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LA RIPRESA FANTASMA E LA LINEA DEL PIAVE DELLA COSTITUZIONE.

Post da Orizzonte48

1. La corsa verso il Quirinale, come abbiamo visto qui, null’altro finisce per essere che un’enorme autocontemplazione dell’italico ombelico “politicoso”.

Un magnifico esercizio di stile dell’espertonismo orwelliano, da propinare ad ulteriore intossicazione da bis-linguaggio, in modo da escludere tutte le parole – e i relativi fenomeni sottostanti – che possano anche lontanamente rammentare al popolo italiano in quale situazione si trovi.

L’idea di fondo è che, non contenti di aver gridato alla ripresa sbagliando ogni stima per circa 4 anni, si passi direttamente alla dichiarazione DEL BOOM PROSSIMO VENTURO.

 

Sono veramente dei buontemponi! 
E, d’altra parte, cosa c’è di meglio di un boom di sostegno alla “fiducia” per sfamare la popolazione indigente, (anche “occupata”!), che cresce non poco, e rilanciare i consumi…in deflazione, che si diffonde in tutta l’UEM, compresa la Germania?

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2. Come vedrete dal link relativo alla Germania, si celebrano deflazione e simultanea piena occupazione (all’€uropea, naturalmente), senza alcun timore di risultare in “leggera” contraddizione con la logica elementare. 
Questo perché si considera l’occupazione includendovi, di volta in volta, tutti gli artifici della flexicurity, hartziana o strisciante, in ogni parte d’€uropa.

Prendiamo l’Italia; l’Istat, avendo avuto “orore di sè” (cit. Petrolini), nel riportare il dato di dicembre, (sul periodo novembre 2013-2014, al 13,4%), ora si avventura in una ripresotta del tasso di occupazione (raccontandoci di una disoccupazione “migliorata” dal 13,4 al 12,9 in un mese…).

Quello che accade in Italia è che, piuttosto, folleggiano disdette di contratti aziendali, CIGS perpetuate per rendere più agevoli e meno costosi i licenziamenti e gli “incentivi” alla mobilità (nella deflazione salariale del DEMANSIONAMENTO), contratti di solidarietà (questo link è di esattamente un anno fa…), e altre diavolerie, che lasciano il conto da pagare alla spesa pubblica per ammortizzatori sociali.

Quella stessa spesa pubblica il cui taglio tanto eccita il fronte livoroso unitario degli espertoni e delle forze politiche senza risorse culturali
Ancora peggio: forze politiche senza il coraggio di spiegare che se il welfare “disoccupazionale” non è, in questo momento, comprimibile, – mentre serve tantissimo a FALSARE I DATI DELLA DISOCCUPAZIONE E QUINDI A “CANTARE VITTORIA“- vuol dire inevitabilmente che, risolvere la crisi tagliando la spesa pubblica, significa togliere definitivamente a tutti gli italiani la tutela sanitaria e pensionistica.

 

3. Perché sapete, per parlare di jobless recovery negli USA (recovery che negli USA è molto dubbia e precaria e in UEM proprio non c’è…e non ci sarà) ,- come fa Krugman, che non è certo l’ultimo degli “inascoltati”-, la Yellen, e dico la Yellen, non utilizza i calcoli ufficiali del dato occupazionale, ma guarda un po’ più alla sostanza delle cose, per non far finta di non accorgersi che, una volta strutturato in un certo modo, “competitivo e flessibile”, il mercato del lavoro, l’aumento dei consumi trascina la domanda verso una gigantesca “bolla” di indebitamento
E, infatti, di raggiungimento del target dell’inflazione non si parla proprio (e l’aumento dei tassi di interesse di riferimento rimane in stand by indefinitamente).

E cosa fa la Yellen, che essendo il capo della Fed e deve sbrigarsela coi demoni della finanza più-cattiva-di-tutte? Qualcosa che, per il sistema orwelliano dell’€uro-sogno, a livello di discussione politica e mediatica, SEMPLICEMENTE NON ESISTE:

Nel giustificare le proprie decisioni, il board ha eliminato il termine ricorrente “significativo”, con riferimento al sotto-utilizzo della forza-lavoro negli USA e l’ha sostituita con l’espressione “has been downgraded” (“si è ridotto”). In pratica, l’istituto si mostra più ottimista che in passato sulla capacità della ripresa dell’economia americana di assorbire la forza-lavoro eccedente, valutata nell’11,8%, frutto della somma tra il 5,9% della disoccupazione e il numero dei lavoratori part-time, che vorrebbero lavorare a tempo pieno, ma non riescono a trovare un posto simile.”

Una cosa che, varie volte, vi ho indicato nel riscontro di questo grafico:

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Ovviamente la Yellen si fonda sulla curva “grigetta“; Krugman, invece, sa bene che quella vera, che emergerebbe in un battito di ciglia in caso di scoppio della bolla da super-indebitamento, è quella “Blue“.

In €uropa, invece, si farebbe riferimento solo a quella “rossa” (che peraltro fa molto più “schifo” rispetto a quella USA).

 

4. La prova? Prendiamo quello che ci dice Antonio Maria Rinaldi, che si colloca su una linea realistica che attinge sia a Yellen che a Krugman:

Analisi esclusiva: Disoccupazione reale a quota 6,6 milioni e tasso al 22,8%.

Qualche conclusione del prof.Rinaldi: 

 

Partendo dai dati ISTAT delle rilevazioni trimestrali delle Forze di Lavoro, e dai dati cartografici relativi, abbiamo ricostruito il Tasso di Disoccupazione reale, classificando come “disoccupati reali” anche gli “scoraggiati”, vale a dire le persone inattive (non lavorano), che non cercano attivamente lavoro nell’ultimissimo periodo ma sono disponibili a lavorare, nonche’ le persone inattive (non lavorano), che cercano lavoro non attivamente e che sono disponibili a lavorare.

Qui i risultati:

 

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Ci siamo? 

A questi livelli di disoccupazione “reale” non rilevata statisticamente, il jobs act, per come abbiamo visto nei post sopralinkati, non potrà altro che portare un’accelerazione della deflazione salariale e quindi una caduta dei consumi aggravata rispetto al già tragico recente passato.

 

5. Ma torniamo alla proclamazione a gran voce che siamo di fronte ad un imminente boom, senza passare neppure per una timida ripresa (che fino a ieri veniva annunciata da gente come Bankitalia e  in termini prudentemente dubbiosi). 
Eccovi qua:

Confindustria: ripresa più forte del previsto grazie a cambi, Qe e petrolio

Cosa ci dice “veramente” il Sole-Confindustria?

 

Il 2015 anno spartiacque 
 «Per l’economia italiana il 2015 si sta sempre più annunciando come l’anno spartiacque, perché termina la lunga e profonda recessione iniziata nel 2008 e tornano le variazioni positive per Pil e occupazione», sottolinea il Centro Studi Confindustria nel rapporto Congiuntura flash. Variazioni che «probabilmente si riveleranno molto superiori alle previsioni correnti, anche a quelle più recenti». In un recente rapporto il CsC aveva infatti stimato che il quantitative easing annunciato dalla Bce si sarebbe tradotto per l’Italia in una crescita della spinta al Pil dell’1,8% nell’arco di due anni: +0,8% nel 2015 e +1% nel 2016″. (Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/b6eIU9).

«Questo cruciale passaggio – prosegue lo studio – si deve, in parti molto disuguali, a tre ordini di fattori. 
Anzitutto, la combinazione molto favorevole di elementi esterni, una vera manna dal cielo: crollo del prezzo del petrolio, svalutazione del cambio dell’euro, accelerazione del commercio mondiale, diminuzione dei tassi di interesse a lungo termine». 
Sommando i loro effetti, stimati dal CsC sulla base di ipotesi prudenti, «si arriva a una spinta per l’Italia pari al 2,1% del Pil nel 2015 e a un aggiuntivo 2,5% nel 2016». Questi impulsi espansivi restano «sostanziosi anche una volta “fatta la tara” al loro pieno concretizzarsi per tener conto delle difficoltà del contesto di grave crisi”(Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/b6eIU9).

 

6. Facciamo una rapida spiegazione:

a) la “spinta“, superiore alle iniziali attese, determinata da crollo del prezzo del petrolio,  da svalutazione del cambio dell’euro e dalla “accelerazione del commercio mondiale”, sarebbe solo nelle esportazioni: quindi non si arriva a dire che la crescita del PIL sarà nel 2015 di 2,1 punti e nel 2016 di 2,5 punti. Si guardano bene dal farlo;

b) Infatti, aggiungono, che questa “componente” esportativa, cioè in aggiunta al saldo del CAB (che così, parrebbe, dovrebbe superare i 3 punti di PIL di attivo e avvicinarsi ai 4 nel 2016) va considerata “facendo la tara al loro pieno concretizzarsi per tenere conto delle difficoltà del contesto di grave crisi“;

c) insomma, non solo sappiamo che, nei passati tre anni, per raggiungere una correzione di quasi 5 punti del CAB abbiamo lasciato sul terreno qualcosa come 7 punti di consumi interni e circa 5 punti di investimenti, (prova ne è il cumulo della recessione registrata nel 2012, 2013 e 2014= 2,5+1,9+0,5), ma le stesse favorevolissime condizioni attuali sono molto, ma molto, dubbie nel loro protrarsi e nella loro quantificabilità (provate a:
– immaginare come reagiranno altre aree economiche alla svalutazione dell’euro, ormai protrattasi, nel tempo e nella misura, oltre il livello in cui sono scontate le reazioni sui tassi e valutarie dei paesi con cui si commercia, peraltro afflitti, come Cina e USA da problemi che certo non li inducono a importare deflazione via prezzi scontati delle merci UEM; 
– a vedere quali sono i veri presupposti e riflessi del calo del prezzo del petrolio: dalla flessione produttiva mondiale, attestata dal calo degli ordinativi di commodities e di beni strumentali, alle mosse e contromosse politiche dei vari paesi produttori, che potrebbero scatenare rialzi alla fine del 2015, con effetti repentini connessi a eventi traumatici che certo non sono da augurarsi, ma che non possono comunque essere trascurati in prudenti previsioni).

 

7. E allora riallacciamoci alla questione del “Quirinale”

Le riforme costituzionali andranno avanti, a prescindere da qualsiasi neo-assetto determinato dalle fantasiose analisi dietrologiche sul “modo” in cui verrà eletto il prossimo Presidente.
Ma questo per l’inerzia inarrestabile di chi ormai non ha più la possibilità di tornare indietro sull’idea che esse significhino “fare presto” nel tagliare la spesa pubblica, cioè il welfare (…cioè il sostegno di ultima istanza alla domanda di chi non è ancora disoccupato, ma così lo diverrà presto).

Così come andranno avanti – e lo stiamo vedendole privatizzazioni che privano definitivamente l’Italia del controllo delle residue filiere strategiche indispensabili per provare almeno a rilanciare in modo strutturale (e non soltanto deflattivo competitivo) la nostra economia ormai quasi-coloniale.

La lotta alla corruzione andrà avanti, cioè si straparlerà di uomini-personaggio, indecisi a tutto e alquanto nel pallone di fronte ad una realtà (per loro) incontrollabile, che affrontano eroicamente, a mani nude, mafie-cricche e altri animali che andrebbero combattuti con tutto meno che con quello che si ostinano a proporre (e che neppure riescono a realizzare, per quanto vano). 

 

8. Per questo la “partita per il Quirinale“, qualunque ne sia il prodotto finale istituzionale, non è rilevante sull’esito delle dinamiche che i media orwelliani nascondono agli italiani e a se stessi.

Per questo dico che, navigandosi nelle acque che portano inevitabilmente a scoprire tutti i bluff del mainstream – (“pacatamente” ordoliberista nella monolitica facciata istituzionale italica ma, nei suoi meandri praticoni e liberisti-tout-court, sordamente in preda a  panico…che traspare dalla arrampicata sugli specchi del “flash” di Confindustria)- chiunque sia eletto è destinato a una sola cosa veramente prevedibile: a gestire l’impossibilità di nascondere ulteriormente al popolo italiano il fallimento e la sconfitta, senza via d’uscita, (nefasta per tutti), del regime tecno-autoritario e anti-democratico del “vincolo esterno”.

Un compito, abbiamo detto tante volte, del tutto simile a quello che, mutatis mutandis (ma negli effetti non troppo) dovette assolvere Badoglio.

Solo che stavolta invece di Palazzo Venezia, l’epicentro rischia seriamente di essere il Quirinale.

Ma l’unica via di difesa, l’estrema linea di Resistenza della sovranità democratica, rimane sempre la Costituzione. Quella vera.

 

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