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Sanzioni alla Russia: così l’Europa si fa male da sola

Mentre Mosca riorienta le esportazioni verso Asia e Paesi emergenti, l’Unione Europea paga energia più cara e perde competitività. Il risultato è una strategia che non indebolisce la Russia, ma pesa su imprese e famiglie europee.

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Sanzioni ed energia: l’Europa tra velleità geopolitiche e autolesionismo economico

A oltre quattro anni dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, la politica sanzionatoria dell’Unione Europea in campo energetico può essere letta per ciò che è diventata nei fatti: non uno strumento efficace di pressione geopolitica, ma un meccanismo che ha finito per colpire in misura significativa proprio l’economia europea. In altri termini, più che sanzionare la Russia, l’Europa ha finito per auto-sanzionarsi.

L’impianto originario era chiaro: ridurre le entrate energetiche di Mosca per limitarne la capacità di finanziare il conflitto. Prima della guerra, circa il 40% del gas importato dall’UE e oltre un quarto del petrolio provenivano dalla Russia. Interrompere questo flusso significava colpire una leva cruciale. Ma tra teoria e realtà, come spesso accade, si è aperto uno scarto profondo.

Nel volgere di pochi anni, l’Europa ha ridefinito le proprie fonti di approvvigionamento: GNL statunitense, forniture da Norvegia, Algeria e Qatar, maggiore competizione globale sulle risorse. Il prezzo di questo riassetto è stato elevatissimo. Il gas europeo, che prima del 2022 viaggiava tra i 15 e i 25 €/MWh, ha registrato punte superiori ai 300 €/MWh, con effetti diretti su inflazione, costi industriali e potere d’acquisto. Oggi le imprese europee pagano l’energia anche tre-quattro volte più delle concorrenti americane, con un impatto diretto sulla competitività industriale.

Nel frattempo, la Russia non è stata affatto espulsa dal mercato energetico globale. Ha semplicemente cambiato destinazione ai propri flussi. Cina e India hanno aumentato in modo significativo gli acquisti di greggio russo, beneficiando anche di prezzi scontati. Le esportazioni russe verso l’India, ad esempio, sono cresciute di oltre dieci volte rispetto ai livelli pre-2022, consentendo a Mosca di mantenere entrate rilevanti. Ancora oggi, le entrate energetiche rappresentano circa un terzo del bilancio federale russo, segno che la leva sanzionatoria non ha inciso in modo decisivo.

Non solo. Il sistema sanzionatorio si è rivelato permeabile. La cosiddetta “flotta ombra” consente di aggirare i tetti di prezzo e mantenere attivi i flussi commerciali, rendendo il mercato meno trasparente ma non meno operativo. Il risultato è un paradosso evidente: il commercio continua, ma fuori dai circuiti occidentali, mentre l’Europa sostiene costi più elevati per approvvigionarsi altrove.

Il punto è che il problema non è più la Russia. Il problema, ormai, è la strategia europea. A rendere il quadro ancora più fragile interviene oggi il fattore geopolitico mediorientale. Le tensioni con l’Iran e l’instabilità nei Paesi del Golfo riportano al centro dello scenario lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. È sufficiente un aumento del rischio percepito per innescare rialzi immediati dei prezzi energetici. E in un contesto già segnato da costi elevati, l’Europa si trova esposta più di altri.

Qui emerge l’asimmetria più evidente. L’Unione Europea si è vincolata a una linea rigida, mentre altri attori globali mantengono margini di adattamento. Gli stessi Stati Uniti mostrano segnali di possibile revisione dell’approccio sanzionatorio. In un mercato globale, chi si autoimpone restrizioni senza che gli altri facciano altrettanto non esercita leadership: si espone deliberatamente a uno svantaggio competitivo.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: le sanzioni hanno davvero raggiunto l’obiettivo di comprimere la capacità finanziaria russa in misura tale da giustificare i costi sostenuti dall’Europa? I dati suggeriscono una risposta scomoda. La Russia continua a finanziare il proprio apparato bellico; l’Europa continua a pagare energia più cara.

Proseguire su questa strada senza una revisione critica rischia di trasformare una scelta politica in un errore strategico strutturale. Perché se il fornitore trova nuovi clienti e il cliente storico paga di più per alternative meno efficienti, la leva sanzionatoria perde efficacia e diventa un vincolo autoimposto.

Non si tratta di negare le ragioni politiche o morali alla base delle sanzioni, ma di valutarne l’efficacia concreta. In economia, gli strumenti si giudicano dai risultati, non dalle intenzioni. E quando i risultati divergono dagli obiettivi, perseverare non è segno di coerenza, ma di ostinazione strategica.

Ed è forse questo il punto più scomodo da ammettere. L’Europa, nel tentativo di indebolire la Russia, ha finito per indebolire soprattutto sé stessa.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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