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SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO E SITUAZIONE IN LIBIA di Nino Galloni.

 

Le politiche economiche italiane sono state e sono recessive perché la massa delle entrate fiscali è da decenni – e tutt’ora – superiore alla spesa pubblica al netto degli interessi sui titoli del debito pubblico. Qui sta la debolezza del nostro sistema?

Certamente essa è stata voluta (fin dal “divorzio” del 1981 che ha determinato una crescita esponenziale degli interessi stessi) e tutt’ora lo è, da parte dei nostri amati partners europei.

Ma, se guardiamo alla realtà: 1) le banche accordano mutui a singoli e famiglie fino al 500% del loro reddito annuale; 2) il debito di un Paese non è solo quello pubblico, ma anche quello privato (famiglie e imprese non finanziarie), tale insieme è – in Italia come in pochi altri Paesi “virtuosi” – attorno al 400%; 3) la insostenibilità dei debiti, in generale, è argomento che merita riflessioni paradigmatiche non di superficiale contingenza; 4) il peso degli interessi che lo Stato italiano paga (lo pagano i residenti in Italia attraverso la tassazione) è enorme perché : a) la spesa pubblica al netto degli interessi è più bassa del totale delle entrate fiscali, b) gli interessi sui titoli del debito (e il debito stesso, nel tempo) variano a un tasso di crescita maggiore di quello del pil.

Ma la realtà, nella nostra epoca, è un fattore secondario rispetto alla rappresentazione: vince chi sa far leva non sulla realtà, ma sulla rappresentazione, persino quando quest’ultima diviene mistificazione.

Serve un’Italia debole (che sarà tale finchè non si farà quel che si dovrebbe per rispondere alle esigenze imprenditive e sociali del nostro Paese); ma non serve che l’Italia arrivi a situazioni simili a quelle attuali della Libia.

Come si fa ad evitare una prospettiva “libica”: ok alla riduzione della pressione fiscale, ma l’eventuale riduzione del gettito non deve spingere ad un taglio della spesa pubblica al netto degli interessi. I liberisti hanno sempre appoggiato la riduzione delle tasse, ma anche quella delle spese: la via maestra per distruggere la classe media che decade quando sanità, istruzione e trasporti gravano sempre più sulle famiglie. La riduzione delle tasse è più forte per i ricchi che già – essendo ricchi – si pagano sanità, mobilità e istruzione di tasca loro; ma i ricchi sono poche centinaia di migliaia di persone e, per far arrivare ai “poveri” (che, in Italia, sono milioni e milioni) qualche centinaio di euro, occorre colpire quel ceto medio in via di impoverimento che è composto da decine di milioni di individui.

Per contenere debito e interessi occorre agire a due livelli: 1) accorciare i tempi del debito perché, oggi, i mercati chiedono più titoli a breve e medio termine e meno a lungo termine; 2) immettere moneta non a debito (statale, a sola circolazione nazionale, non convertibile, non contemplata dai Trattati come l’art. 128 di quello di Lisbona).

Abbiamo bisogno di una nuova dinamica: di una spesa pubblica al netto degli interessi (e degli sprechi che, però, rappresentano poche centinaia di milioni di euro), significativamente superiore al gettito tributario se vogliamo uscire dalla situazione recessiva e preparare il terreno alla ripresa ovvero al ritorno dei privati agli investimenti produttivi.

Bisogna far capire ai nostri amati alleati europei ed atlantici che, in mancanza di tale nuova dinamica, la situazione del Paese andrà verso uno scontro tra poveri (quelli di vecchia data e quelli che si stanno impoverendo da qualche decennio) e si troveranno, nel continente, qualcosa che nessuno si augura.

Nino Galloni


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