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TESI SULL’USCITA DALL’EURO

 

Molti si chiedono se si possa uscire dall’euro e quali difficoltà si frappongano alla realizzazione di questo progetto. Vengono qui di seguito riassunte le teorie dell’economista Luigi Zingales, per chiedere ai gentili lettori quali obiezioni essi muovano loro, segnalando il numero di riferimento. Gli intervenuti sono pregati di non esprimersi come se avessero l’incontestabile verità, perché ciò potrebbe infiammare inutilmente il dibattito.

1.1 Appena ci fosse il sospetto che l’Italia sta per ritornare alla lira ci sarebbe un’immediata fuga all’estero dei capitali presenti in Italia.

1.2 Anche se qualche altro economista sostiene, soprattutto per i grandi capitali, che essi sono già fuggiti all’estero.

1.3 Ci sarebbe inoltre un’immediata tesaurizzazione dell’euro. La gente ritirerebbe tutto il denaro che ha in banca per convertirlo in euro contanti, da mettere nelle cassette di sicurezza. In modo che…

1.4 …essendoci una svalutazione (che probabilmente sarebbe del 40%)…

1.5 …ci si troverebbe a guadagnare il 40% del valore di quel denaro, rispetto alla lira che subito si svaluterebbe, anche se fosse stata emessa col valore 1-1.

1.6 Come conseguenza del rush agli sportelli, le banche andrebbero in crisi di liquidità e per conseguenza il governo, quand’anche avesse pianificato il ritorno alla lira fra qualche tempo, dovrebbe precipitarsi ad anticiparlo.

2. Col ritorno alla lira, in base al principio della lex monetae, i debiti sarebbero convertiti nella nuova valuta. Ma ciò varrebbe per i piccoli. Le grandi imprese hanno emesso obbligazioni via Lussemburgo, e queste obbligazioni sono sottoposte al diritto inglese: e dunque rimangono in euro. Naturalmente, con un’inflazione del 40% (ipotesi di Zingales), è come se il debito delle imprese improvvisamente aumentasse del 40% e per conseguenza o esse fallirebbero o dovrebbero rinegoziare il debito, spalmandolo su un più lungo periodo.

2.1 Ciò però toglierebbe loro risorse. La Telecom argentina, che prima dell’uscita dal peso investiva per un miliardo l’anno, dopo ha ridotto l’investimento a cinquanta milioni l’anno. Dunque, anche per questo verso, si rischia la recessione.

3. Il debito pubblico subirebbe la lex monetae, ma soprattutto si vedrebbero schizzare gli interessi – attualmente intorno al 4% – al 10, al 12 o anche al 15%. Cosa insostenibile, tanto da dover ipotizzare il default almeno riguardo al debito stesso.

4. Ma tutto questo riguarda il breve termine, per così dire la transizione da euro a “nuova lira”. Ma le conseguenze sarebbero negative anche nel medio e nel lungo termine. A parere dell’economista, l’Italia è entrata nell’euro perché il mondo non si fidava di noi e dopo la conversione questa fiducia si riproporrebbe. Dopo la conversione infatti sarebbero da prevedere una continua inflazione e un continua svalutazione. Ciò corrisponderebbe a voler competere sui mercati mondiali con i nostri prezzi, e non con la nostra qualità. E ciò sarebbe sbagliato. Innanzi tutto perché, in materia di prezzi, perderemmo comunque nei confronti dei cinesi, e poi perché il nostro posto naturale è dove si compete per la qualità.

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Si ricorda che le stroncature altezzose (“Tutta una serie di sciocchezze!”) non fanno avanzare la discussione e non fanno onore all’autore del commento.

 

 

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