile tentativo di salvare il pianeta, l’Europa decida volontariamente di suicidarsi sul piano economico e industriale.








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