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Sigonella 1985: l’ultimo sussulto della sovranità italiana
L’Italia frena i voli USA non autorizzati: le parole del Ministro Crosetto sull’uso delle basi militari riaprono il dibattito sulla sovranità nazionale. Un parallelo storico con la notte del 1985 in cui Bettino Craxi sfidò Washington.

Sigonella è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico. Non per un anniversario, né per una rilettura accademica, ma per una presa di posizione concreta dell’attuale ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha voluto chiarire con gli alleati americani un punto tutt’altro che formale: le basi militari presenti sul territorio italiano non possono essere utilizzate automaticamente per operazioni belliche senza una preventiva autorizzazione del governo italiano. Un richiamo che affonda le sue radici negli accordi bilaterali stipulati a partire dagli anni Cinquanta — in particolare nel quadro definito nel 1954 — che prevedono esplicitamente il principio della previa consultazione, una clausola spesso rimasta sullo sfondo, ma oggi ribadita in relazione alle tensioni nell’area del Golfo, escludendo un utilizzo automatico delle infrastrutture italiane come piattaforma logistica.
È proprio questo chiarimento a riaprire una questione più ampia, che sembrava archiviata: quella della sovranità nazionale esercitata nei fatti e non solo dichiarata nei principi, e inevitabilmente riporta alla memoria un precedente in cui l’Italia, in condizioni ben più tese, scelse di far valere fino in fondo le proprie prerogative.
C’è un momento, nella storia repubblicana italiana, in cui lo Stato smette di essere periferia e torna, per un istante, centro. È la notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella base di Sigonella, in Sicilia: una pista illuminata da riflettori, soldati armati, nervi tesi, e un confronto che non è solo militare ma simbolico. Da una parte gli Stati Uniti, potenza alleata e dominante; dall’altra l’Italia, che rivendica — con fermezza inattesa — la propria sovranità. È il punto più alto e, forse, irripetuto della politica estera italiana del dopoguerra.
Tutto nasce dal dirottamento della nave da crociera Achille Lauro da parte di un commando palestinese del Fronte per la Liberazione della Palestina. Il sequestro si conclude tragicamente con l’uccisione di un cittadino americano, Leon Klinghoffer, e la tensione internazionale esplode. Gli autori dell’azione, dopo la resa negoziata, vengono imbarcati su un aereo egiziano diretto verso il Nord Africa, ma gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Ronald Reagan, decidono di intervenire: caccia americani intercettano il velivolo e lo costringono ad atterrare a Sigonella, base NATO ma formalmente sotto giurisdizione italiana. È qui che la storia cambia direzione.
Quando l’aereo tocca terra, le forze speciali americane (i Delta Force) si preparano a prelevare i dirottatori, in una mossa unilaterale coerente con la logica imperiale americana ma in aperta violazione della sovranità italiana. Il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, reagisce: i carabinieri circondano l’aereo, poi circondano gli americani, mentre arrivano altri reparti. È una scena surreale, con alleati che si puntano le armi addosso, una guerra evitata per pochi metri e per qualche ordine trattenuto. Craxi non cede e rivendica il diritto dell’Italia a esercitare la propria giurisdizione: il crimine è avvenuto su nave italiana, dunque è l’Italia a dover giudicare. È una scelta politica, non solo giuridica, e soprattutto una scelta di dignità nazionale.
Sigonella non è solo un episodio, è un paradigma: per una notte, l’Italia dimostra di poter dire “no” all’alleato più potente del mondo, non per antiamericanismo ma per affermare un principio elementare, che la sovranità non è negoziabile. Eppure quella linea si interrompe lì.
Negli anni successivi, il processo di integrazione europea, la crescente dipendenza politico-militare e una classe dirigente sempre più incline alla subordinazione svuotano progressivamente la capacità italiana di agire come soggetto autonomo, e Sigonella resta così un unicum, un gesto isolato non replicato.
Oggi, a distanza di quarant’anni, la lezione di Sigonella appare rovesciata. In un’Europa che si proclama “Unione”, gli Stati membri — Italia in primis — sembrano aver interiorizzato una logica di rinuncia preventiva alla sovranità, non solo verso gli Stati Uniti ma anche verso istituzioni sovranazionali che non rispondono direttamente ai cittadini. La differenza è evidente: nel 1985 un governo italiano si assume il rischio di uno scontro diplomatico pur di difendere un principio, mentre oggi spesso si evita lo scontro anche quando sarebbe necessario. Non è un problema di alleanze, ma di postura.
Sigonella segna dunque uno spartiacque, non perché dopo di essa l’Italia perda formalmente la sovranità, ma perché smette di esercitarla con decisione. È l’ultimo momento in cui la politica italiana dimostra di saper coniugare appartenenza atlantica e autonomia nazionale, un equilibrio difficile ma non impossibile, come quella notte dimostrò.
La notte di Sigonella non fu un incidente diplomatico, ma un atto di sovranità, e proprio per questo resta ancora oggi una lezione scomoda. Perché ricorda che la sovranità non si perde per imposizione esterna, ma per abitudine interna alla rinuncia, e che, quando uno Stato decide di esercitarla davvero, anche gli equilibri più consolidati possono essere messi in discussione. Per una notte, l’Italia lo fece. Poi smise.
Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.







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