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“Nun po’ jesse cchiù scurde d’a’ mezzanotte”

mezzanotte

 

 

 

 

 

“non può essere più scuro della mezzanotte” E chi l’ha mai detta una simile cosa? Se volessimo andare per proverbi e frasi fatte mi viene in mente questa: “al peggio non c’è mai fine”.

E infatti, come volevasi dimostrare, sono di oggi i dati impietosi rilasciati da SVIMEZ:                                               <Nel 2014 il PIL del sud Italia calerà del -1,5%, rispetto al -0,4% nazionale. Gli occupati nel meridione sono il numero più basso da quanto esistono le serie storiche (1977): 5.5 milioni in tutto, con una disoccupazione superiore al 20% e con quella giovanile ben oltre il 50%. Solo una donna su 3 lavora. La mortalità ha superato la natalità: bisogna tornare al 1871 per trovare un dato peggiore.>

Il Sud è morto. Non vi è altra definizione possibile.

Il dato che più mi ha sconvolto è quello inerente le nascite: avete presente in che periodo storico si era nel 1871? Eravamo in piena OCCUPAZIONE da parte dei savoy: il mezzogiorno era in guerra e moltissima gente, soprattutto nei ceti più abbienti, decise deliberatamente di espatriare in Sudamerica per non dover giurare fedeltà al nuovo regno imposto coattivamente. L’intero meridione nell’arco dei 30 anni successivi alla unificazione fu depredato, deindustrializzato e descolarizzato. I nostri bisnonni tornarono all’anno zero  nell’arco di una generazione. Ebbene, non si possono mettere al mondo figli in tempi di guerra e tant’è. Eppure sino a poco tempo fa i figli si facevano soprattutto al sud, dove l’unità famigliare SOPPERIVA, anzi spessissimo si SOSTITUIVA, alla cronica mancanza di Stato. Questo significa che:  1) è finita o sta per finire anche la ricchezza delle famiglie; 2) TROPPI giovani stanno abbandonando il clima mediterraneo alla ricerca di condizioni di vita migliori in nord Europa o ancora più lontano.

A questo ritmo, tra 50 anni, al sud resteremo solo vecchi e senza bambini. Siamo destinati all’estinzione: dove non potettero fenici, greci, romani, turchi, barbari, normanni, spagnoli e chi più ne ha più ne metta, poté la deflazione.

Ieri, dopo molto tempo, ho visto un format su “la7”: ospiti in studio, il piddino fassina, un imprenditore del nord di cui non ricordo il cognome, farinetti, il reuccio del food e un professore siciliano (se l’accento non mi ha ingannato) che insegna economia ad Oxford. Tra i servizi mandati in onda ben 2 riguardavano il sud.

Il primo ha parlato dello sfruttamento in agricoltura nel ragusano, dove non è più neanche il caso di parlare di “nero” ma di vera e propria riduzione in schiavitù. Sembra che i rumeni abbiano soppiantato completamente non i siciliani ma, addirittura, tunisini e marocchini: generalmente vengono reclutati a coppia (marito e moglie) con paga di 30 €uro al giorno (15 a testa) tutt’incluso, compreso anche i “servigi” sessuali che la donna deve compiere obbligatoriamente al relativo donatore di lavoro, pena il licenziamento e senza beccare un quattrino di quanto già lavorato. Potrei scrivere per ore circa lo sfruttamento nel foggiano: nei campi si parla rumeno, bulgaro e africano. Sono soprattutto essi che si occupano della raccolta di pomodoro, olive, carciofi, arance ecc. O lo fa direttamente il proprietario con l’aiuto della famiglia se si tratta di piccoli appezzamenti o viene il “padroncino” (una volta si chiamava caporale) con una nutrita ciurma di aspiranti schiavi. Tutto questo a causa del “liberomercato” che ha aperto i portoni – senza dazi per gli importatori – a merce che può liberamente arrivare da dove basta un DOLLARO al giorno per avere uno schiavo a disposizione per 15/16 ore di fatica. Tutto questo è stato presentato e venduto in nome della concorrenza che avrebbe abbassato i prezzi, ma a quale IMMANE prezzo non l’hanno detto. Non sarà mica per lo stesso motivo che non si è contrastata a dovere l’immigrazione clandestina così come lo si fa e lo si è fatto in altri Paesi di U€? Non sarà mica che, per caso, tutto ciò abbia a che fare con la famosa “curva di Phillips”? Siamo così sicuri che il Bangladesh non l’abbiamo già dentro casa e da diversi anni?

L’altro servizio parlava di una azienda di alta tecnologia meccanica (elicotteri) nel napoletano, dove giovanissimi e meridionalissimi ingegneri meccanici lavoravano (anche molto contenti) per la folle somma di 1200 €uro al mese.

Questo è il futuro che si prospetta per i figli del sud: o 30 €uro nei campi da ilota, o 50 €uro, da super laureato, in una privata azienda o EMIGRARE.

Mi ha molto ben impressionato il giovane professore di Oxford, nonché certe espressioni facciali dell’ on fassina: egli, del resto, sa benissimo come stanno realmente le cose ma, evidentemente, la codardia e l’attaccamento ad una cadrega, anche se non più scontatissima, non gli fanno prendere il coraggio di fare la cosa giusta: dimettersi dal PD e rinnegare quanto fatto sino ad ora.

L’imprenditore del nord porta avanti con tracotanza le idee di CONFINDUSTRIA, applaudendo l’operato del governo: altra faccia corrucciata di fassina con conseguente discussione accesa.

Il reuccio del food, amicone del pentolaio di governo, per far crescere il PIL, vorrebbe raddoppiare l’export e il turismo straniero e per farlo vorrebbe trasformare l’Italia meridionale in un porto franco come quello messo su dalla Spagna alle Baleari. Per giunta restando nell’€uro. Altra faccia brutta di fassina e pesante scontro verbale con l’oxfordiano che fa notare a chiarissime lettere che siamo in queste miserrime condizioni grazie alle regole calate dall’alto dalla U€, supinamente firmate dai nostri politici, e che NON potrà MAI esserci crescita senza una FORTE ripresa interna. (Non conosco la posizione riguardo all’€uro dell’oxfordiano ma penso che sia quantomeno scettico.)

Finita la trasmissione, che mi ha lasciato l’amaro in bocca e con un profondo senso di impotenza e d’angoscia, resto sempre della mia idea: il sud avrebbe bisogno, ora più che mai, di una sua moneta e di una politica industriale e sociale adeguata alle sue enormi potenzialità. Ma a sud si è sempre preferito il sussistenzialismo: far governare gli altri e infilarsi tra le pieghe del sistema, accontentandosi il più delle volte delle briciole.

Roberto Nardella

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