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Sulla crisi parlamentare e su come perdere una battaglia dialettica già vinta

Mentre Conte parlava, Di Maio era una sfinge impassibile, il volto appena increspato da un sorriso compiaciuto – un gatto col sorcio in bocca, diciamo – difficile da reprimere dinanzi al massacro a reti unificate del suo collega vicepremier. Mentre Conte Parlava, Salvini palesava nervosismo, si faceva portare l’acqua ed il caffè, si produceva in smorfie, gesticolava, faticava a trattenere la mimica del volto. Mentre Salvini e Di Maio, e l’intero Parlamento, e milioni di italiani dagli schermi TV, lo ascoltavano, Giuseppe Conte ha parlato. Alla fine del suo intervento di quasi un’ora, non crediamo vi fosse un solo telespettatore desideroso di essere nei panni di Matteo Salvini. Tutti covavano la stessa sensazione che devono aver provato gli appassionati di vela in occasione della indimenticabile  edizione della Coppa America del 2013. Nella Baia di San Francisco, a un certo punto, gli sfidanti del Team New Zealand erano in vantaggio di 8 regate a 1 sugli americani di Oracle. Gliene mancava una sola per vincere l’ambito trofeo. Però, accadde qualcosa. Così come è successo qualcosa nel dibattito al Senato.

Salvini ha preso la parola e quello che pareva impossibile si è verificato. Una rimonta. E la faccia di questa rimonta era la faccia di Conte. Osservatela, andatevi a fare un bel rewind. Riguardatelo, mentre Salvini parla, e vi accorgerete che – da un certo istante in poi – il suo volto si fa terreo. Non è il viso di un vincitore, ma quello di uno sconfitto. E allora ci siamo chiesti perché. Dopotutto, il premier aveva condotto la sua arringa in modo quasi magistrale. Pur scontando la perdonabile ingessatura di ogni discorso letto (anziché declamato a braccio), egli era apparso logico, consequenziale, ineccepibile. Aveva appena bastonato il suo Ministro dell’Interno per dritto e per rovescio, ma senza mai alzare il tono della voce né inarcare il sopracciglio. Quasi che la litania di addebiti, ai limiti dell’insulto, rivolti al leader leghista fosse la semplice constatazione di una incontestabile verità: irresponsabile, inadatto, inopportuno, latitante, opportunista è quello che abbiamo capito e ci si perdonino eventuali incomprensioni o amnesie. Conte aveva stravinto usando l’arsenale strategico della logica più che non i fuochi d’artificio tattici della dialettica. Eppure, di punto in bianco, Conte assume l’espressione di uno colto sul fatto, smascherato sul più bello. La cera dell’atleta tradito dagli scarpini sul filo di lana, per così dire. O, se preferite, il grugno di Roberto Baggio dopo il rigore sbagliato col Brasile nella finale Mundial del 1994. Perché?

Merito dell’abilità retorica di Salvini? No, Salvini è stato Salvini: efficace, diretto, ma non sufficiente a giustificare quel Conte impietrito. Merito degli argomenti di Salvini? Ni. Nel senso che tutti gli argomenti tirati in ballo da Salvini non sarebbero stati sufficienti a vincere le obiezioni e i capi di imputazione dell’avvocato del popolo. Ma uno solo di essi è bastato. E sarebbe bastato anche se a pronunciarlo non ci fosse stato Salvini, ma il più scalcagnato e meno convincente di tutti i parlamentari presenti in quel momento in Senato. Perché quell’argomento è la madre di tutti gli altri, è quello da cui discendono tutti i nostri problemi, dai più antichi ai più recenti. E perché quell’argomento ha a che fare con le parole “Costituzione”, “Democrazia”, “Libertà” e molte altre, compresa la parola “Italia”, giustamente citate dal nostro premier nel suo lungo monologo. E quell’argomento si chiama “Unione europea”.

Conte, alla fine del suo discorso, si è chiaramente e convintamente pronunciato a favore del processo di unificazione europea. Salvini, quasi subito, ha dichiarato che non vuole padroni e neppure catene, né lunghe né corte. Questo è il motivo per cui lo sguardo di Conte si è fatto plumbeo e questa la ragione per cui egli restituiva l’impressione di un vinto suo malgrado, dopo aver tenuto uno splendido discorso da pronosticato vincitore. Sgombrate pure dal tavolo qualsiasi altra questione, tra le innumerevoli sciorinate da Conte, e pure da Salvini. Sono tutte irrilevanti di fronte al vero, unico, grande quesito: l’Italia vuole riscattare la propria indipendenza di derivazione costituzionale o vuole continuare ad essere una colonia alla mercé di decisioni prese a Bruxelles e a Francoforte?

Per fattori diversi, che non ci importa qui indagare, a Giuseppe Conte e a moltissimi altri –  anche all’interno del Governo, 5 Stelle in testa – il fatto di essere oramai una Nazione sotto schiaffo delle ubbie dei Mercati e passibile di finire nel “braccio di correzione” UE è un dettaglio in cronaca: sopportabile, gestibile, addirittura inevitabile. Come un fastidioso ronzio di zanzara in una scintillante notte d’estate. O come un capello birbante nel brodo squisito di un ottimo chef. Che vuoi che sia rispetto alla “crescita”, al “rispetto dei patti”, alla “competitività” europea sullo “scenario internazionale”?. E lo ha certificato in modo icastico lo stesso Conte quando ha rivendicato con uno scatto d’orgoglio il placet italiano alla nomina dell’ultraeuropeista tedesca Von der Leyen alla Presidenza della Commissione europea. Oppure quando si è intestato il merito di avere  – nientemeno! – sventato ben due procedure di infrazione a danno dell’Italia. Non rendendosi conto, forse,  di quanto questa impennata di patetica fierezza costituisse una sorta di confessione non richiesta, dopo una genuflessione imposta. Il leader di un Paese con velleità di indipendenza non si esalta per aver evitato “la multa” da parte di una sorta di comitato di occupazione straniero; dovrebbe, semmai, vantarsi (potendolo fare, s’intende) di aver smosso mari e monti per mettere in discussione le perverse “regole” che quella multa rendono possibile. Norme che sono autentici tradimenti nei confronti di chi ha ancora memoria della nostra Costituzione e nei confronti della memoria di chi quella Costituzione ha voluto e scritto, a costo della vita.

Per concludere, ci rincuora che Oracle abbia battuto New Zealand? Perché alla fine, se non lo sapete, ha vinto Oracle 9-8 nella più pazza delle rimonte della storia dello sport. In verità, non ce ne può fregare di meno, sia perché non siamo appassionati di vela sia perché non siamo né americani né neozelandesi. E ci rincuora forse che Salvini abbia vinto il suo braccio di ferro dialettico con Conte? Ce ne importa anche meno. Perché è una vittoria di Pirro fintanto che alle parole sovraniste non seguiranno atteggiamenti e impegni politici sovranisti. E, da questo punto di vista, il governo gialloverde ha tradito tutte le attese. Per il poco, anzi nulla, che esso aveva fatto in proposito, la perdita non è irreparabile. Anzi, è riparabilissima. Ci toccherà probabilmente un governo giallorosso che si metterà a pelle d’orso nei confronti delle famose “istituzioni europee” e degli altrettanto celebrati “parametri”. Gli italiani cercheranno di sopravvivere, e ce la faranno, figurarsi: hanno masticato e digerito Monti, Letta, Renzi e, in tempi andati, persino Romano Prodi. Che volete che sia, siamo gente dallo stomaco forte, ma anche dalla memoria lunga come ricorderemo alla fine.

In ogni caso, da questo punto di vista, Grillo e i suoi possono stare tranquilli. Se davvero andrà in porto il matrimonio incestuoso con il Partito Democratico – un capolavoro di tatticismo machiavellico enorme quasi quanto la miopia e la stupidità politica che l’avrà eventualmente ispirato – essi potranno contare su autentici professionisti della subalternità fantozziana. Godranno dell’ausilio di chi, fin dal 1992, ha sistematicamente e alacremente lavorato per destrutturare dall’interno, a colpi di trattati, quella sovranità che (a mente dell’articolo 11 della Costituzione) sarebbe incedibile e quella Repubblica che (a mente dell’articolo 139 della Costituzione) non può essere “riformata” neanche con una riforma costituzionale. Alla faccia degli Stati Uniti d’Europa su cui discettano, o cinguettano, troppi parlamentari e troppi intellettuali italiani, con la giuliva incompetenza di chi è convinto che la “sovranità” dello Stato sia un retaggio del ventennio fascista.

E adesso che succederà? Non abbiamo la palla di vetro, ma una cosa è certa. Se fino a ieri eravamo convinti che Matteo Salvini avesse commesso una sequela impareggiabile di errori in questa surreale crisi di agosto, quantomeno sul piano della tattica spicciola (quindi, di nuovo, del machiavellismo di corto respiro), oggi almeno sappiamo che dietro quella scelta c’è anche un piccolo, quasi impercettibile, barlume di lungimiranza politica, e quindi, va da sé, anche di speranza. Che si vada al voto in ottobre piuttosto che fra quattro anni, il convitato di pietra sarà sempre lo stesso: l’Unione europea; e, insieme  ad essa, ciò che dell’Unione vogliamo fare, da italiani con la schiena dritta.

E se la Lega ripartirà dalle ragioni che hanno trasformato in una maschera di cera i contorni gentili del Presidente del Consiglio, allora potrà trasmutare non solo i gradimenti dei social e le previsioni dei sondaggisti in voti veri, ma anche quei voti veri in una definitiva, e ad oggi impronosticabile, stagione di riscatto nazionale. Ma si badi bene: è probabilmente l’ultima volta che gli italiani saranno disposti a dare una delega in bianco a chi si professa sovranista e populista fino al momento di mettere in piedi una compagine governativa. Ce li ricordiamo ancora gli eroici furori di quando siamo riusciti a limare la cresta del deficit da un due virgola quattro a un due virgola zero quattro per cento.  E, si badi bene un’altra volta: ciò non significa necessariamente uscire dall’euro o dalla UE. Quello è il Sogno, l’obbiettivo massimo. Ma ci sono mille altri ragionamenti che si possono fare e provvedimenti che si possono prendere, prima. C’è una sterminata terra di mezzo di opzioni in grado di ridare forza, fierezza, prestigio e dignità alla nostra derelitta Nazione. Non stiamo qui ad elencarli perché il web rigurgita letteralmente delle proposte di tantissimi italiani bravi, onesti e preparati che hanno fatto capire cosa si può fare di altro, e di oltre, rispetto al traccheggiamento servile cui abbiamo fino ad oggi assistito. Ci sono innumerevoli modi, e altrettante “forme”, per andare in giro a rappresentare il Paese. Oltre, s’intende,  a quello vile ed untuoso di cospargersi il capo di cenere ai vertici europei. E anche senza rompere subito, e d’emblée, il giocattolo. Inizino intanto, coloro che ne avranno l’opportunità e il coraggio, se e quando sarà il momento, con questi modi e con queste forme. Inizino col poco. Che poi il tanto, magari, arriva da sé. Perché, a dispetto di tutto quanto ha dovuto subire, l’Italia è già pronta.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com

P.S.: Un ultimo appunto, se ci è concesso, al nostro ex Presidente del Consiglio. Non ci è affatto piaciuto quando ha voluto stravincere (colto forse da una sorta di  superflua captatio benevolentiae nei confronti dell’opposizione) biasimando Salvini per il suo “improprio” uso di simboli religiosi nell’agone politico. Dovrebbe rammentare, il nostro premier, che siamo i figli di una Repubblica nata e sopravvissuta anche grazie a un partito, la Democrazia Cristiana, che di “religioso” non aveva solo l’aggettivo qualificativo del sostantivo “democrazia”, ma persino una monumentale croce sul simbolico scudo. Lo sottolineiamo così, en passant, sperando di non offendere la “sensibilità” di altre fedi o magari di qualche agnostico o ateo di passaggio. Solo per rammentare che la “sensibilità” democratica non è necessariamente incompatibile con le nostre tradizioni cristiane. Anzi, forse la prima si è nutrita proprio delle seconde. Sia detto con tutto il rispetto, ma chiediamo fin d’ora scusa se è sembrato un post scriptum troppo populista. Sulla sostanza di quanto precede, invece, nessun pentimento. Solo speranza.

 

 

 


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