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“Ricostruzione della scuola della cittadinanza attiva” di R. SALOMONE MEGNA parte seconda

 

Come già detto la trasformazione è stata lenta, poiché parte dagli anni ‘70 ma è portata avanti in maniera pertinace e strisciante da tutti i governi che si sono succeduti in questo arco temporale ( esempio è la recente sperimentazione quadriennale dei licei).

Sempre con la benedizione europea ed ovviamente, si continua a dire, nell’interesse dei nostri giovani.

La destrutturazione organizzativa completa, un colpo quasi esiziale, è avvenuta con la scuola-azienda, che in ottica di libero mercato richiede la competizione con altre scuole-aziende, per accaparrasi gli alunni, a loro volta trasformati da utenti in clienti.

Addirittura si stipula con i genitori dei discenti o gli esercenti la podestà genitoriale un contratto formativo. Che dire: più azienda di così?

Se dunque fra il sessantotto e il finire degli anni settanta le istituzioni formative pubbliche avevano acquisito, sull’onda delle contestazioni studentesche, la logica della gestione collegiale e dell’egualitarismo, l’americanizzazione e la mercificazione determinata dalla finanziarizzazione del capitalismo (quello che l’economista Francis Fukuyama chiama la fine della storia, poichè nessun’altra storia può essere possibile al di fuori di questo capitalismo) le ha trasformate in grottesche aziende.

Di fatto il passaggio definitivo da scuola-istituzione a scuola-azienda è avvenuto con l’autonomia scolastica, che è diventata addirittura principio di valenza costituzionale a seguito della modifica scellerata del titolo V della nostra Carta Costituzionale, operata dal Governo D’Alema il 18 ottobre 2001.

Ma ci sarebbe da chiedersi: scuola autonoma da chi e da che?

Sicuramente, visti i risultati, dalla “virtute e canoscenza” di dantesca memoria.

L’autonomia nella realtà si traduce in un profluvio di carte e regolamenti, forse solo per giustificarne l’esistenza, per cui i presidi rectius dirigenti ai presidi, sono unici controllori, ma a loro volta controllati da una figura politica quale il direttore scolastico regionale.

Tali scuole-aziende, a volte diventano più delle caserme gestite secondo una logica autoritaria-clientelare da dirigenti che sembrano ora essere l’incarnazione del sergente Hartman del film “Full Metal Jacket”, ora zelanti funzionari neostalinisti.

Sono nate istituzioni ove, spesso, i sindacati confederali ed i loro accoliti si sono dimostrati impotenti o conniventi, e si opera sovente in uno stato di anomia, con il dirigente che spesso è ritenuto erroneamente “legibus solutus”.

Non è raro che in questa congerie gli spiriti più deboli e fiacchi si trasformino in servitori ossequiosi, quando non in vere e proprie spie e delatori.

Questo meccanismo perverso uccide o quantomeno conculca la libertà di insegnamento del docente, ridotto a mero esecutore di ordini ( nudus magister).

L’omologazione è la massima delle virtù.

Il processo di apprendimento viene ridotto a qualcosa di deterministico da poter valutare, come in un’azienda, in termini di debiti e crediti, tralasciandone del tutto la dimensione spirituale ed umana, quando invece i docenti sono sostanzialmente “professionisti dell’humanitas”.

Gli stessi docenti sono così valutati secondo questa logica di tipo deterministico, stravolgendo del tutto quello che è un principio di civiltà giuridica esistente in Italia, ovverosia che le prestazioni intellettuali sono obbligazioni di mezzi e non di risultato.

E il bonus premiale segue lo stesso alveo, per cui il docente è diventato uno strumento di mercificazione, coadiuvato in questo dalle tecnologie didattiche, assolutamente superflue sotto il profilo didattico-educativo, ma indispensabili e funzionali alla mercificazione del sapere.

Per le scuole-aziende la progettualità didattica è diventata uno dei massimi valori.

Potrebbe essere una buona cosa, se non si sostanziasse purtroppo in quanti PON la determinata scuola ha ottenuto e quanti FESR ha portato a compimento.

Gli atrii degli istituti scolastici, anche quelli di più antica tradizione, sono ricoperti di tabelle e cartelloni che ricordano come l’Europa investa nel futuro dei nostri giovani, anche se sono tutti soldi del contribuente italiano, oscurando sovente anche le lapidi di quegli eroi, che magari quelle scuole hanno frequentato.

Sono come le inutili medaglie di cui si fregiavano i generali dell’ex Unione Sovietica.

Niente di più, ma i risultati sono stati quelli voluti ed attesi da chi ha ideato questo sistema.

I nostri giovani sanno sempre meno e sempre meno sapranno.

Queste trasformazioni della scuola italiana, finalizzate a destrutturare il rigoroso impianto ideologico che ha fatto risorgere l’Italia dalle rovine della seconda guerra mondiale, hanno, con la loro furia iconoclastica, anche violato uno dei principi cardini della logica, quello di non contraddizione.

Preciso meglio: da un lato abbiamo avuto un percorso di “Licealizzazione” dell’istruzione tecnica, in accordo con la deindustrializzazione dell’Italia che, secondo i nostri alleati europei, dovrebbe essere tutta pizza e mandolino, anche se l’Italia è la seconda potenza manifatturiera europea e sesta al mondo, dall’altra parte viene estesa l’alternanza scuola-lavoro in maniera obbligatoria a tutti gli istituti secondari di secondo grado con la legge 107/2015, riducendo così ulteriormente il tempo scuola.

Altro solare esempio della violazione del principio di non contraddizione: i dirigenti scolastici hanno un obbligo di risultato, mentre coloro da essi diretti, i docenti, hanno un’obbligazione di mezzi.

Non parliamo dell’attacco alla trasmissione dei saperi disciplinari, sia umanistici che tecnici, sferrato con il D.M. 259/17 relativo alle nuove classi di concorso per l’insegnamento.

In esso si coglie la precisa volontà di abbassare il livello complessivo della scuola italiana ( tutti insegnano tutto con la logica dei crediti universitari, altrimenti indicati come CFU).

Ciò è irrazionale e demenziale e può avere come unico obiettivo quello di ostacolare il fine ultimo di un sistema scolastico veramente educativo: la trasmissione di quel sapere critico che concorre all’acquisizione della cittadinanza attiva o eguaglianza sostanziale, di cui all’ art. 3 comma 2 della nostra Carta Costituzionale.

L’Italia, se non recupera i valori primigeni della scuola pubblica statale, non può uscire dal baratro della crisi economica e valoriale in cui è stata precipitata da scelte politiche improvvide se non incaute e che ora appalesano tutte le loro perniciosità.

In concreto è assolutamente necessario, assieme alla rimozione del pareggio di bilancio in Costituzione, anche la rimozione dell’autonomia scolastica.

La legge 107/2015 deve essere abrogata quanto prima, per tutelare il futuro dei nostri giovani.

E’ una cancrena purulenta e come tale deve essere asportata. Non può essere emendata, non può essere migliorata, perché è contro il patto sociale della nostra Costituzione.

Il sistema scolastico italiano non può fare a meno della trasmissione rigorosa dei saperi disciplinari, siano essi umanistici che tecnici, con i tempi giusti di apprendimento, unica garanzia questa per la formazione di un cittadino consapevole.

Per uscire dalla crisi, che in greco significa scelta, è giunto il momento di operare una scelta logica : quella di riappropriarci sia del modello economico costituzionale che del modello scolastico costituzionale.

Entrambi ci hanno garantito un quarantennio di crescita civile e morale ininterrotta.

Diversamente ci avvieremmo verso un ineluttabile e continuo declino.

Raffaele SALOMONE MEGNA


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