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Salari e Profitti

Vi proponiamo questo articolo di 3 anni fa, di Giulio Zanella su NoisefromAmerika:

 

La discussione della “lettera degli economisti” su questo blog ha suscitato vive reazioni sia sullo stile sia sul metodo (espresse in corrispondenza privata che non può essere resa pubblica) che hanno offuscato, in particolare, le obiezioni al contenuto empirico della lettera. Questo è un peccato perché anche se non si è d’accordo sulla teoria non si può non essere d’accordo sui fatti rilevanti. Questo post contribuisce alla discussione riassumendone alcuni.

1. Breve premessa metodologica

I fatti sono importanti perché consentono un primo, rudimentale test della teoria. Questo semplice punto può essere illustrato descrivendo una semplice metodologia di ricerca che possiamo chiamare “scientifica”.

Supponiamo di aver osservato l’evento E e di voler capire cosa l’ha causato. Gli scienziati sociali sono meno fortunati degli scienziati naturali e non possono replicare in laboratorio eventi come una crisi finanziaria o una recessione. Uno scienziato sociale, tipicamente, costruisce una teoria e la utilizza poi come un laboratorio virtuale: altera alcune variabili esogene e vede cosa succede a quelle endogene. Immaginiamo di concludere, facendo esperimenti in questo laboratorio virtuale, che l’evento E è causato da un insieme di eventi che chiamiamo C. In altre parole, secondo la teoria che abbiamo costruito C è condizione necessaria per E: senza C non può esserci E, ovvero:

E => C.

Il passo successivo è raccogliere dati, se esistono, su C. Se questi dati esistono è certamente una buona idea analizzarli. Se uno è scettico (ed è libero di esserlo) su tecniche statistiche o econometriche sofisticate può semplicemente dare un’occhiata ai dati “grezzi”, ossia andare almeno a vedere se C si è verificato oppure no. È vero che anche questi dati che chiamo “grezzi” sono spesso stime che presuppongono una teoria (per misurare ci vuole pur sempre una teoria), ma anche in questi casi derivano dall’applicazione di metodologie statistiche di base che richiedono assunzioni minime. Se qualcuno degli eventi in C non si è verificato c’è qualcosa che non va nella teoria, perché la teoria diceva che questi erano necessari al verificarsi di E.

Oppure analizzando i dati si può scoprire che C si è verificato assieme a D e che D contraddice la teoria che si sta utilizzando. Guardare i dati, insomma, è molto importante. Ed è anche facile di questi tempi.

2. Il contenuto empirico della “lettera degli economisti”

Dopo questa premessa metodologica veniamo dunque al contenuto empirico della “lettera degli economisti”. Il passaggio cruciale è la spiegazione della crisi, ossia della “Grande Recessione” del 2007-2009. Si legge nella lettera:

questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori

Si sta cioè affermando che la crisi è principalmente spiegata dall’interazione di due cause remote: l’aumento della produttività del lavoro e un ristagno o declino del reddito disponibile dei lavoratori. Per entrambe queste variabili sono disponibili serie storiche internazionali. Assumo che siamo tutti d’accordo che i dati possiamo prenderli per buoni, se no non c’è più nulla di cui discutere e tutto torna nel dominio delle opinioni.

Fatti 1, 2, e 3. La figura 1 riporta l’indice di produttività del lavoro (fonte: statistiche OCSE). L’indice è posto convenzionalmente pari a 100 nel 2000 e rappresenta l’andamento del valore aggiunto lordo a prezzi costanti per ora lavorata per l’economia nel suo complesso. La figura 2 riporta invece la quota di prodotto interno lordo distribuita al lavoro dipendente (al netto delle imposte e dei contributi a carico del lavoratore) la cosiddetta labor share (fonte: Eurostat per Area Euro e Giappone; Bureau of Economic Analysis per gli USA). La linea rossa verticale in queste e nelle altre figure indica il 2007, quando è ufficialmente iniziata la “Grande Recessione”. La produttività del lavoro è crescente in tutte le economie rappresentate (ad eccezione dell’Italia, dove ristagna da 10-15 anni). La labor share negli ultimi trenta anni è stata pressoché costante in USA e UK, crescente in Giappone e in declino in Italia. Tuttavia in Italia la labor share è visibilmente aumentata negli ultimi 10 anni, proprio mentre la produttività del lavoro ristagnava, il contrario di quello che si legge nella citazione riportata sopra. La figura 3 riporta la relazione tra crescita della produttività reale oraria del lavoro e salario reale orario dal 1996 al 2008 nei sei paesi che sto considerando. Qui la linea rossa è la linea a 45 gradi. Il periodo è ristretto a 1996-2008 perché nelle statistiche OCSE non ho trovato dati sulla crescita dei salari orari prima del 1996 in Francia e Germania. Inoltre in questo database il salario reale orario per l’Italia non è disponibile per l’economia nel suo complesso ma solo per il settore manifatturiero.

 

Figura 1. Produttività del lavoro.

labor productivity

 

Figura 2. “Labor share

labor share

 

Figura 3. Crescita della produttività e crescita dei salari.

proctivity growth and wage growth

 

Conclusione 1. Se mettiamo insieme i due dati su produttività del lavoro e labor share concludiamo che negli ultimi trent’anni la capacità di consumo dei lavoratori dipendenti è cresciuta proporzionalmente alla crescita della produzione in USA, UK, Francia e Giappone (ricevere una quota non decrescente di una quantità crescente vuol dire ricevere una fetta sempre più grande in termini assoluti), e meno che proporzionalmente in Germania. In Italia la dinamica è stata simile a quella tedesca ma si è invertita nel 2000. Se andiamo indietro al 1970 vediamo invece che nel Regno Unito c’è stata una dinamica simile a quella italiana fino al 2000 ma concentrata in un solo decennio (un cambiamento notevole). In particolare, non sembra esserci alcun ristagno della capacità di consumo dei lavoratori dipendenti negli USA, dove la crisi che si vuole spiegare si è originata. Il dato su crescita dei salari e della produttività mostra inoltre due fatti: primo, a eccezione del Giappone (che è un caso a parte dal 1990 in poi per ragioni ben note) i salari sono cresciuti più rapidamente della produttività del lavoro nei paesi rappresentati; secondo, in Italia sono cresciuti ancora più rapidamente (sempre relativamente alla produttività) che in USA, UK, Francia e Germania.

Ma cosa è successo in Italia e in Germania? Chi ha espropriato i lavoratori di 5-10 punti di PIL negli ultimi trent’anni?

Fatti 4 e 5. La riposta si può leggere nelle figure 4 e 5, che completano la figura 2 riportando la capital share (espressione forse impropria ma che uso per brevità per indicare i redditi percepiti sotto forma di rendimento delle proprietà immobiliari, profitti, interessi) e la government share (imposte e tasse sulla produzione, al netto dei trasferimenti, e sulle importazioni). Negli ultimi trent’anni in Germania la capital share è aumentata di soli due punti percentuali, mentre in Italia è diminuita.

Per l’Italia salta subito agli occhi l’abnorme dimensione di questa quota: il Bel Paese sembra essere il paradiso dei capitalisti e dei rentiers. Questo numero riflette l’elevata incidenza del lavoro autonomo in Italia (si veda la figura 6 sotto che riporta la percentuale di lavoratori autonomi, self-employment, sul totale dell’occupazione, costruita utilizzando ancora le statistiche OCSE sul lavoro. Questa figura suggerisce, incidentalmente, che l’elevato numero di lavoratori autonomi in Italia non sembra essere causato dalla recente e certamente deprecabile pratica di assumere lavoro dipendente facendo passare gli impiegati per lavoratori autonomi). L’elevata capital share in Italia riflette però anche il modo in cui (non) funziona la concorrenza in Italia. Dove c’è molta concorrenza (USA, ad esempio) la capital share è relativamente bassa (il Giappone è, di nuovo, un’eccezione a causa degli eventi post-1990). Questi punti meriterebbero un post a parte ed esulano comunque dal mio obiettivo. La cosa rilevante è la seguente.

Conclusione 2. Non sono stati i (ben pasciuti, por supuesto) capitalisti e rentiers nostrani ad espropriare i lavoratori italiani di 10 punti di PIL dalla fine degli anni 70 a oggi, ma sono stati i nostri governi. Questo è evidente dall’esplosione della government share in Italia riportata nella figura 5. Stessa cosa, sebbene in modo meno drammatico, vale per la Germania. Se la spiegazione della crisi contenuta nella parte della lettera citata sopra vale per Italia e Germania allora segue logicamente da questi dati che l’origine del male non sta né nel capitalismo né nel mercato, ma nell’azione dei governi. Cioè chi sottoscrive la lettera e accetta questi dati deve concludere che è lo stato che negli ultimi trent’anno ha fatto male ai lavoratori, non il mercato o il capitalismo (a meno che in Italia e in Germania i governi non siano da trent’anni e più il braccio politico dei suddetti capitalisti e rentiers). Fa eccezione il Regno Unito, dove negli anni ’80 (ma non recentemente) c’è stata redistribuzione dal reddito da lavoro dipendente al reddito da capitale e proprietà, ma anche in questa eccezione si vede che il governo ha eroso parte della quota del lavoro.

Questo dicono i dati disponibili. Io non vedo sufficiente evidenza in favore della spiegazione della crisi contenuta nella “lettera degli economisti”. Se sbaglio correggetemi.

 

Figura 4. “Capital share

capital share

 

Figura 5. “Government share

government share

 

Figura 6. Incidenza del lavoro autonomo

self-employment

Antonella Stirati ha commentato su “economia e politica” il mio post estivo sulla dinamica delle quote dei fattori. In questo post replico alle due obiezioni avanzate contro il mio argomento.

Le due conclusioni, che raggiungevo mediante un’analisi informale dei dati sulla composizione del prodotto interno lordo (PIL) per tipo di reddito, erano le seguenti:

  1. La riduzione della capacità di consumo dei lavoratori dipendenti dal 1970 al 2007 (misurata dalla quota dei redditi da lavoro sul PIL), appare piuttosto modesta rispetto alle proporzioni del patatrac del 2008-2010, che con tale dinamica la “lettera degli economisti” vuole spiegare, sia negli Stati Uniti sia in Europa.
  2. In Italia la riduzione è stata più consistente che altrove ma appare legata in rapporto 1-1 all’aumento delle imposte nette su produzione e importazioni, piuttosto che all’aumento della quota dei redditi da capitale.

Le corrispondenti obiezioni di Antonella si riassumono così:

  1. La misura dei redditi da lavoro da me utilizzata includeva il solo lavoro dipendente. Il calcolo corretto della “quota lavoro” va fatto attribuendo ai redditi da lavoro la parte di reddito dei lavoratori autonomi imputabile esclusivamente al loro lavoro.
  2. Le imposte nette sulla produzione sono irrilevanti in questo ragionamento perché il calcolo delle quote “lavoro” e “capitale” va fatto (o può essere fatto) considerando non il PIL ai prezzi di mercato ma il PIL al costo dei fattori (che è dato dalla differenza tra il primo e le imposte nette su produzione e importazioni).

In questo post argomenterò che la prima obiezione è sicuramente fondata, oltre che ben nota, ma l’alternativa è alquanto problematica e genera risultati ambigui e quindi difficili da interpretare. Per quanto riguarda la seconda obiezione, invece, argomenterò che la dinamica delle imposte nette su produzione e importazioni in Italia è tutt’altro che irrilevante per capire l’evoluzione della distribuzione funzionale del reddito. Parlo di “argomentazioni” perché questo è un post: seppur rigoroso non è un articolo scientifico e non pretende di essere tale.

Inizio, a beneficio del lettore non specialista, con alcune definizioni per rendere chiaro ciò di cui stiamo parlando. Quelle essenziali le ha già date Antonella nel suo articolo, le riassumo qui assieme ad altre. Chi ha passato il corso di macroeconomia 1 può saltare a pié pari il prossimo paio di paragrafi :-).

Uno dei modi per stimare il PIL è guardare ai redditi degli agenti economici prima che vengano alterati da imposte dirette e trasferimenti, ovvero alla distribuzione primaria del reddito (la ragione è che ciò che viene prodotto in un’economia deve diventare reddito per chi ha partecipato al processo produttivo). Tradizionalmente si classificano questi redditi in base alla funzione svolta dai soggetti che li percepiscono, per cui la si chiama anche distribuzione funzionale. Poiché al tempo in cui fu inventata la contabilità nazionale (gli anni 40 del 1900, essenzialmente) nel mondo si riconoscevano due principali fattori di produzione, il capitale e il lavoro, i redditi sono tuttora classificati così:

  • Compensazione dei dipendenti. Essenzialmente salari e stipendi, inclusivi di imposte dirette sul reddito e contributi.
  • Risultato lordo di gestione. I profitti e le rendite, anch’essi inclusivi delle imposte dirette e prima del calcolo del deprezzamento delle sottostanti attività (è la non deduzione di questo ammortamento che rende lordo il prodotto interno).
  • Reddito misto lordo. Il reddito dei lavoratori autonomi. È misto perché un lavoratore autonomo è allo stesso tempo il lavoratore e il proprietario dei mezzi di produzione che utilizza. È lordo per la stessa ragione di cui sopra: non si sottrae l’ammortamento.

Il reddito misto lordo viene normalmente contabilizzato senza distinguerlo dal risultato lordo di gestione, per cui nei conti nazionali troviamo un aggregato che si chiama “risultato lordo di gestione e reddito misto lordo”. Sommandolo alla compensazione dei dipendenti si ottiene il PIL al costo dei fattori, che è un modo di valutare la produzione in base alla distribuzione primaria dello stesso tra i fattori produttivi — il “costo dei fattori”, appunto. Se infatti rendiamo i redditi non da lavoro netti (sottraendo cioé il deprezzamento del capitale fisico) otteniamo il prodotto interno netto al costo dei fattori, più comunemente conosciuto come reddito nazionale.

Tuttavia, il PIL al costo dei fattori non è “tutto il PIL”, perché non tiene conto del fatto che, dal lato della spesa, gli agenti economici pagano prezzi di mercato quando acquistano le merci ed i servizi. Ossia, che il “valore” di quanto prodotto (che è misurato da quanto l’acquirente è disposto a pagare per esso) va in parte ai fattori di produzione ed in parte allo stato, via imposte distinte dalle imposte sui redditi. Quest’ultima osservazione è molto importante per uno dei punti che voglio enfatizzare. Queste imposte vengono contabilizzate come “imposte nette sulla produzione e sulle importazioni” e riflettono, ad esempio, sia le imposte indirette sulla produzione (pensate a quando pagate l’IVA sui vostri acquisti) sia i trasferimenti che le imprese ricevono (pensate a quando Scajola permetteva al produttore di motori fuoribordo di farvi uno sconto di diverse centinaia di euro trasferendogli denaro pubblico). Le definizioni precise sono consultabili al glossario SNA 1993.

Sommando al PIL al costo dei fattori le imposte indirette e sottraendo i trasferimenti pubblici alle imprese si ottiene il PIL ai prezzi di mercato. Ossia il valore totale di mercato delle merci e dei servizi prodotti in un dato anno.

Queste definizioni ci portano alle due domande sottostanti alle obiezioni descritte sopra:

  1. Se vogliamo analizzare la distribuzione del reddito tra lavoro e capitale a quale fattore attribuiamo il reddito misto?
  2. Se vogliamo analizzare la distribuzione del reddito tra lavoro e capitale dobbiamo valutare la produzione al costo dei fattori o ai prezzi di mercato?

La prima domanda è retorica, perché per sua natura il reddito misto non può essere scomposto (non facilmente, almeno) in reddito da lavoro e reddito da capitale. Se un programmatore sviluppa software in proprio, quanto del suo reddito è da lavoro e quanto da capitale? Senza lavoro non svilupperebbe il software, ma neppure senza un computer su cui lavorare — quest’ultimo è ovviamente capitale fisico. In questo esempio le due cose non sono separabili. Già Adam Smith, in The Wealth of Nations, Libro 1, Capitolo 8, vedeva il problema e lo aggirava osservando che si trattava di un fenomeno poco rilevante (circa 5% dell’occupazione la sua stima per l’Europa del 1776) e che quindi per reddito da lavoro si poteva tranquillamente intendere reddito da lavoro dipendente.

It sometimes happens, indeed, that a single independent workman has stock sufficient both to purchase the materials of his work, and to maintain himself till it be compleated. He is both master and workman, and enjoys the whole produce of his own labour, or the whole value which it adds to the materials upon which it is bestowed. It includes what are usually two distinct revenues, belonging to two distinct persons, the profits of stock, and the wages of labour. Such cases, however, are not very frequent, and in every part of Europe, twenty workmen serve under a master for one that is independent; and the wages of labour are every where understood to be, what they usually are, when the labourer is one person, and the owner of the stock which employs him another.

La figura 6 nel mio precedente post mostra che il rapporto tra occupazione autonoma e occupazione alla dipendenze è oggi non 1/20 come al tempo di Smith (ammesso che la sua stima fosse accurata, e io penso che lo fosse perché l’uomo era un eccellente osservatore) ma di circa 1/10 in USA, Germania e Francia, e addirittura 1/4 in Italia. Questo fenomeno da un lato dimostra quanto una rigida distinzione tra capitale e lavoro sia ormai in larga misura anacronistica e, dall’altro lato, un problema di attribuzione lo pone.

La convenzione contabile, come ha spiegato Antonella, è attribuire al lavoratore autonomo un reddito da lavoro pari alla media del salario dei lavoratori dipendenti. Una convenzione alternativa, resa popolare dalla letteratura sul Real Business Cycle, è assumere che la distribuzione del reddito misto fra lavoro e capitale sia uguale a quella che si realizza fra lavoro dipendente e capitale, ovvero la distribuzione funzionale del reddito senza considerare il reddito misto. Le due procedure tendono a dare risultati differenti ma non univoci. Si tratta di versioni differenti di una sorta di condizione di arbitraggio: il lavoro deve essere remunerato allo stesso modo nel “settore dipendente” e nel “settore autonomo”, se no i lavoratori cambierebbero settore. Alternativamente, nel secondo approccio, i fattori devono prendersi le stesse percentuali se le funzioni di produzione (la tecnologia, cioé) sono le stesse. Entrambi gli argomenti sono difettosi. Il difetto del primo argomento è evidente: a parte la questione della separabilità, l’arbitraggio richiede libertà di entrata nel “settore autonomo”, che nel mondo reale non esiste. Inoltre, l’attribuzione agli autonomi del salario medio è equivalente all’attribuzione del “capitale umano” medio, che è un’altra cosa che non esiste: i liberi professionisti, ad esempio, hanno normalmente competenze più elevate della media. mentre i venditori di cianfrusaglie in Piazza del Campo ne hanno una minore. Niente garantisce che la media delle deviazioni sia zero. Anche l’ipotesi usata nella letteratura RBC è debole, visto che le funzioni di produzione sono, invece, platealmente diverse (e il problema è che non sappiamo come siano diverse).

In considerazione di queste difficoltà, nel mio precedente post ho preferito procedere alla maniera di Smith (se mi passate l’immodestia) e considerare “reddito da lavoro” solo il reddito da lavoro dipendente. Non perché il lavoro autonomo sia irrilevante (ho appunto mostrato che non lo è) ma perché è irrilevante per la questione dalla quale siamo partiti: immagino che quando gli estensori della “lettera degli economisti” si preoccupano della caduta dei redditi da lavoro essi non pensino primariamente all’avvocato, al commerciante, o al tassista, ma soprattutto ai lavoratori dipendenti. Sono questi, e non i professionisti e piccoli proprietari, ad avere un’elevata propensione al consumo e quindi a rendere la “domanda effettiva” dipendente dalla quota dei redditi da lavoro in un modello keynesiano. È vero che da noi e altrove il lavoro autonomo maschera in parte occupazione dipendente “flessibile” di persone a basso reddito, ma si tratta sia di un fenomeno recente (e qui stiamo parlando di trend su un orizzonte di 40 anni) che è quantitativamente ancora piccolo rispetto alla massa del lavoro autonomo (questa è una mia congettura, perché è difficile fare stime su quanti degli autonomi siano dipendenti “mimetizzati”: se qualcuno ne ha gli/le sarei grato se le condividesse).

In ogni caso, è bene confrontare le quote dei fattori che si ottengono imputando oppure non imputando ai redditi da lavoro parte del reddito misto lordo. Ho raccolto di nuovo i dati sulla distribuzione funzionale dei redditi, correggendo alcune imprecisioni evidenziate nelle note dell’articolo di Antonella e per le quali la ringrazio (in particolare, la serie della “labor share” che ho riportato per gli USA proveniva da fonte separata ed era aggiustata per il reddito da lavoro degli autonomi, mentre quella degli altri paesi rappresentati no — me ne sono accorto troppo tardi). La fonte dei dati ora è la stessa per tutti i paesi che considero, l’OCSE, e l’appendice al post riporta tutti i dettagli per chi volesse controllare o replicare la mia analisi. Le serie che riporto vanno dal 1970 al 2006 perché questo è il periodo per il quale ho dati disponibili per scorporare la quota di reddito misto attribuita dall’OCSE al lavoro.

La Figura 1 riporta la quota dei redditi da lavoro sul PIL (ai prezzi di mercato, per il momento) in un gruppo di paesi d’interesse (le sigle dei paesi dovrebbero essere ovvie, tranne forse RFT che sta per Repubblica Federale Tedesca, la Germania Ovest) quando si imputa parte del reddito misto lordo al lavoro attribuendo agli autonomi il salario medio del settore privato (pannello di sinitra) secondo il primo metodo, oppure quando lo si lascia aggregato al risultato lordo di gestione, trattandolo quindi tutto come reddito “da capitale”. La Figura 2 fa la stessa cosa per i redditi non da lavoro, che vengono etichettati “da capitale” per una ragione residuale.

 

Figura 1.

quota redditi da lavoro su PIL ai prezzi di mercato

Figura 2.

quota redditi non da lavoro, su pil a prezzi di mercato

Queste figure mostrano che l’attribuzione di parte del reddito degli autonomi al lavoro fa una grossa differenza. Se facciamo l’attribuzione c’è un vistoso calo della quota lavoro. In Italia il calo è di circa 10 punti di PIL dal 1970 al 2006, in Giappone addirittura 20. In USA però solo 5. Se invece non facciamo l’attribuzione il calo è molto più modesto: 5 punti in Italia, un paio in USA e Giappone. Per altri paesi come Francia e Spagna non si vede alcuna riduzione.

Questo fatto getta ulteriore luce sul problema: se la quota di lavoratori autonomi sul totale non è costante  la dinamica della fetta di PIL che va al lavoro è inquinata da fattori che sono incontrollabili senza un’analisi empirica più approfondita. La Figura 6 nel mio precedente post mostra che il numero di lavoratori autonomi è in calo in molti paesi industrializzati. Possiamo provare a immaginare cosa succede: forse scompaiono i piccoli commercianti spazzati via dalla grande distribuzione, forse i liberi professionisti e gli artigiani confluiscono in unità produttive di più grandi dimensioni, oppure vanno in pensione ma i figli non continuano la loro attività. Immaginiamo ora che per un vecchio autonomo che scompare ci sia un nuovo dipendente che inizia la carriera, che è il tipo di transizione che i dati suggeriscono.  Per esempio un fruttivendolo, arrivato ai a 65 anni, decide di chiudere bottega perché il vicino supermercato ormai vende frutta a prezzi più competitvi. La figlia del fruttivendolo, cosciente dell’impossibilità di continuare a tenere aperto il negozio, cerca (e ottiene) lavoro al supermercato. Ora, se la figlia si è laureata e va a fare la direttrice del supermercato, finisce per guadagnare più della media dei dipendenti che veniva attribuita al padre fruttivendolo; in tal caso i redditi da lavoro aumenteranno non solo perché ora il salario (misurato) della figlia è maggiore ma anche perché il suo salario alza la media e questo si riflette in un più alto salario medio imputato a tutti gli autonomi residui. Se invece la figlia va a spostare casse in magazzino, guadagnando così meno della media dei dipendenti, allora il meccanismo funziona al contrario e la  quota attribuita ai redditi da lavoro diminuisce. Cosa succede nella realtà io non lo so. Se nessuno lo sa è difficile interpretare la caduta dei redditi da lavoro inclusivi della quota imputata agli autonomi.

Non sto dicendo che allora non bisogna fare l’imputazione. Solo che non è ovvio che la riduzione della quota del lavoro quando si fa tale imputazione indichi una corrispondente riduzione della capacità di consumo dei lavoratori.  A fronte di queste difficoltà e in considerazione della domanda originaria (la crisi è causata dalla riduzione della capacità di consumo dei lavoratori?) per me è preferibile procedere à la Smith e considerare lavoratori solo i dipendenti. Ma è una preferenza, appunto. La questione è aperta alla discussione. Roberto Torrini (Banca d’Italia) ha studiato la dinamica dell’incidenza dell’occupazione autonoma nei paesi OCSE: se ci legge può forse aggiungere qualcosa con più cognizione di causa.

La seconda domanda è invece sostanziale e secondo me ha una risposta più precisa. Inizio riportando, anche in questo caso, le quote di lavoro e capitale con e senza l’attribuzione del reddito da lavoro degli autonomi quando al denominatore mettiamo il PIL al costo dei fattori anziché ai prezzi di mercato. Le Figure 3 e 4 sono quindi analoghe alle Figure 1 e 2, con un diverso denominatore.

 

Figura 3.

quota lavoro su pil al costo dei fattori

Figura 4.

quota capitale su PIL al costo dei fattori

La differenza tra utilizzare PIL ai prezzi di mercato e al costo dei fattori, come si vede, non è enorme. (Una parentesi: il pannello a sinistra della Figura 3 è quello riportato nell’articolo di Antonella. Il lettore attento noterà qualche differenza nei livelli. In corrispondenza privata con Antonella abbiamo verificato che la differenza viene dal fatto che l’OCSE imputa ai lavoratori autonomi il salario medio del settore privato mentre nel database Ameco si attribuisce il salario medio dell’intera economia, incluso il settore pubblico).

Utilizzando il PIL al costo dei fattori e non imputando al lavoro la quota degli autonomi si fa fatica a vedere riduzioni rilevanti della quota del lavoro, anche in Italia. Questo fatto, per l’Italia conferma precisamente la mia seconda conclusione nel precedente post e l’importanza di considerare il PIL ai prezzi di mercato, ovvero considerando le imposte indirette al netto dei trasferimenti. Mi spiego. Affinché il settore pubblico possa assorbire risorse mediante queste imposte nette, bisogna che queste risorse qualcuno le abbia prodotte, quindi bisogna guardare a un aggregato che le includa. Questo aggregato è, precisamente, il PIL ai prezzi di mercato. Perché l’imposta indiretta non è un qualcosa di privo di valore che si attacca temporaneamente al bene prodotto ma è una parte del valore del bene prodotto che viene appropriato dallo stato. Più lo stato prende del valore del prodotto, meno rimane per i fattori di produzione. Il punto importante è che se queste risorse qualcuno le ha prodotte e se le è prese il governo, allora non se le è prese qualcun altro. E se, ragionando senza imputazione del reddito degli autonomi, ai prezzi di mercato il calo della quota lavoro in Italia è di 5 punti dal 1970 al 2006 ma un paio di punti al costo dei fattori e nello stesso periodo le imposte nette sono aumentate precisamente di 5 punti, il forte sospetto è che questo qualcun altro siano esattamente i lavoratori dipendenti. Questo sospetto è ben motivato dalla Figura 5, che ha il PIL ai prezzi di mercato al denominatore, che arriva fino al 2009, e che si spiega da sola.

 

Figura 5.

quota lavoro e imposte nette su pil a prezzi mercato

Le due serie sono praticamente una l’immagine specchio dell’altra. Questo è confermato formalmente da una semplice regressione della quota lavoro sulle imposte nette sulla produzione (sempre in proporzione al PIL ai prezzi di mercato), i cui risultati sono riportati nella tabella qui sotto.  La prima colonna considera solo l’Italia, mentre la seconda tutti e 7 i paesi messi insieme e include nella regressione effetti fissi a livello di paese (e clusterizzando corrispondentemente gli standard error).

Enfatizzo che queste semplici regressioni tali sono e mostrano solo correlazioni. Si tratta però di correlazioni che suggeriscono interessanti domande di ricerca: un coefficiente pari a -1 in entrambi i casi significa che la quota del lavoro si riduce di un punto quando la quota presa dal governo mediante le imposte nette aumenta di un punto. E questi coefficienti non sono, statisticamente, diversi da -1. Cosa questo significhi è affare da teoria economica. Ecco una possibile interpretazione: quando le imposte indirette aumetano, o i trasferimenti alle imprese si riducono, i prezzi si aggiustano in maniera tale che sono i percettori di redditi da lavoro dipendente a pagare. Tutt’altro che sorprendente, no? I fattori immobili come il lavoro non riescono a schivare la tassazione come invece possono fare fattori relativamente mobili come il capitale.

Riporto infine nella Figura 6, per completezza, la dinamica delle due componenti delle imposte nette in Italia, ovvero imposte sulla produzione (e sulle importazioni) e trasferimenti alle imprese. La figura mostra che in Italia il notevole aumento (unico tra i paesi industrializzati) è dovuto primariamente all’aumento delle imposte sulla produzione e in minima parte alla riduzione dei trasferimenti.

 

Figura 6.

 

Riassumendo il tutto: anche mettendo (giustamente) i puntini sulle i a me pare che entrambe le conclusioni del mio precedente post stiano ancora in piedi. Questo non vuol dire che siano vere, solo che l’ulteriore evidenza prodotta da Antonella non è sufficiente a falsificarle. Ciò detto, in questo dibattito dovremmo probabilmente fare un passo avanti e guardare non alla distribuzione primaria del reddito tra i fattori ma alla distribuzione finale tra le famiglie, visto che in tutti i paesi che stiamo considerando, primo, c’è una consistente redistribuzione del reddito mediante ulteriore tassazione (diretta) e trasferimenti (anche ai lavoratori) e, secondo, ai lavoratori affluisce una quota del risultato operativo lordo come rendimento della propria ricchezza. È tutto questo che determina, alla fine, la distribuzione del reddito disponibile.

Infine, una nota sul come e il perché discutiamo di queste cose. Un commentatore, che si firma Saverio, scrive in margine all’articolo di Antonella:

Il problema è un certo tipo di economisti, che pure straparlano sempre di “verifiche empiriche”, quando i dati non coincidono con le loro tesi semplicemente si limitano ad adattare i dati… Ma d’altra parte comprendeteli! Gli è cascato il mondo addosso e devono aggrapparsi a qualcosa pur di non affogare

Ora, io non so che tipo di economista sono. Quello che so però è che mi sforzo di fare ricerca in maniera rigorosa, e quando faccio ricerca empirica non nascondo né “adatto” i dati, qualunque cosa questo voglia dire. Tantomeno ho tesi preconcette su come funziona il mondo (che non sento affatto essermi crollato addosso) che devono essere per forza confermate. Se ne avessi non starei facendo ricerca (attività nella quale mi capita spesso di vedere che i dati dicono il contrario di quello che mi aspettavo, cosa che trovo estremamente stimolante) ma attività politica. Se c’erano delle imprecisioni e cose non chiare nel mio precedente post le ho chiarite, sollecitato dalle utilissime obiezioni da Antonella. La ricerca (per me, per chi scrive su nFA e, ne sono certo, Antonella e moltissimi altri) è questo, Saverio, cioè è un’impresa cooperativa. Non una guerra tra bande.

 

APPENDICE DATI

I dati che ho utilizzato provengono dalle statistiche OCSE, disponibili qui. Le serie sono sotto National Accounts /Annual National Accounts /Main Aggregates /Gross domestic product. La selezione è riprodotta qui sotto.

maschera scaricamento dati OCSE

C’è una parte dei dati che ho utilizzato che non è disponibile online, e si tratta del numero di lavoratori autonomi e del salario medio del settore privato a loro imputato.  Questi dati sono stati gentilmente inviati alla redazione di nFA dall’ufficio OCSE competente e sono ora a disposizione di tutti a questo link.

 

By GPG Imperatrice

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