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REVISIONE FRATTALICA: LA PRESA DEL POTER€ DA PARTE DEL PUD€ E QUEL CHE NE DERIVA. NEL 2017 (it’s just fun) (da Orizzonte 48)

 

Da Orizzonte48 di Luciano Barra Caracciolo, che potete leggere a questo link riportiamo questo interessante articolo.

 

  1. L’intervista a Prodi di cui è sopra riportata un’estrapolazione ritenuta significativa, recita, più estesamente: “La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale”

E poi:

Una politica uniformata fa nascere i populismi?

“No, lo fa una politica uniformata quando occupa tutto il campo, ma non sa dare soluzioni. Allora la rabbia della gente crea un altro campo. Se il voto diventa liquido, è per questo. Quando tu vedi che solo il centro storico delle città è rimasto ai partiti della sinistra… Vogliamo chiederci perché Trump è odiato a Wall Street e osannato dai metalmeccanici del Michigan? È un leader più europeo di quel che pensiamo, non è semplicemente reazionario ma tocca, certo in modo sbagliato, le paure reali del ceto medo”.

Quindi…”Un problema di questa classe politica di governo?

“Non si tratta di cambiare i politici ma di cambiare politiche. Cambiare i politici è condizione necessaria ma non sufficiente”.

Be’, i politici di governo li abbiamo cambiati da poco.

Se non cambi le politiche, il politico cambiato invecchia anche in un paio d’anni… C’è sempre un’usura, e corre veloce. La mancanza di risposte efficaci logora. E al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure e delle cause reali delle paure”.

  1. Inutile dire che ne emerge una consapevolezza ben superiore di quella dell’intervistatore, che tradisce la sua immutabile visione mainstream (e neppure aggiusta le domande preparate una volta che Prodi lo “spiazza”, rispondendo diversamente da quel che il giornalista continua a dare per scontato).

In fondo, Prodi, commentando gli esiti delle amministrative di giugno 2016, stava dando un avvertimento che, sul successivo referendum costituzionale, è rimasto inascoltato.

La cosa più grave, però, è che, oggi, nonostante il risultato del referendum, – che definire inaspettato o “clamoroso” è segno di miopia ormai imperdonabile-, la reazione istituzionale alla crisi di governo derivatane, risulta improntata allo stesso ostinato atteggiamento di rimozione delle cause del disagio sociale indicate da Prodi.

  1. Noi sappiamo molto bene che gli “indicatori macroeconomici” italiani che partono dall’asservimento al “vincolo esterno” e cioè dall’inizio della cessione – e non mera “limitazione“- della sovranità, risultano avere un forte ed inevitabile impatto socio-politico, cosa che la Corte costituzionale si ostina a ignorare da decenni: dunque, proprio questi indicatori individuano nell’adesione alla “costruzione europea” e, specialmente, alla moneta unica, la effettiva radice di queste cause di disagio sociale montante.

Ma la pragmatica indicazione di Prodi sulla perdita di credibilità e di consenso che investe ogni possibile classe politica finchè, come sottolinea, permangano “queste politiche”, – cioè il “Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi”-, manca di un’indicazione relativa all’assunzione di responsabilità sul “chi” e “perché” si è illuso.

  1. Eppure non sarebbe difficile, per lui, indicare l’origine e la volontà che ha portato a questa situazione.

Gli antecedenti diretti della sua (tardiva) presa di distanza sono ben chiari:

  1. E non sono antecedenti dagli esiti sorprendenti: perché gli effetti oggi esattamente ottenuti, e che porterebbero a questo dissenso dalla classe politica €uropeista, sono programmatici e specificamente caratterizzanti il federalismo europeo (come ci conferma Streeck).

D’altra parte, ridotto nella sua estrema sintesi, il meccanismo era stato enunciato dal più €uropeista dei politici italiani: Einaudi(La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208): quanto mai pericolosa… Lo sviluppo tendenzialmente inflazionistico in alcuni paesi (con rigidi corsi dei cambi!) è da riferire, non da ultimo, anche alla concessione di prestazioni sociali superiori alle possibilità di rendimento dell’economia nazionale…).

  1. Lo smontaggio del welfare a piccole dosi, dunque, era uno strumento politico-economico considerato indispensabile.

Tutto si incentra sulla politica di taglio della spesa pubblica (v.p.9.1), in particolare del welfare, reclamata a gran voce dalla grancassa mediatica italiana anche e proprio subito dopo l’esito del referendum (!):

  1. a) una volta instaurato un vincolo di cambio (o, ancor più intensamente, avendo aderito a una “moneta unica”) viene meno progressivamente, e in modo crescente, il sostegno pubblico alla domanda interna, cioè al reddito e, di conseguenza, al livello di occupazione;
    b) la compressione, ovverosia il taglio nominale, o quantomeno reale (cioè al netto dell’inflazione), della spesa pubblica è essenzialmente rivolto ad abbassare l’inflazione e a rendere più competitiva l’economia sui mercati esteri, SUL PRESUPPOSTO che chi svolge questa politica sa che l’inflazione diminuisce a causa dell’aumento della disoccupazione e quindi della diminuzione dei salari. Chi cerca lavoro, in accesso sul relativo mercato o perché disoccupato, è disposto a lavorare per “meno”, sempre meno, se molti altri, e sempre di più, sono nella sua stessa condizione: e questi molti altri, per accelerare l’intero processo, possono opportunamente essere…importati.
  2. E tutto questo ci riporta all’ipotesi frattalica. E alle linee, che definiscono lo svolgersi degli eventi, che descrivono figure “simili o similmente poste, cioè disposte in modo tale che segmenti corrispondenti siano paralleli; sono cioè figure che si corrispondono in un’omotetia“.

Nel precedente post ho proposto alcune indicazioni su come rideterminare il punto di partenza della questione nel parallelismo o ricorrenza omotetica con l’inizio del fascismo, cioè con la Marcia su Roma: “La vera concretizzazione della rottura dell’ordinamento, rispetto all’analogia con la (labile) legalità dello Statuto albertino, va riferita alla reintroduzione del vincolo monetario in senso concreto, cioè come decisione normativa, prodromica all’adesione all’euro; infatti, a mio parere (che pongo come base della discussione), l’effettiva disapplicazione extra-ordinem della Costituzione (mantenuta cioè solo formalmente in vita, come già accadde per lo Statuto albertino), va logicamente posta in relazione con questo evento”.
7.1. Prospettata la questione in questi termini, ho rinvenuto una testimonianza irresistibile, confessoria come solo può esserla quella di un insider fiero di esserlo:

“Questa era la situazione quando, nel settembre 1996, il nuovo governo annunciò la decisione dell’Italia di partecipare all’Unione monetaria fin dall’inizio: sorpresa, stupore, incredulità, scetticismo e preoccupazione furono le reazioni a questa notizia, infatti l’Italia era vista come un rischio per l’Unione, come un pericolo, piuttosto che come un’opportunità…

…La decisione di tentare il tutto per tutto fu presa alla fine di settembre in una riunione a Palazzo Chigi cui parteciparono, oltre a Prodi, il vice Presidente del Consiglio, Veltroni, il sottosegretario alla Presidenza, Micheli, e i ministri economici Treu, Ciampie Visco. L’incontro fu breve e non ci fu nessun disaccordo, del resto l’unico che poteva dissentire ero io stesso.

E infatti, dopo aver scartato la possibilità di un sostanziale taglio della spesa pubblica per ragioni sia politiche che temporali, e aver preso atto della possibilità di intervenire con non meglio specificate misure di tesoreria”, l’unica alternativa realistica che restava era un aumento delle tasse, e questo era compito mio.

Il “lavoro sporco” che doveva essere fatto per entrare in Europa fu così interamente consegnato a me. Personalmente non mi resi neanche conto che in caso di fallimento, sarei stato il primo e l’unico a pagare. Tornai al ministero, convocai una riunione dei miei collaboratori e li informai delle decisioni prese: tutti reagirono con un silenzio carico di preoccupazione, ma al tempo stesso con assoluta determinazione, che era una conferma della forza unificante che aveva l’obiettivo europeo e del suo essere condiviso senza riserve da parte del Governo e della coalizione di maggioranza…”

 

  1. Vediamo di rinvenire un precedente specifico di tipo frattalico. La “Marcia” ebbe luogo com’è noto il 28 ottobre 1922 ma fu lungamente preparata, con una prova generale ad Ancona (2 agosto) e la famosa riunione della camicie nere di Napoli (24 ottobre).

L’8 (!) ottobre 1996, la Repubblica fa trapelare che

“Pronti a rientrare nello Sme. Secondo informazioni non ufficiali Prodi avrebbe deciso di passare ai fatti. Avrebbe cioè dato incarico ai funzionari del Tesoro di avviare le consultazioni e, soprattutto, gli studi sul livello che deve avere la lira per rientrare nell’ accordo di cambio europeo, abbandonato quattro anni fa…”

L’ufficializzazione del rientro nello SME, è del 30 novembre 1996.

Berlusconi dichiara  di averne già sentito parlare e di considerarla una buona notizia: solo che il problema è “restarci in €uropa”. L’identificazione UE= euro ha già preso il sopravvento nello spin mediatico che viene propinato agli italiani. Nessuno si rende conto a cosa si possa realmente andare incontro, ma la cosa viene accettata come un meritorio atto di governo.

Inizia il “balletto” del cambio di parità sul marco: “L’Unità” lo ipotizza a 1010 £, Confindustria punta a 1050 £ (giustamente), la City a quota 1000, la Francia “stranamente” a 950 (per quelli che non avessero capito ‘sta faccenda, a tutt’oggi, credo non ci sia più nulla da fare). Ma Ciampi chiude ogni discussione:

Basta con i sospetti, i dubbi, le in-terpretazioni capziose, le guerre guerreggiate à la Bundesbank. L’Ita-lia, ha detto Ciampi, intende essere tra i fondatori della moneta unica europea rispettando i parametri di Maastricht «senza vie traverse, senza aggirarne le condizioni.

Da notare che una timida resistenza, totalmente al di fuori del richiamo a principi costituzionali, anzi basata sul suo opposto teorico-economico, nella precedente discussione del 27 novembre (su una mera interrogazione parlamentare), la imbastiscel’on Marzano:  lamenta che il cambio fissato a £ 990 risultasse penalizzante e che il governo si era impegnato a concordare 1020. Ma, al tempo stesso, ritiene comunque l’adesione (ndr; allo Sme e quindi all’euro) non mantenibile perché non abbiamo proceduto al previo taglio “strutturale” della spesa pubblica e saremmo stati “in ritardo” nel “processo delle privatizzazioni”

  1. Anche il 25 novembre 1922, allorché Mussolini ricevette i pieni poteri con voto della Camera (!), la classe politica e la stessa base popolare italiana non realizzano la piena portata dell’evento: cioè, nessuno si preoccupa veramente di prevedere gli ulteriori esiti della situazione politica, nel momento in cui viene ufficializzato il passaggio ad una forma di governo che non si cura più di rispettare la sostanza (elettivo-parlamentare dell’investitura del presidente del consiglio) dell’ordinamento “costituzionale” albertino, lasciandone in piedi solo le forme (l’incarico del Re e la compartecipazione di altri partiti al primo governo Mussolini), con qualche aggiunta (il “formale” Gran Consiglio, che non fu destinato, poi, ad assumere effettive decisioni, tranne l’ordine del giorno Grandi nela fatidica conclusione del 25 luglio  1943).

Ci ragguaglia la stessa fonte appena citata: “Nel dibattito parlamentare che dieci giorni prima si era concluso con la concessione della fiducia al governo formato da Mussolini, si erano levate voci autorevoli di consenso, nonostante il capo del fascismo avesse pronunciato un discorso spavaldo e oltraggioso:

«Potevo», disse in quell’occasione, «fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto».

Avevano ottenuto incarichi di governo due popolari (Cavazzoni e Tangorra, Giovanni Gronchi ebbe un posto da sottosegretario), due giolittiani (Carnazza e Teofilo Rossi), un nazionalista (Federzoni), due alti ufficiali (il generale Armando Diaz e il duca del Mare Paolo Thaon de Revel), un democratico sociale (Colonna di Cesarò) e un filosofo considerato a quei tempi indipendente (Giovanni Gentile).  

Giovanni Giolitti disse che quel governo poteva ristabilire la pace sociale.

 Giovanni Amendola espresse il parere che l’opera del governo dovesse essere assecondata per restaurare l’ordine. 

Francesco Saverio Nitti auspicò che i fascisti si rivelassero in grado di rendere un servizio al Paese. 

Anna Kuliscioff invitò tutti, per agevolare il «ritorno graduale alla vita normale», a non molestare il governo «con punzecchiature inutili».

  1. Assunta questa ricostruzione sul piano fenomenologico, – cioè quel che conta è la segnalata essenza del rapporto tra un certo evento politico, i suoi riflessi sulla “effettività” della legalità costituzionale “sostanziale” e la mancata resistenza “socio-politica” all’evento stesso-, le date sono dotate di un elevato grado di ricorrenza frattalica oltre che, appunto, di significatività fenomenologica.

A questo punto, rifissato il “dies a quo“, quel che ci interessa maggiormente, è la scadenza del termine: se dobbiamo computare a partire da un periodo che si svolge lungo il fine settembre-fine novembre del 1996 il periodo frattalico corrispondente alla durata del fascismo, ci si ritrova ad avere un’identica scadenza tra il luglio (il Gran Consiglio che si risveglia e vota l’o.d.g. Grandi) e il settembre del 2017 (collocazione temporale dell’Armistizio e del “la guerra continua”…).

E teniamo conto che i componenti delle camere maturano il vitalizio conseguente al primo mandato legato a questa legislatura il 15 settembre 2017.

10.1. Circa il fondamentalissimo “fattore esogeno” (nella prima situazione storica: lo sbarco in Sicilia e il bombardamento di Roma), ne abbiamo già segnalano uno particolarmente frattalico:  l’elezione di Trump, avvenuta l’8 novembre 2016. Ed infatti:

Rammento che, guarda il caso della Storia, “L’8 NOVEMBRE 1942 ebbe inizio l’operazione Torch, lo sbarco in Algeria e Marocco”.
Poi:
“Alla fine del 1942 Churchill e Roosevelt decisero di incontrarsi nuovamente, stavolta a Casablanca, con l’obiettivo di pianificare la strategia globale nei mesi a venire[12]. Fin da subito si palesarono le divergenze di opinioni tra i due stati maggiori americano e britannico…
…Il generale Marshall non poté non riconoscere che un attacco in Sicilia – assai meglio che in Sardegna – avrebbe comportato due evidenti vantaggi: impegnare a fondo per la difesa dell’isola le numerose forze dell’Asse e, conquistandola, rendere più navigabile il Mediterraneo velocizzando le comunicazioni navali tra il Pacifico e l’Atlantico. Il 22 gennaio 1943, nella riunione conclusiva, si decise che a partire dal mese di giugno era autorizzata l’invasione anfibia della Sicilia”.
Attuata poi, com’è noto, il successivo 10 luglio 1943.
Nel frattempo, mentre si aggrediva il nord-Africa, anche la battaglia di Stalingrado volgeva verso un ribaltamento contrario agli invasori tedeschi: fino alla resa della 6a armata tedesca il 2 febbraio 1943.

Ma a parte queste giocose similitudini, (frattaliche), è chiaro che Trump non sarà in una immediata posizione di realizzare il suo programma (ammesso che abbia le idee chiare), senza “trattative” con l’establishment bipartisan”.

  1. Insomma, trasposto tutto questo materiale sul piano, suo proprio, della sovranità monetaria e fiscale e del loro essere contenuti essenziali della sovranità popolare costituzionale tout-court, la situazione extra-ordinem che oggi viviamo in nome dell’€uropa, potrebbe subire notevoli scossoni nei prossimi mesi: tra bail-in, ESM, default bancari sempre più probabili, tentativi di aggirare queste pesanti ipoteche su qualsiasi speranza di ritorno alla crescita, manovrone aggiuntive imposte dall’€uropa e loro inevitabili effetti recessivi, e, soprattutto, malcontento popolare crescente che spingerà per arrivare finalmente a un voto…

La logica (di preservazione della democrazia sovrana e del relativo benessere del popolo italiano), almeno, lo farebbe pensare: quanto può reggere una linea politica all’evidenza del suo crescente fallimento?

Ma la realtà, e lo sappiamo fin troppo bene, è in genere un’altra cosa.

Questo è solo un divertimento…

[Ma intanto…FLASH! LA BCE AVREBBE RESPINTO LA RICHIESTA DI MPS DI CONCEDERE PIÙ TEMPO PER L’AUMENTO DI CAPITALE – SIENA AVEVA CHIESTO 20 GIORNI IN PIÙ VISTO IL MUTATO CONTESTO PER L’ESITO DEL REFERENDUM]

 

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