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Roubini sorprende tutti: Perché l’AI batterà i Dazi e l’Eccezionalismo Americano non è finito, anzi
Roubini Shock: “L’AI salverà l’America dai Dazi”. Ecco perché non siamo in bolla. Il “Dr. Doom” cambia idea: la produttività dell’Intelligenza Artificiale sarà più forte delle politiche protezionistiche di Trump. Scopri perché il mercato USA potrebbe correre ancora e come la crescita al 4% cambierà il destino del debito e del dollaro.

C’è qualcosa di profondamente ironico, quasi spiazzante, nel leggere l’ultimo rapporto strategico di Hudson Bay Capital. La firma in calce è quella di Nouriel Roubini, l’uomo che i mercati hanno imparato a conoscere (e temere) come “Dr. Doom“, il Dottor Sventura che predisse con chirurgica precisione il crollo finanziario del 2008. Nel 2019, senza Covid, previde una crisi stagflattiva non sbagliando di molto. Ebbene, tenetevi forte: il profeta delle “Megaminacce” è diventato ottimista. O, per essere più precisi, un convinto sostenitore dell’eccezionalismo americano guidato dalla tecnologia.
Nel suo ultimo paper, intitolato “Tech Trumps Tariffs” (La tecnologia batte i dazi), Roubini smonta pezzo per pezzo la narrazione catastrofista che ha dominato i mercati dopo lo shock tariffario del 2 aprile scorso (il cosiddetto “Liberation Day”). La tesi è audace ma tecnicamente solida: le forze deflazionistiche e propulsive dell’Intelligenza Artificiale sono di “primo ordine”, mentre le politiche stagflazionistiche (come i dazi o le restrizioni all’immigrazione) sono di “secondo ordine”. In sintesi: la produttività vincerà sulla politica.
Il mito della fine dell’Eccezionalismo Americano
Dopo la rielezione di Donald Trump e l’annuncio di un’agenda aggressiva sui dazi, il consensus di mercato si è rapidamente spostato verso il pessimismo. La paura diffusa è che il mix di protezionismo, deportazioni di massa e attacchi all’indipendenza della Federal Reserve possa innescare una recessione globale e affossare il dollaro.
Tuttavia, Roubini invita a guardare oltre il rumore di fondo. L’idea che l’eccezionalismo americano sia morto è “sopravvalutata”. Al contrario, stiamo assistendo a un rafforzamento della posizione dominante degli Stati Uniti, trainata non dalla politica di Washington, ma dai laboratori della Silicon Valley e dai data center che stanno spuntando come funghi in tutto il continente.
Secondo le stime presentate, la crescita potenziale degli Stati Uniti potrebbe plausibilmente passare dall’attuale 2% a circa il 4% entro la fine del decennio. Se l’innovazione aggiunge circa 200 punti base alla crescita potenziale, mentre le politiche protezionistiche ne sottraggono solo 50, il calcolo netto è ampiamente positivo. È la matematica della produttività che schiaccia la matematica dei dazi.
I “Guardrail”: Perché la politica non farà deragliare il treno
Una delle parti più interessanti dell’analisi, che risuonerà sicuramente tra i nostri lettori abituati a osservare le dinamiche di potere, è il ruolo dei cosiddetti “guardrail” istituzionali e di mercato. Roubini, pur riconoscendo i rischi stagflazionistici di alcune proposte dell’amministrazione (dazi, limitazione dell’indipendenza della Fed), nota che esistono vincoli potenti che impediscono lo scenario peggiore.
Ecco i quattro freni d’emergenza che stanno salvando l’economia americana da se stessa:
La disciplina di mercato: È il vincolo più potente. Quando sono stati annunciati i dazi ad aprile, i mercati hanno reagito male: spread in allargamento, azionario in calo. I “vigilantes” del mercato obbligazionario e azionario hanno costretto l’amministrazione a sedersi al tavolo delle trattative, trasformando minacce esistenziali in accordi commerciali più pragmatici.
L’indipendenza della Fed: Nonostante le minacce, la Federal Reserve ha segnalato chiaramente che non avrebbe tagliato i tassi se i dazi avessero alzato l’inflazione, ancorando così le aspettative.
Consiglieri pragmatici: All’interno della Casa Bianca, le voci favorevoli al libero mercato e all’uso dei dazi solo come “leva negoziale” hanno preso il sopravvento sui protezionisti puri.
- Il Congresso e le Corti: Hanno minacciato di limitare l’autorità presidenziale su azioni commerciali unilaterali, spingendo verso un approccio più costruttivo.
Produttività: Il vero motore della storia
Ma veniamo al cuore pulsante dell’ottimismo di Roubini. Mentre l’Europa si attorciglia su regolamentazioni e burocrazia, e la Cina affronta una crisi demografica e strutturale, gli Stati Uniti stanno guidando una rivoluzione tecnologica senza precedenti.
Non si tratta solo di ChatGPT o di Generative AI. Il rapporto elenca una serie di settori dove gli USA hanno un vantaggio competitivo incolmabile o stanno recuperando terreno velocemente:
Intelligenza Artificiale e Machine Learning: Gli USA sono leader indiscussi.
Calcolo Quantistico e Fusione Nucleare: Tecnologie che potrebbero ridefinire il concetto stesso di energia e capacità di calcolo.
Biotecnologie e Biologia Sintetica: Un altro settore chiave per la crescita futura.
Certo, la Cina mantiene un vantaggio nel “Green Tech” (veicoli elettrici, batterie), ma come nota il rapporto, la corsa all’AI è la vera competizione per l’egemonia globale. E in questa corsa, gli alleati degli USA (Taiwan, Corea del Sud, Israele, Europa occidentale) offrono capacità complementari che la coalizione “de facto” della Cina (Russia, Iran, Nord Corea) non può eguagliare.
L’impatto economico di queste tecnologie è, per usare un termine tecnico, “esponenziale”. Le stime di istituzioni come l’OCSE, Goldman Sachs e la Fed di Dallas suggeriscono guadagni di produttività legati all’AI tra lo 0,5% e l’1,5% annuo. Aggiungendo a questo l’impulso degli investimenti in conto capitale (capex) per i data center, si arriva a quel percorso plausibile verso il 4% di crescita potenziale.
Perché non siamo in una bolla (forse)
Questa è la domanda che tutti gli investitori si pongono guardando i multipli dell’S&P 500 legati al . Siamo di nuovo nel 1999? Roubini, sorprendentemente, dice di no. O meglio: non necessariamente.
Se la crescita potenziale sale davvero verso il 4% grazie all’adozione dell’AI, le valutazioni azionarie attuali non implicano una bolla. Jason Cuttler, stratega di Hudson Bay citato nel report, utilizza un modello basato sul “sentiment spread” che varia a seconda del regime macroeconomico. In un regime di “ottimismo” alimentato dalla produttività, il fair value dell’S&P 500 potrebbe aggirarsi intorno a quota 9.000, ben al di sopra dei livelli attuali.
Il ragionamento è squisitamente fondamentale: una crescita più alta giustifica utili (EPS) più alti. Inoltre, la disinflazione guidata dall’offerta (l’AI riduce i costi unitari) permette ai tassi reali di rimanere contenuti, sostenendo le valutazioni. Naturalmente, ci saranno vincitori e vinti. La “distruzione creativa” schumpeteriana farà le sue vittime tra le aziende che non sapranno adattarsi, causando shock idiosincratici, ma non sistemici.
Il Debito Pubblico: La crescita è la migliore austerità
Sappiamo che il rapporto debito/PIL dipende tanto dal numeratore (il debito) quanto dal denominatore (il PIL). Ed è qui che l’ottimismo tecnologico incontra la finanza pubblica.
Le proiezioni attuali del Congressional Budget Office (CBO) assumono una crescita potenziale anemica dell’1,8%. Ma se l’AI portasse la crescita al 3% o addirittura al 4%, la traiettoria del debito cambierebbe drasticamente. Ogni aumento di 50 punti base nella crescita potenziale migliora significativamente la sostenibilità del debito su un orizzonte decennale.
In altre parole, una crescita più rapida è uno stabilizzatore del debito molto più potente (e politicamente fattibile) dell’austerità fiscale. C’è un caveat importante, però: i politici non devono sperperare questo “dividendo fiscale” in deficit persistenti, un rischio sempre presente a Washington come a Roma. Inoltre, c’è il rischio sociale: se l’AI crea disoccupazione tecnologica permanente, serviranno reti di sicurezza (come un reddito di base) che costano denaro, rischiando di riaprire la voragine del deficit.
Il Dollaro non ha rivali (TINA)
Infine, una nota sul biglietto verde. Nonostante i tentativi di de-dollarizzazione da parte dei BRICS e le preoccupazioni sulla “militarizzazione” della finanza USA tramite le sanzioni, il dollaro mantiene il suo “privilegio esorbitante”.
Perché? Semplice: There Is No Alternative (TINA). L’Euro ha problemi strutturali e fiscali, lo Yen è vincolato, la Sterlina è una valuta regionale in decadenza verticale. Il Renminbi cinese, l’unico vero contendente teorico, è azzoppato dai controlli sui capitali e dalla mancanza di stato di diritto.
Inoltre, se gli USA stanno vivendo un boom degli investimenti guidato dall’AI, attireranno capitali da tutto il mondo. Un deficit delle partite correnti finanziato da afflussi di capitale azionario (FDI e portfolio) è molto diverso da uno finanziato da debito a breve termine. Gli investitori globali vogliono essere dove c’è la crescita, e la crescita è in America. Anche se il dollaro dovesse indebolirsi nel breve termine per il “rumore” politico, i fondamentali di medio termine legati alla produttività suggeriscono un rafforzamento.
Un nuovo Rinascimento o solo una tregua?
Il cambio di rotta di Roubini è sintomatico. Quando anche i ribassisti cronici iniziano a vedere la luce in fondo al tunnel grazie alla tecnologia, significa che il cambiamento strutturale è innegabile.
L’America descritta in questo rapporto non è un paese in declino, ma un gigante che si sta risvegliando grazie a un’iniezione di steroidi digitali. Le politiche disfunzionali e il caos politico sono reali, ma sono rumore di fondo rispetto al segnale potente che arriva dall’innovazione.
Certo, Roubini non ha perso del tutto la sua prudenza. Avverte che le rivalità geopolitiche (soprattutto su Taiwan) e i rischi interni non sono spariti. Ma il messaggio centrale è chiaro: scommettere contro l’economia americana oggi significa scommettere contro la più grande ondata di innovazione tecnologica dalla rivoluzione industriale. E, storicamente, è una scommessa che si perde quasi sempre.
La tecnologia batte i dazi. La produttività batte la politica. Almeno per ora, l’Eccezionalismo Americano è salvo, per lo meno secondo Nouriel Roubini.
Domande e risposte
Perché Nouriel Roubini, noto come “Dr. Doom”, è diventato improvvisamente ottimista?
Roubini non nega i rischi, ma ritiene che l’impatto positivo dell’Intelligenza Artificiale (shock di offerta positivo) sia superiore all’impatto negativo delle politiche protezionistiche (shock di offerta negativo). Vede l’innovazione tecnologica come un fattore di “primo ordine” capace di alzare la crescita potenziale USA dal 2% al 4%, rendendo gestibili problemi che altrimenti sarebbero critici, come il debito o l’inflazione. È un ottimismo basato sulla produttività reale, non sulla finanza creativa.
Il mercato azionario USA è in una bolla pronta a scoppiare?
Secondo l’analisi, non necessariamente. Se la crescita potenziale sale effettivamente verso il 4% grazie all’AI, le attuali valutazioni elevate sono giustificate dalla prospettiva di utili futuri molto più alti. In un regime di “ottimismo” macroeconomico, il fair value dell’S&P 500 potrebbe essere addirittura superiore ai livelli attuali. Tuttavia, Roubini avverte che ci saranno correzioni e volatilità, e che non tutte le aziende sopravviveranno alla “distruzione creativa” tecnologica.
L’aumento del debito pubblico americano non porterà a una crisi finanziaria?
Il rapporto sostiene che la crescita è la cura migliore per il debito. Se il PIL (il denominatore) cresce più velocemente grazie alla produttività, il rapporto debito/PIL può stabilizzarsi o scendere anche in presenza di deficit. Roubini sottolinea che ogni 50 punti base di crescita in più migliorano drasticamente la sostenibilità del debito. Il rischio vero non è economico ma politico: che la classe politica sprechi questo vantaggio fiscale mantenendo deficit eccessivi o non gestendo la disoccupazione tecnologica









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