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Relazioni economiche internazionali, seconda lezione. Critica alla teoria classica .

relazioni internazionali

 

Le critiche alla teoria classica.

Effetti statici: l’apertura del commercio, spingendo ogni Paese a specializzarsi nelle produzioni relativamente più efficienti e competitive sul mercato internazionale, può interferire pesantemente con la struttura del sistema produttivo internazionale, modificando il peso relativo dei vari settori e spostando le risorse dai settori meno efficienti a quelli più competitivi. Ciò può tradursi in significativi e differenziati livelli occupazionali nei vari settori. A seguito dell’apertura degli scambi è infatti prevedibile un aumento di occupazione nei settori di esportazione più competitivi e dinamici, a fronte di una notevole riduzione nelle produzioni più minacciate dalla concorrenza estera. Quest’ultimo porterebbe ad una fase di ridimensionamento della forza lavoro, difficilmente riassorbibile nei settori più competitivi e dinamici.

Effetti dinamici: Il commercio internazionale potrebbe creare disoccupazione, e comunque può avere significativi effetti sul mercato del lavoro, favorendo alcune tipologie di lavoratori in possesso di qualifiche richieste nelle produzioni più competitive, a svantaggio di altri lavoratori come quelli generici non qualificati, impiegati in settori meno competitivi.

La teoria tradizionale escludeva del tutto la possibilità di problemi occupazionali: fatto è che la disoccupazione riduce di molto la portata del presunto effetto positivo del commercio internazionale in termini di una migliore allocazione delle risorse disponibili.

Gli effetti sul mercato del lavoro dipendono chiaramente dalle specifiche caratteristiche dei settori nei quali rispettivamente si realizzano la specializzazione e/o il ridimensionamento. Molto dipende dalle ripercussioni che l’apertura degli scambi può esercitare sulle successive potenzialità di crescita dei Paesi interessati, tenuto anche conto del modo in cui le imprese di tali Paesi reagiscono alle opportunità e alle minacce del mercato e al confronto con le imprese rivali straniere.

Il commercio internazionale potrebbe favorire il processo di crescita dei paesi emergenti e in via di sviluppo grazie anche alla maggiore possibilità di attrarre finanziamenti al proprio interno, ma soprattutto facilita la diffusione delle conoscenze a livello internazionale, di modo da poter assimilare, incorporare e utilizzare nuove conoscenze tecnologiche.

Le innovazioni possono riguardare: i prodotti (innovazione di prodotto), le tecniche produttive (innovazioni di processo). La scelta di investire nell’uno o nell’altro dipende dalle particolari condizioni e prospettive economiche del mercato. In un periodo di espansione l’impresa può essere indotta a investire di più in innovazioni di prodotto, in un periodo di stagnazione può invece essere indotta a investire di più innovazioni di processo. Allo stesso modo alcune aziende investiranno in modo simultaneo nei due processi tali da garantirsi una posizione competitiva all’interno del mercato, unitamente a una riduzione di costi di produzione.

Differenziazione di prodotto.

(Dal lato della domanda). La produzione di beni differenziati risponde essenzialmente all’esigenza di soddisfare i gusti dei consumatori che possono variare al variare della nazionalità, del reddito pro-capite, e di altri fattori quali l’assenza di barriere o la vicinanza geografica.

Il commercio fra due paesi può essere tanto più intenso quanto più simile è il loro livello del reddito medio pro-capite, e quindi il loro grado di sviluppo economico.

(Dal lato dell’offerta). Imprese di vari paesi preferiranno specializzarsi nella produzione di quelle varietà di merci laddove sono più efficienti, per cui possono acquisire una certa autonomia rispetto ai prezzi praticati delle imprese rivali.

Sicuramente all’aumentare del numero delle varietà disponibili sul mercato aumentano le possibilità di scelta (e quindi il benessere) dei consumatori.

Economie di scala.

Le economie di scala consistono nei vantaggi, in termini di riduzione dei costi medi, che l’impresa acquisisce all’aumentare della dimensione produttiva, consentendo un maggiore sfruttamento della capacità produttiva esistente connesse con la disponibilità di capitale fisico e di mano d’opera qualificata.

In ogni settore produttivo le imprese, allo scopo di sfruttare le economie di scala, sono costrette a limitarsi a produrre poche varietà, ciò compromette il grado di differenziazione dei prodotti. Con il commercio internazionale e l’ampliamento del mercato non si comprometterebbe il grado di differenziazione dei prodotti dal momento che potranno essere liberamente acquistate in altri Paesi. Più è grande il mercato, maggiore è la possibilità di usufruire di un elevato livello di differenziazione.

Le economie di scala possono essere considerate come una fonte autonoma di vantaggi competitivi a livello internazionale, costituendo un incentivo all’apertura degli scambi anche tra paesi molto simili nelle dotazioni fattoriali.

La Nuova Economia Internazionale.

L’odierna struttura e la dinamica degli scambi commerciali a livello mondiale costituiscono un fenomeno complesso, imputabile a tutta una serie di concause non solo economiche ma anche di natura storica, politico-istituzionale, sociale, più o meno rilevanti per i vari Paesi.

Spiegare la struttura e le dinamiche del commercio internazionale può essere fatto in modo parziale, facendo leva ora sull’uno ora sull’altro degli elementi economici in grado di influenzare l’evoluzione degli scambi tra i vari Paesi: la dotazione relativa dei fattori, le economie di scala a livello di impresa o di industria, la differenziazione dei prodotti, il diverso grado di concentrazione oligopolistica, il ruolo crescente delle innovazioni tecnologiche e del capitale umano.

Oltremodo bisogna aggiungere elementi riguardanti il ruolo svolto dalle politiche di intervento commerciali (maggiore o minore presenza di ostacoli tariffari e non tariffari agli scambi), nonché dalla distanza geografica e dai costi di trasporto e dalla relativa dinamica a seguito dell’evoluzione tecnologica. Tutti elementi in grado di influire sulla capacità de crescita dei vari Paesi.

I contributi di Porter e di Krugman fanno leva sui vantaggi competitivi scaturenti dalle cosiddette economie di agglomerazione, cioè quelle economie esterne derivanti dal processo di concentrazione geografica delle produzioni.

Molto spesso le produzioni, nelle quali vari Paesi risultano competitivi a livello internazionale, appaiono concentrate in determinate località o aree, e sembrerebbe che la concentrazione geografica delle imprese esportatrici in specifici contesti territoriali, implichi per le stesse notevoli vantaggi competitivi.

Porter pur riconoscendo il contributo di altri importanti fattori (come la disponibilità di pubbliche infrastrutture, di mano d’opera qualificata e capacità manageriali adatte), ha enfatizzato il ruolo strategico svolto dalla presenza sul territorio di gruppi (cluster) di efficienti imprese collegate e di supporto. All’interno di questi raggruppamenti territoriali presumibilmente circolano tante informazioni e conoscenze in grado di rafforzare nel tempo la competitività delle imprese interessate.

Secondo Krugman l’importanza attribuita a tali economie di agglomerazione, ancor prima di ricercare le ragioni per cui un Paese risulta specializzato a livello internazionale in certe produzioni, sarebbe interessante riuscire a capire come mai quelle specifiche produzioni risultano localizzate in determinate aree piuttosto che in altre.

La cosiddetta Nuova Geografia Economica costituisce un punto di riferimento e analisi delle scelte aziendali in tema di localizzazione produttiva e nell’individuazione delle principali motivazioni alla base della diffusa tendenza nei vari paesi alla concentrazione delle iniziative imprenditoriali più competitive in aree ben circoscritte.

Per Krugman, in presenza di economie di scala, l’opportunità di sfruttarle spinge le imprese a concentrare la loro attività in un’unica localizzazione e, allo stesso tempo, l’esigenza di minimizzare i costi di trasporto spinge ogni impresa a localizzarsi in prossimità di un ampio mercato di sbocco per le merci da produrre. Nella scelta relativa alla localizzazione si presume che la distanza da un potenziale grande mercato di sbocco abbia una rilevanza economicamente determinante.

(Detto mercato tende a essere più ampio proprio nelle zone dove è già presente un elevato numero di imprese e dove, di conseguenza, ci sono alti tassi di occupazione e quindi molti potenziali acquirenti in possesso di redditi spendibili per i beni di consumo.)

Il processo di concentrazione produttiva tende ad autoalimentarsi in una crescita continua, visto che ogni singola impresa avrebbe cioè convenienza a scegliere la stessa zona di insediamento già scelta dalle altre imprese del settore, interessate proprio ai vantaggi di collaborazione (specie nell’attività di ricerca) interaziendali.

Più di recente c’è stato un vero e proprio interesse verso i sistemi distrettuali plurisettoriali, proprio a causa della diversità delle produzioni. V’è possibilità di una diffusione incrociata delle conoscenze fra imprese con competenze ed esperienze diverse in grado di stimolare nuove combinazioni di conoscenze così da influire positivamente sulla capacità creativa degli operatori.

Mentre i distretti tradizionali (a causa dell’elevata specializzazione produttiva) appaiono meno capaci di reagire senza problemi a forti shock esterni, quelli plurisettoriali (diversificati come sono) sembrano in grado di adattarsi più agevolmente e subire quindi meno disagi a fronte di profondi cambiamenti nelle condizioni concorrenziali sul mercato internazionale e/o nella struttura della domanda mondiale, a seguito per esempio, dell’evoluzione tecnologica e dell’emergere di nuovi Paesi produttori in uno scenario competitivo sempre più ampio e integrato.

Le economie di agglomerazione (scaturenti dalla concentrazione geografica delle produzioni) interagiscono con le economie esterne dinamiche (legate al processo tecnico e alla diffusione dello stesso), condizionando la possibilità di crescita delle diverse aree territoriali e il livello di attrazione per nuove iniziative.

La correlazione esistente fra crescita e agglomerazione delle attività produttive è stata da tempo documentata e porta con sé come esempio più famoso quello della Silicon Valley.

A causa dell’accresciuta concorrenza internazionale, nei vari Paesi l’esigenza di queste reti di collaborazione fra le imprese esportatrici è sensibilmente aumentata con l’avanzare del processo di globalizzazione dei mercati.

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