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IL REGALO INUTILE DELLA BCE

 

 

I giornali ci informano che Mario Draghi, capo della Banca Centrale Europea, ha portato i tassi d’interesse allo 0,05%: dunque “il costo del denaro” (per le banche) è quasi inesistente. Inoltre la Bce si prepara a rilevare dei “pacchetti” in cui le singole banche avranno raccolto i crediti per il denaro concesso alle imprese e alle famiglie. Tutto bellissimo. Ma a chi non è un economista professionale rimane la libertà di fare i conti con le dita.

Il denaro è una gran cosa, meglio averlo che non averlo. Senza di esso non si fa quasi niente. E tuttavia è necessaria una distinzione. Se si va al ristorante, e si paga il conto, è un po’ come se uno quel denaro lo “mangiasse” e dunque è un bene di consumo. Se invece si comprano le uova dal produttore e si vanno a vendere al mercato, il denaro non serve ad essere “consumato” ma ad attuare un’operazione lucrativa: in questo caso si chiama “capitale”. Il denaro speso per consumi è essenziale perché diversamente nessuna impresa produce e fa profitti, il denaro capitale invece serve soltanto se si intende intraprendere. Ed proprio questo che rende dubbiosi rispetto ai provvedimenti della Banca Centrale.

Innanzi tutto c’è il dubbio che le banche ritirino denaro non per prestarlo alle imprese o alle famiglie ma per comprare esse stesse titoli di Stato. Con un rendimento del 3% (tutte le cifre hanno soltanto valore d’esempio), sottratto lo 0,05% da pagare alla Bce, si ha un ricavato del 2,95% per la semplice fatica di girarsi i pollici.

Ma fingiamo di essere ingenui. Facciamo che il tasso d’interesse della Bce sia zero e che le banche se ne servano per concedere mutui a tassi bassissimi, dato che già un 4% sarebbe per loro un 4% netto. Mentre se il tasso della Bce fosse del 5%, per ottenere lo stesso 4% le banche dovrebbero praticare un tasso del 9%. Dunque, abbassando il tasso d’interesse della Bce, il denaro dovrebbe costare meno, a imprese e famiglie. In realtà i prestiti saranno concessi soltanto a coloro che dànno garanzie di rimborso, e Dio sa quanto siano divenute prudenti le banche. Che pratichino un interesse del 4, del 9 o del 20%, se il mutuo non è rimborsato è una catastrofe del 100% più le spese.

Ed inoltre, se le banche, incoraggiate dalla Bce, divenissero generose e i prestiti inclusi nei “pacchetti” poi non fossero rimborsati, chi si accollerebbe la perdita? Qua si amerebbe saperne di più.

Ma c’è una perplessità ben più importante. Chi crea un’impresa mira al profitto. Ammettiamo che questo profitto sia del 10%, che per lanciare l’impresa sia necessario un capitale e che questo capitale lo si possa ottenere al 6%: l’imprenditore fonderà l’impresa se il 4% di profitto gli è sufficiente. Ovviamente, se ottenesse il denaro al 16%, l’imprenditore aprirebbe lo stesso l’impresa, se il profitto sperato fosse al 20%. Ciò significa che il costo del denaro, da solo, significa poco: è un parametro che va collegato ai ricavi. Se il costo del denaro fosse zero, ma anche il profitto sperato fosse zero, l’imprenditore non fonderebbe l’impresa; perché poi il capitale dovrebbe restituirlo senza averci guadagnato niente. Invece l’impresa non soltanto deve guadagnare, ma guadagnare abbastanza per rimediare anche a qualche imprevisto negativo.

Un basso costo del denaro rivitalizza le imprese marginali. Quelle che prima rischiavano di chiudere e ora, con quel piccolo guadagno in più, possono sperare di sopravvivere. Ma l’economia di un Paese non si regge sulle imprese marginali. Se la sensazione è che, chiunque apra una merceria in provincia di Matera, finirà con l’essere sommerso di spese e tasse, nessuno si muoverà. È quello che avviene in Italia. Il problema non è finanziario, è produttivo. Un’impresa non vive del suo capitale, vive dei suoi profitti. E se non li ha, o non apre o chiude o va all’estero. Se non c’è la prospettiva del guadagno, le sirene delle banche con le banconote in mano non incantano nessuno.

Non si è capito e non si vuole capire che l’Italia si salverà quando sarà lecito fare profitti e al limite arricchirsi. Se l’impresa è considerata dal fisco il pozzo di San Patrizio, si provocherà una crisi senza soluzione. La pecora bisogna tosarla, non ucciderla. L’Italia invece ha la bava alla bocca contro i capitalisti affamatori del popolo e il risultato è quello che vediamo. Matteo Renzi, con i suoi ottanta euro, ha parlato spudoratamente di “operazione di ridistribuzione della ricchezza”. Ora prepariamoci a ridistribuire la miseria.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

5 settembre 2014

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