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Thyssen: omicidi in nome del libero mercato (di Davide Amerio)

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Ci sono davvero tanti argomenti nelle cronache di questi giorni. Dalla recente affermazione della Le Pen in Francia e la continua caccia all’uomo di Jhadisti in giro per l’europa (dopo i terribili fatti degli attacchi terroristici), all’ennesima fregatura per i risparmiatori con il “nuovo” decreto salvabanche e il cosidetto Bail out. Per tacere di tutto il resto.

Ma otto anni fa, le mattina del 6 dicembre, lessi le notizie che giungevano via via dalle agenzie sul terribile incendio alla fabbrica Thyssen; quella posta in corso Regina a Torino, di fronte al parco della Pellerina. Sette operai morti in modo atroce. I responsabili oggi ancora a piede libero, processi infiniti e i soliti anni di calvario per le famiglie. L’ennesima tragedia annunciata. Allora mi colpì profondamente quanto accadde; rimasi incredulo per giorni pensando a come fosse possibile lasciar accadere una tragedia di quelle proporzioni. In questi giorni quelle morti vengono giustamente ricordate.

Sono anni che sentiamo dire – da certi politici, – che è ora di finirla con le morti sul lavoro. In realtà dovremmo più propriamente parlare di morti sul lavoro e “a causa del” lavoro; riflettendo, ad esempio, sul caso dell’Ilva di Taranto. Forse dobbiamo riflettere oltre ancora su questo argomento domandandoci che cosa è diventato il lavoro e che cosa rappresenta oggi il capitalismo per la nostra società.

Una delle difese classiche dei Liberal in merito al capitalismo è che esso, comunque, con tutti i suoi difetti , ci ha condotto al livello di “benessere” di cui oggi la maggior parte di noi può godere.

L’altro argomento è che c’è, per questo benessere, un prezzo da pagare.

Il primo argomento distoglie lo sguardo dalla fallacia del secondo. Vero che abbiamo raggiunto un buon grado di benessere ma a quale prezzo? E ancora: a chi stiamo facendo pagare il livello di benessere che vogliamo mantenere?

Rispondere a queste domande genera un filo conduttore che lega lo sfruttamento del lavoro, la perdita dei diritti, le morti – sul e per – lavoro, le morti generate da guerre lontane da casa nostra per sfruttare risorse necessarie alle nostre economia – e quindi al nostro benessere, – che appartengo ad altri mantenuti sotto il giogo della tirannia o della religione per poter essere sfruttati.

Mohamed Yunius, premio Nobel per la pace, economista, che ha applicato il microcredito in una delle aree più povere del pianeta (Bangladesh), ha iniziato la sua “opera” di finanza alternativa ponendosi un semplice quesito. Alla vista della dilagante povertà si è domandato, come economista, che senso ha insegnare delle teorie che non riescono a risolvere i reali problemi delle persone affrancandole dalla miseria, dall’indigenza e dalla povertà.

La domanda conserva la sua attualità: che senso hanno teorie economiche (o filosofiche) che non mettono al centro la persona umana, il suo benessere e la sua felicità? Qualcuno sosterrà che è proprio ciò che fa – o intende fare, – il capitalismo. Non condordo. Perché questo agisce consentendo il benessere di alcuni a discapito di quello di altri; quando non della stessa vita. Il “prezzo” da pagare è sempre riversato sulla testa di altre persone trattate come “beni”.

Stiamo vivendo un momento storico in cui la filosofia dell’economia è dissociata dal valore della vita umana, direttamente o indirettamente. La finanza selvaggia, l’austerity, i trattati, lo strapotere delle banche, l’annullamento del walfere, la libertà di fare impresa sullo sfruttamento dei lavoratori e sul ricatto con contratti che giocano al ribasso e mirano alla precarietà per infondere paura e ottenere rassegnazione.

E’ questo il senso della “libertà economica”? Davvero secoli di ricerca e studio della filosofia e dell’economia ci conducono a esistere in un perenne mare in tempesta dove nulla è più controllabile e nessuno conta più niente?

Ecco, credo che i morti della Thyssen ci ricordino questa follia che appartiene alla nostra quotidianità. Se non torniamo a lottare per rimettere sul piedistallo l’essere umano e ai piedi di esso il profitto e non vice versa; se non torniamo a volere e sentirci parte di una comunità sociale, la nostra sopravvivenza come persone, ma fors’anche come specie umana, sarà legata meramente al valore utilitaristico assegnatagli da pochi individui che nulla hanno a che fare con il liberalismo.

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