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SCIOPERO ECONOMICO, SCIOPERO POLITICO

 

In un Paese come l’Italia in cui il mercato del lavoro è da sempre vischioso e attualmente addirittura agonizzante, il licenziamento si traduce facilmente nell’impossibilità di trovare un’altra occupazione. In queste condizioni, la perdita del lavoro è spesso una tragedia. Dunque si comprende la rabbia cieca, la disperazione e persino la voglia di sfasciare tutto di chi, senza colpa, si vede crollare il mondo addosso.

Lasciando da parte ogni discussione teorica sulle cause e sulle possibili soluzioni del problema della  disoccupazione, si possono esaminare le reazioni dei lavoratori e dei sindacati quando le grandi imprese sono in crisi. Da molti decenni le risposte sono fondamentalmente due: lo sciopero e la richiesta d’intervento dello Stato.

Lo sciopero è una forma di pressione con la quale i lavoratori si astengono dalle loro normali prestazioni e impediscono all’impresa di fare profitti mentre le spese fisse continuano a correre. L’intento è quello di forzare il datore di lavoro a concedere almeno una parte di ciò che è richiesto. Lo sciopero dunque in tanto ha un senso in quanto la richiesta dei lavoratori abbia la possibilità di essere accolta. Se per esempio il salario è scarso e i profitti dell’impresa sono alti, lo sciopero tenderà, con buone possibilità di successo, a realizzare un migliore equilibrio. Lo sciopero invece non ha senso se l’impresa  è già marginale perché  si limiterebbe ad accelerarne il fallimento, con conseguente perdita di tutti i posti di lavoro.

Quello enunciato è tuttavia soltanto un principio economico. Nella realtà concreta, quando si tratta di grandi imprese, l’economia si intreccia con la politica. Se un corniciaio chiude e licenzia i suoi due addetti, la cosa non commuove nessuno. Anche se le famiglie dei due addetti affronteranno poi la stessa tragedia che affronterebbero se fossero in compagnia di centinaia di altre. E tuttavia la cosa fa differenza, dal punto di vista dell’opinione pubblica. Quando i lavoratori di una grande impresa sono migliaia, e sono sostenuti da quegli stessi sindacati che non si sono attivati per gli operai del corniciaio, sono in grado di occupare la fabbrica, di fare manifestazioni di piazza, di avere protettori in Parlamento, di creare problemi d’ordine pubblico e d’immagine per il governo. Il risultato è che lo sciopero diviene politico.

 Economicamente, se un’impresa intende chiudere, è chiaro che non ha più convenienza a tenere aperta la fabbrica. Lo sciopero “politico” non cerca dunque d’indurre il datore di lavoro a fare qualcosa, perché non si può minacciare nulla a chi è pronto a chiudere l’impresa: esso chiede puramente e semplicemente l’intervento dello Stato. Questo può agire come mediatore – quando una mediazione è possibile – e spesso come benefattore. Infatti può sovvenzionare l’impresa in crisi (a spese dei contribuenti); può nazionalizzarla (provvedimento di solito disastroso, e sempre a spese dei contribuenti); può concedere sovvenzioni a fondo perduto (a spese dei contribuenti); può offrire lunghi e generosi sussidi con la cassa integrazione guadagni; può forzare, nella misura del possibile, l’impresa a non chiudere, magari offrendole sgravi fiscali o altri vantaggi economici (sempre a spese dei contribuenti). Certo non può cambiare la realtà economica. Questo genere di soluzioni ha condotto a costosi disastri imprenditoriali come l’Alitalia, la cui flotta aerea vola pur essendo tecnicamente fallita. Un po’ come quel personaggio dell’Orlando Innamorato che andava combattendo ed era morto.

Lo sciopero economico tende ad ottenere migliori condizioni di lavoro; lo sciopero politico è un’arma dei lavoratori contro lo Stato affinché, a spese dell’erario, faccia ottenere ad alcuni privilegiati dei vantaggi antieconomici. Privilegiati non perché lavorare sia un privilegio, ma perché lo Stato non interviene a favore di tutti. Nelle piccole imprese non solo i lavoratori non sono protetti dallo Stato, ma rischiano, se protestano, di essere licenziati.

Per accennare ad un fatto di cronaca, nel caso della ThyssenKrupp di Terni bisogna stabilire se lo sciopero sia economico o politico. Nel primo caso ogni persona per bene dovrebbe sostenerlo; nel secondo caso, pur essendo disposti a piangere con i lavoratori licenziati, bisognerebbe ricordare che la loro tragedia è anche quella di migliaia di altri che nessuno soccorre.  I disoccupati in Italia sono più di tre milioni. O lo Stato sana tutte le situazioni in cui si hanno dei licenziamenti oppure, secondo giustizia, e secondo l’art.3 della Costituzione, dichiara che non può intervenire solo per alcuni.

Ma queste sono argomentazioni fondate sull’economia e sul diritto. Dunque ragionamenti che, in politica, non valgono niente.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

31 ottobre 2014

 

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