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O SI CAMBIA O SI MUORE: MA COME?

 

 

Prima di scrivere di una determinata situazione politica bisognerebbe conoscere i particolari, indagare a fondo, esaminare perfino i retroscena. Ma questo principio vale per le situazioni dubbie e complesse: e non tutte lo sono. Che la Germania avesse perso la guerra era chiaro sin dal 1943, e addirittura evidente nel 1944. Il fatto che Hitler abbia voluto proseguire la lotta è stato soltanto un’ulteriore prova della sua follia criminale e del suo straripante egoismo. Sapendo che infine si sarebbe suicidato, si è procurato a spese dell’umanità, e soprattutto della Germania, qualche settimana in più di miserabile vita.

Anche l’attuale situazione dell’Europa – pur se infinitamente meno drammatica – è molto chiara. Per comprenderne l’essenziale non si richiede nessuno studio particolare. Allora la Germania si avviava verso una immane catastrofe, oggi l’Ue percorre rassegnata la via crucis di una inarrestabile crisi esistenziale di cui non si conoscono gli esiti. Ma non sta bene parlarne. In ambito comunitario si affetta la serenità di chi intravede ogni giorno positivi sviluppi ed è disposto a scambiare per aurora il riflesso di un incendio.

Matteo Renzi però non si è adagiato su questo schema assurdamente consolatorio. Con piglio da condottiero ha detto ai colleghi di Strasburgo che l’Europa o cambia o muore. Naturalmente – dal momento che il continente non può morire – parlava delle istituzioni comunitarie. Intendeva che la stagnazione è interminabile, che il debito pubblico continua a crescere, che non si intravede uno sbocco, che la situazione potrebbe portare ad una crisi mortale: e così ha sfondato una porta aperta. Il problema infatti non è se l’Europa possa continuare così (cosa che il buon senso esclude) ma sapere se ci si possa mettere rimedio. E, se sì, quale.

Se le autorità europee pensano che si possa scendere indefinitamente la china, sono ubriache di ottimismo. Se pensano che l’Europa, senza nessuna ragione, possa improvvisamente risorgere dalle sue ceneri e mettersi a correre verso la prosperità, vispa e priva di debiti, credono ai miracoli. Molto più probabilmente usano un double standard, una verità per sé stessi, una verità per i popoli. Sanno benissimo che quasi tutto va male; che le prospettive non sono rosee, neanche per la Germania; che la bonanza borsistica potrebbe scoppiare da un istante all’altro, ma non sanno che cosa bisognerebbe fare, per salvare capra e cavoli. Forse reputano il problema insolubile. Oppure ognuno ha la sua ricetta e nel dubbio non si muove nessuno. Anche perché il primo che si muove la paga cara.

È inutile dire che l’Europa “o cambia o muore”. Quando non si conosce un rimedio ufficiale per salvare il malato, il medico prudente si astiene da ogni tentativo azzardato. Infatti, se il paziente muore dopo il suo tentativo, nessuno si ricorderà che il poveraccio era destinato a morire e tutti accuseranno il medico di averlo ucciso. Probabilmente una volta o l’altra i fatti decideranno da soli in che modo deve cambiare l’Eurozona. E si tratterà di un momento doloroso. Ma se i governanti tentassero di attuare loro stessi quel cambiamento, quanto meno per governarlo invece di subirlo, tutti gli darebbero la colpa delle sofferenze e nessuno gli sarebbe grato di avergliene forse evitato di peggiori.

La crisi europea potrebbe improvvisamente aggravarsi nel modo più drammatico, anche a causa di un episodio di isterismo borsistico, ma da un lato i governanti non sono d’accordo su che cosa fare, dall’altro, anche a saperlo, non oserebbero farlo. Neppure la “flessibilità” di cui parla il governo italiano – e cui ognuno dà un significato diverso – è con certezza una buona ricetta. Come ha detto seccamente Jens Weidmann, della Bundesbank, allentare i cordoni della borsa non è una soluzione: i debiti non sono la soluzione della crisi, sono quelli che l’hanno provocata.

Se si fosse tentato di riprendere la via della ragionevolezza anni fa, quando il debito pubblico era ancora piccolo, l’Italia forse avrebbe potuto salvarsi. Invece attualmente di quel fardello non riusciamo neanche a bloccare l’incremento. La stessa Francia, che prima appariva in condizioni tanto migliori, sta aumentando il suo debito in modo allarmante, e ormai nessun tipo di politica economica potrà risanare questi due giganti. Soprattutto dal momento che essi sono statalisti e tendenzialmente collettivisti.

Ed eccoci tutti inerti ad aspettare il seguito. Si dice che Renzi sia andato a sbattere contro il rigore tedesco ma forse più semplicemente è andato a sbattere contro un taciuto muro di paura. La paura tedesca, francese, italiana, la paura di tutti di compromettersi con l’azione.  E così il continente continua ad andare avanti, senza nessuno al timone.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

4 luglio 2014

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