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Sui giudici, sugli avvocati e sull’arte di difendersi attaccando

Certe volte capita di leggere proposte così balzane, così pittoresche, così inusuali – per quanto paiono dal sen fuggite – da chiedersi se, per caso, non siano un parto del genio di Checco Zalone. Poi approfondisci e scopri che no: il “consiglio” non viene dallo script di un successo di casetta, ma da pulpiti autorevolissimi; per esempio, del pianeta Giustizia. Un pianeta roteante, in teoria, nella galassia della razionalità, dell’equilibrio e del buon senso. Ma tant’è. Capita talora che scappi la frizione, anche nelle migliori famiglie.
 
Parliamo dell’idea suggerita da Piercamillo Davigo, uno degli eroi di Mani Pulite: per “snellire” i processi penali, sottraendoli a un uso strumentale, si potrebbe addebitare le conseguenze delle “cause perse” agli incauti avvocati promotori. Basterebbe, dice il nostro, far pagare un balzello al legale, magari garantito da cauzioni preventive. L’avvocato dovrebbe scucire, in anticipo e di tasca propria, l’odioso obolo con la prospettiva di rimetterlo alle casse dello stato in caso di condanna del proprio assistito. Ora, facciamo un bel respiro perché lo spirito zen e la yogica pazienza son bagaglio ineludibile di ogni avvocato dei tempi che corrono.
 
Fatto il bel respiro, domandiamo: si può? Si può anche soltanto concepire una mostruosità del genere? E cioè che gli esercenti una delle professioni più delicate e difficili del mondo – il mestiere di “accompagnare” i cittadini profani nelle viscere del pianeta di cui sopra – debbano pagare se “perdono”? Un avvocato è destinato a perdere per definizione. Non foss’altro perché è statisticamente impossibile vincere sempre quando si incontrano e scontrano due civilisti in un processo civile (uno vince e uno perde, per forza). E non foss’altro perché è impossibile spuntarla sempre nel processo penale (a volte il cliente è colpevole, ma ha comunque diritto alla difesa; altre volte è innocente, ma incappa in uno verdetto “sbagliato”).
 
Eppure, la proposta ha un suo perché, credetemi. È figlia di un certo mood (per dirla all’inglese), di un certo estat d’esprit (per dirla alla francese), di una certa perversa sensibilità (per dirla in italiano); quella respirata da chiunque abbia mai frequentato le aule dei processi. Una sorta di sottotesto infame, di pavido non detto, di codino pregiudizio. Secondo i quali gli avvocati stanno in basso e i giudici stanno in alto. Perché i primi sono tanti (anzi sono “troppi”) mentre i secondi sono pochi (perché “selezionati”). E quindi gli uni sono l’elite e gli altri la manovalanza. Gli eletti fanno funzionare la macchina della Giustizia, i “cadetti” la intasano: nel penale perché impediscono ai colpevoli di pagare il fio; nel civile perché ingolfano le stanze dei magistrati con troppe “pratiche”.
 
Le pratiche di gente convinta (poverina) di vivere ancora in uno stato di diritto in cui è costituzionalmente garantito il diritto (appunto) di “tentare” di avere ragione. E sempre da qui deriva un certo insopportabile, ottocentesco e peloso ossequio con cui la classe forense affronta la magistratura, troppo spesso col cappello in mano. E il contrario di tale approccio non si chiama arroganza, ma dignità di ruolo.
 
Allora proponiamo un’altra rivoluzionaria riforma, questa volta da pari a pari. Se la giustizia deve trasformarsi in una scommessa, paghino anche i giudici, insieme agli avvocati. Per ogni sentenza “cassata” un bel salasso alle tasche del magistrato “perdente”. Dedicato a quelli che amano vincere facile.
 
Francesco Carraro
 
www.francescocarraro.com

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