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Social sotto accusa? No: è il capitalismo digitale a entrare in zona grigia

Le recenti condanne Usa contro Big Tech non sono una crociata morale, ma un attacco all’economia dell’attenzione. Perché il passaggio dalla responsabilità sui contenuti a quella sull’algoritmo rischia di scuotere le fondamenta dei mercati azionari.

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Le recenti decisioni delle giurie statunitensi contro le grandi piattaforme digitali sono state rapidamente interpretate come una svolta storica: la fine dell’impunità dei social, il riconoscimento della dipendenza digitale come danno risarcibile, l’inizio di una nuova stagione di responsabilità. È una lettura suggestiva, ma in larga parte fuorviante.

Non siamo di fronte a una condanna definitiva dei social. Siamo piuttosto all’apertura di una partita molto più complessa, ancora giuridicamente instabile, che riguarda la ridefinizione della responsabilità nell’economia digitale. E soprattutto, il bersaglio reale non sono i contenuti, bensì il modello economico sottostante.

Il punto decisivo è il cambiamento di prospettiva. Per anni il principio è stato chiaro: le piattaforme non rispondono dei contenuti generati dagli utenti. Oggi, invece, il terreno si sposta. Non si contesta più ciò che viene pubblicato, ma il modo in cui le piattaforme sono progettate per trattenere l’attenzione degli utenti. È il passaggio dalla responsabilità editoriale alla responsabilità per design.

Si tratta di un mutamento apparentemente radicale, ma in realtà costruito su basi fragili. Un algoritmo non è un prodotto statico, replicabile e prevedibile. È un sistema dinamico che evolve continuamente in funzione del comportamento degli utenti. Attribuire responsabilità a un meccanismo di questo tipo significa entrare in un’area in cui il diritto fatica a definire con precisione il nesso causale e il grado di imputabilità.

Su questo terreno si innesta il secondo pilastro della narrazione, quello della cosiddetta dipendenza digitale. Il parallelo con il tabacco, spesso evocato, è però fuorviante. Nel caso del tabacco esiste una sostanza, un effetto fisiologico diretto e una relazione causale dimostrabile. Nel caso delle piattaforme digitali, invece, gli effetti sono mediati da una molteplicità di fattori psicologici e sociali, e la causalità è indiretta e difficilmente isolabile. La dipendenza digitale, allo stato attuale, non rappresenta una categoria giuridica sufficientemente solida da sostenere un contenzioso sistemico senza generare ampi margini di incertezza.

Il vero nodo, spesso trascurato, riguarda l’economia dell’attenzione. Le piattaforme non vendono contenuti, ma tempo: tempo di permanenza, intensità di interazione, dati comportamentali. Se il design orientato all’engagement viene qualificato come intrinsecamente dannoso, allora non è più in discussione un singolo comportamento, ma l’intero modello di business. E questo apre un problema di natura sistemica.

Un principio di questo tipo, se applicato in modo coerente, potrebbe estendersi ben oltre i social media, coinvolgendo altri settori del digitale: dai videogiochi alle piattaforme di streaming, fino ai servizi finanziari che utilizzano logiche di gamification. Il rischio è quello di una progressiva espansione della responsabilità, con effetti difficilmente prevedibili sul piano economico.

Le implicazioni per i mercati non sono marginali. Un aumento del contenzioso, unito a un quadro giuridico incerto, potrebbe tradursi in una revisione delle valutazioni delle grandi piattaforme e in una maggiore cautela da parte degli investitori. Più in generale, si introdurrebbe un elemento di instabilità in un settore che ha finora beneficiato di regole relativamente chiare. In termini finanziari, significa introdurre un rischio non lineare e difficilmente prezzabile: esattamente la tipologia di rischio che i mercati tendono a sottostimare fino al momento in cui si manifesta in modo discontinuo, correggendo bruscamente valutazioni e aspettative.

Nel dibattito pubblico emerge inoltre una significativa semplificazione: la rappresentazione degli utenti come soggetti passivi. In realtà, il comportamento digitale è il risultato di una responsabilità distribuita che coinvolge piattaforme, individui e contesto sociale. Trascurare questa dimensione significa attribuire tutto il peso a un unico attore, con evidenti distorsioni sul piano analitico e giuridico.

Infine, è necessario considerare la divergenza tra Stati Uniti ed Europa. Negli Stati Uniti il cambiamento avviene attraverso il contenzioso e le decisioni delle giurie. In Europa, invece, prevale un approccio regolatorio ex ante. Ciò rende improbabile un effetto domino automatico. Più realisticamente, queste vicende potranno essere utilizzate per rafforzare un impianto normativo già orientato a un forte intervento pubblico.

In conclusione, non siamo di fronte alla fine dell’impunità dei social, ma all’inizio di una fase di transizione incerta. Una fase in cui si tenta di adattare strumenti giuridici tradizionali a fenomeni tecnologici nuovi, con il rischio di produrre effetti non intenzionali. La questione non è se le piattaforme debbano essere più responsabili, ma come definire questa responsabilità senza compromettere la stabilità del sistema economico digitale.

Se questo equilibrio non verrà trovato, il punto non sarà più la regolazione dei social, ma la credibilità stessa del quadro in cui si formano i prezzi degli asset digitali. E quando viene meno la credibilità del quadro, i mercati non correggono gradualmente: si muovono per discontinuità.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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