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Se ci sei Europa batti un colpo: firmato United States of America
L’ultimatum degli USA alla Conferenza di Monaco: basta tecnocrazia e deindustrializzazione. L’Europa deve investire nell’economia reale e nella difesa per ritrovare l’autonomia strategica e non diventare l’anello debole dell’Occidente.

Ciò che è accaduto a Monaco la scorsa settimana non può essere archiviato come un ordinario passaggio diplomatico. È stato, piuttosto, un atto politico di rottura, un richiamo esplicito e inequivocabile rivolto a un’Europa che da troppo tempo aveva smarrito la propria voce, la propria funzione e, soprattutto, la propria identità. Il confronto tra l’Unione europea e i vertici dell’amministrazione statunitense ha segnato un punto di non ritorno: l’Occidente non può più permettersi un’Europa ripiegata su se stessa, paralizzata da ideologie autoreferenziali e distante anni luce dalla realtà geopolitica.
Quel confronto si inserisce in una traiettoria già tracciata. Il discorso pronunciato mesi fa dal vicepresidente americano aveva avuto il merito di dire ciò che a Bruxelles nessuno aveva il coraggio di ammettere: l’Europa si era trasformata in un’entità normativa ipertrofica e politicamente irrilevante. A Monaco, quel messaggio non solo è stato confermato, ma reso strutturale. Gli Stati Uniti hanno chiarito che l’epoca dell’ambiguità è finita.
Il punto centrale è stato ribadito con forza: tra Stati Uniti ed Europa esiste un filo indissolubile di civiltà, di valori, di storia condivisa. Non è una formula retorica, ma l’architrave dell’ordine occidentale. Quel filo, però, non è eterno per definizione. Va preservato, alimentato, difeso. E non può sopravvivere se una delle due sponde abdica sistematicamente al proprio ruolo, rifugiandosi in una neutralità di comodo che è, nei fatti, una forma di deresponsabilizzazione.
Negli ultimi anni l’Europa ha scelto la strada opposta. Ha preferito rifugiarsi nei palazzi di Bruxelles, coltivando l’illusione tecnocratica secondo cui regolamenti, vincoli e narrazioni morali potessero sostituire la politica, l’economia reale e la strategia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita stagnante, consenso popolare eroso, deindustrializzazione progressiva e un ruolo geopolitico ridotto a quello di spettatore commentatore degli eventi altrui.
A Monaco, tuttavia, è emerso un elemento nuovo e decisivo. Gli Stati Uniti d’America hanno chiarito di non essere più disponibili a svolgere il ruolo di tutori permanenti dell’Europa. Il tempo dell’Occidente a trazione esclusivamente americana è finito. Non per disimpegno, ma per maturazione del contesto globale. In un mondo in cui i confini tradizionali si sono dissolti e la competizione è diventata sistemica, la sicurezza non è più un bene delegabile, ma una responsabilità condivisa.
Il messaggio è stato inequivocabile: l’Europa non può continuare a comportarsi come un “minore da proteggere” sotto l’ombrello strategico altrui. Deve diventare soggetto adulto. Questo significa assumersi oneri, non solo onori. Significa investire seriamente nella propria difesa, nelle spese militari, nella capacità di deterrenza. Non per vocazione bellicista, ma per credibilità politica. Perché senza capacità di difesa non esiste autonomia strategica, e senza autonomia strategica non esiste sovranità.
In questo contesto, l’intervento americano ha assunto il valore di una scossa salutare. Non un atto di arroganza, ma una presa d’atto. Gli Stati Uniti hanno dichiarato senza infingimenti di voler tornare a esercitare un ruolo da protagonisti sulla scena globale. Ma hanno anche chiarito che l’Occidente non può più reggersi su un equilibrio asimmetrico, in cui uno paga, protegge e decide, mentre l’altro predica e rinvia.
Va riconosciuto che questa scossa porta una firma precisa: quella dell’amministrazione Donald Trump. È stata essa a rompere il linguaggio diplomatico ovattato, a smascherare le contraddizioni europee, a costringere l’Unione a guardarsi allo specchio. Un’operazione scomoda, ma necessaria. Perché l’Europa, così com’è oggi, non è né temuta né ascoltata.
La vera questione, ora, è se l’Unione europea sia in grado di reagire. Può liberarsi dall’ostaggio ideologico che l’ha imprigionata? Può abbandonare politiche che non hanno prodotto né crescita né consenso, ma solo marginalità economica e irrilevanza strategica? Può accettare l’idea che sicurezza, difesa e responsabilità non siano parole scomode, ma prerequisiti della libertà?
A Monaco si è intravisto un segnale, forse timido ma reale: il disagio europeo. Non indignazione, non rifiuto, ma consapevolezza. La consapevolezza che continuare su questa strada equivale ad accettare un ruolo di secondo piano nel mondo che si va ridefinendo.
Il messaggio americano è stato chiaro come un ultimatum politico: se l’Europa c’è, batta un colpo. Non domani, non con l’ennesima dichiarazione di principio, ma ora. Perché il tempo della rendita storica è finito. E senza una scelta netta, l’Europa rischia di diventare non il cuore dell’Occidente, ma il suo anello debole.








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