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Terre rare e Difesa: la Lituania è pronta a scavalcare Bruxelles per un accordo diretto con Washington
Di fronte alla lentezza burocratica di Bruxelles, la Lituania valuta un accordo autonomo con gli USA per garantirsi terre rare e minerali critici, fondamentali per l’industria della difesa. Rischio di un effetto domino in tutta l’Europa orientale.

Quando si tratta di sicurezza nazionale e catene di approvvigionamento strategiche, l’Europa si scontra, come spesso accade, con i propri insuperabili limiti burocratici. La Lituania ha inviato un segnale inequivocabile: se l’Unione Europea non riuscirà a finalizzare rapidamente un accordo collettivo sui minerali critici, Vilnius è pronta a fare da sola e a siglare un’intesa autonoma direttamente con Washington.
Una mossa che, se concretizzata, farebbe della nazione baltica il primo Stato membro a rompere le righe su un tema così delicato. Il rischio per Bruxelles? Un vero e proprio effetto domino tra i Paesi dell’Europa orientale, storicamente molto più attenti alle questioni di sicurezza rispetto al nucleo franco-tedesco, che poi si allargherebbe ad altri apesi.
L’obiettivo di Vilnius è eminentemente pragmatico. Per un piccolo Stato in prima linea sul fronte NATO, assicurarsi un accesso affidabile ai materiali da cui dipendono i settori dell’ingegneria e della difesa non è un mero esercizio simbolico. La Lituania vuole agganciarsi alle catene di fornitura allineate agli Stati Uniti, aggirando così il predominio della Cina.
Nello specifico, parliamo di input industriali vitali:
Magneti in terre rare;
Metalli per batterie di nuova generazione;
Gallio e germanio.
Tutti elementi indispensabili per l’elettronica, i sistemi d’arma e la manifattura avanzata. Pechino, pur non estraendo la totalità di queste risorse, controlla gran parte della capacità di raffinazione globale. È proprio qui che risiede la vera leva del potere, un monopolio reso ancora più evidente dalla recente stretta del Dragone sui controlli delle esportazioni.
La Commissione Europea predilige gli accordi strutturati e reciproci che coinvolgano l’intero blocco, ma i tempi di Bruxelles si misurano spesso in anni, non in mesi. Se la Lituania dovesse stancarsi di questo incedere a passo di lumaca, la strada porterebbe inevitabilmente verso accordi diretti di approvvigionamento, progetti congiunti in Paesi terzi e cooperazione su lavorazione e riciclo.
Gli Stati Uniti, ovviamente, sono propensi a incoraggiare partnership dirette, un tassello fondamentale per costruire un’ampia coalizione capace di contrastare lo strapotere cinese nella raffinazione.
La sintesi è cristallina: nel mercato odierno, la politica sui minerali critici è, a tutti gli effetti, politica di difesa. La Lituania chiede certezze. E se non può ottenerle tramite l’UE in tempi utili, è disposta a prenderle direttamente da Washington.







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