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Tachipirina e vigile attesa: della morte

Nei primi anni Novanta, un ispirato Luca Carboni cantava che ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita. Oggi, parafrasandolo, potremmo aggiungere che ci vuole un fisico bestiale per resistere alle lusinghe del complottismo. Di sicuro, molto più bestiale di quello necessario per reggere alle insidie del virus. Sarà per questo che a volte facciamo peccato, e cediamo alla tentazione.

Per esempio, davanti alla sentenza appena emessa dal Tar del Lazio con la quale è stata accolta una istanza cautelare del Comitato Cura Domiciliare Covid-19 proposta da un team di  medici. I quali hanno evocato in giudizio nientemeno che  il Ministero della Salute e l’AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco. E sapete perché? Per impugnare una nota dell’Aifa del 9 dicembre scorso con la quale si prescriveva la seguente terapia per i malati di Covid: tachipirina e vigile attesa. Cioè il contrario di ciò che qualsiasi medico mediamente informato, in scienza e coscienza, dovrebbe fare davanti a un paziente infetto dal morbo.

Come precisato dal dottor Andrea Stramezzi, in una bella intervista di Fabio Dragoni su La Verità: “L’unica strategia vincente è la cura immediata al primo giorno di sintomi: antinfiammatori, idrossiclorochina, azitromicina, e vitamina D per controllare l’infezione. Il cortisone per prevenire la tempesta citochinica. L’eparina sottocute per combattere la tromboembolia disseminata”. Un sacco di parole difficili, ma ripetute da un sacco di medici operativi sul campo per un sacco di tempo. Al punto da essere mandate a memoria persino dall’uomo della strada. Insomma, c’è vita oltre il vaccino. C’è vita nella terapia.

Eppure, a distanza di dodici mesi dallo scoppio della cosiddetta pandemia, i massimi organi teoricamente vigilanti sulla nostra salute consigliano ancora “tachipirina e vigile attesa”. Vigile attesa di cosa? Di un peggioramento indispensabile per spedirvi in terapia intensiva, forse? Vigile attesa della morte, magari? È tutto molto strano finchè ci si muove sul terreno delle spiegazioni razionali. Perché  di spiegazioni razionali non ce ne sono. Non è accettabile che, dopo un anno, lorsignori non siano ancora riusciti a divulgare una terapia protocollata ed efficace contro il virus. Anche se la terapia esiste ed è conosciuta da tutti.

Ma questa stranezza si aggiunge ad altri misteri dolorosi di questa via crucis. Per esempio, il famoso studio pubblicato dalla prestigiosissima rivista  scientifica Lancet che, nella primavera scorsa, sputtanava l’idrossiclorochina. Poi il paper fu sputtanato sua volta, ma intanto l’impiego di quel farmaco (utilissimo) venne da molti Stati vietato per la sua “indimostrata” efficacia e per la sua “dimostrata” pericolosità. O vogliamo parlare del sostanziale divieto di autopsie sui cadaveri dei deceduti? Sconsigliata la prima, se non l’unica, cosa utile da fare non solo in nome della scienza, ma del più elementare buonsenso.

A volte viene un sospetto: che basti un “giusto” consigliere piazzato nei posti chiave della catena di montaggio (di comando) della “prevenzione”  globale per inceppare, o addirittura, hackerare la macchina antivirale. E che ci sia chi si industria non per debellare il Covid, ma per debellare noi. O, quantomeno, per debellare i (troppo liberi) modelli di convivenza sociale tradizionali e instaurarne di nuovi.

È brutto pensarlo, anche se ci conforterebbe sul punto Guglielmo di Ockam. Il Doctor Invincibilis suggeriva infatti di optare – tra le possibili soluzioni di un problema – per quella più semplice. Poi però ci sovviene Luca Carboni e torniamo “normali”: la versione ufficiale è tutta giusta, tutta logica, tutta credibile. Ma ci vuole davvero un fisico bestiale per resistere alle tentazioni del complottismo.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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