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Stretto di Hormuz: l’illusione della scorta solitaria e il vero incubo delle mine navali
L’ex comandante del CENTCOM Joseph Votel analizza la chiusura di Hormuz: le scorte navali ai mercantili sono fattibili, ma gli USA sono isolati. Il vero incubo per l’economia globale? Le mine sottomarine.

La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo un atto di forza geopolitica, , ma un vero e proprio collo di bottiglia che rischia di strangolare il 20% delle forniture globali di petrolio. Per comprendere come si possa sbloccare questa paralisi logistica ed economica, risulta particolarmente illuminante la recente analisi del Generale a riposo Joseph Votel.
Votel non è un osservatore qualunque. Dal 2016 al 2019 ha guidato il CENTCOM (U.S. Central Command), ovvero il comando strategico delle forze armate statunitensi responsabile per le operazioni in Medio Oriente, Egitto e, soprattutto, nell’area nevralgica del Golfo Persico. Conosce quelle acque e le tattiche di chi vi si affaccia meglio di chiunque altro, e la sua intervista a TWZ è veramente molto informativa.
La scorta navale è possibile, la coalizione no
Il punto di partenza dell’ex comandante è pragmatico: organizzare missioni di scorta per le petroliere e i mercantili in transito nello Stretto è tecnicamente e militarmente fattibile. La Marina degli Stati Uniti ha una lunga tradizione in questo tipo di operazioni e dispone delle risorse necessarie per metterle in atto.
Tuttavia, l’ostacolo principale non è tecnologico, , ma squisitamente diplomatico. Votel fa notare, con una velata ma pungente critica all’amministrazione, che Washington ha condotto una politica estera piuttosto isolazionista nei mesi precedenti alla crisi. Aver tenuto un atteggiamento conflittuale con gli alleati europei e non averli consultati preventivamente presenta ora il conto.
- L’assenza della NATO: È altamente improbabile che i partner internazionali, europei in primis, si uniscano rapidamente a una missione di scorta. Senza consultazioni preventive, l’Europa è riluttante a farsi trascinare in operazioni ad alto rischio che appaiano come una partecipazione diretta all’attacco USA.
- Il peso dei costi: Storicamente, gli Stati Uniti operano in coalizione per condividere il fardello logistico ed economico. Questa volta, eccezion fatta per Israele, Washington sembra destinata a fare da sola, cosa che possono fare benissimo.
- I limiti dei Paesi Arabi: Sebbene le nazioni del Golfo stiano resistendo bene, non hanno né la flotta (cacciatorpediniere, dragamine) né l’unità di comando per proteggere lo Stretto in totale autonomia. Comunque dovrebbero appoggiarsi direttamente agli USA.
Il vero scenario da incubo: le mine
Se la difesa aerea contro droni e missili è ormai ordinaria amministrazione, c’è una minaccia asimmetrica che toglie il sonno agli strateghi del CENTCOM. Il “worst case scenario”, secondo Votel, non è un attacco diretto, ma il posizionamento di mine navali da parte di Teheran.

Maham 7 Mina acustica-magnetica da fondali. La forma conica ne rende molto difficile la rilevazione perché riflette le onde edei sonar. Efficace nei fondali bassi.
In un tratto di mare dove il canale navigabile è largo appena due miglia per direzione di marcia, una mina rappresenta un’ipoteca totale sulla navigazione commerciale. Al contrario i barchini veloci sono una minaccia molto più gestibile, e perfino i droni sono una minaccia minore per le navi di scorta,
| Minaccia Nello Stretto | Livello di Rischio Logistico | Soluzione Tattica |
| Droni e Missili | Moderato | Intercettazione aerea e navale (già in atto) |
| Barchini Veloci (FAC/FIAC) | Basso/Moderato | Fuoco di copertura dalle navi scorta |
| Mine Navali | Critico | Sminamento lento, costoso e pericoloso |
Come ricorda l’ex comandante, lo sminamento è un’attività esasperante. È un lavoro metodico, lentissimo e frustrante. Se una superpetroliera, vulnerabile e con lo scafo sottile, dovesse urtare una mina, le conseguenze sarebbero catastrofiche: nave disabilitata a bloccare il transito, disastro ecologico immediato e mercati energetici nel panico.
In sintesi, la riapertura di Hormuz non sarà una rapida cavalcata navale, ma un processo lungo e costoso, che, tra l’altro, in questo momento dovrebbe essere svolto sotto il fuoco nemico. Gli USA hanno i mezzi per farcela, ma dovranno operare quasi in solitudine, pregando che sotto il pelo dell’acqua non si nasconda la più antica e letale delle insidie marittime.









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