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LE RAGIONI DI BERTOLDO

 

L’evidenza è lo strumento con cui in ultima analisi si verifica la validità di un sillogismo. Dunque, con buona pace di Aristotele, è superiore allo stesso sillogismo. Naturalmente come mezzo di prova incontra i suoi limiti. Che il sole sorga e tramonti è cosa evidente e tuttavia falsa: il sole è immobile. Che la verità giudiziaria non corrisponda alla verità tout court è anche questa cosa nota, diversamente sia Socrate sia Gesù sarebbero stati effettivamente colpevoli. Né ci si può fidare della statistica: non basta che un’affermazione sia condivisa dai più per ritenerla valida. E tuttavia, se ci si guarda dal cadere nelle imboscate delle facili conclusioni, il buon senso – il nome con cui l’evidenza va in giro quando non è in alta uniforme – ci permette di difenderci contro molti errori.

Bertoldo è il personaggio eponimo di un pragmatismo contadino che è lecito stimare molto più delle astruserie di tanti intellettuali. Gli inglesi dicono che alcuni “can’t see the wood for the trees”, non riescono a vedere gli alberi a causa del bosco: le scarpe grosse, coniugate col cervello fino, sono proprio lo strumento per evitare questo genere d’abbagli.

Partiamo dal Massimo Problema: Dio. Se, come sostiene Immanuel Kant, la sua esistenza non può essere logicamente dimostrata, e se non si vede nessuna traccia della sua presenza nella realtà, Bertoldo ha il diritto di non credere in Dio: infatti non ne ha nessuna prova. Non basta: ha anche il diritto di non credere una parola della religione e di reputare una fantasia l’anima immortale. Ma si deve andare oltre. Se non si crede nello spirito, si deve sorridere della complicatissima e astrusa filosofia di Hegel, dove di spirito si parla continuamente. E in conclusione, se qualcuno dice a Bertoldo: “Come puoi negare validità alla sua filosofia, se non hai letto niente, di lui?” il nostro zoticone potrebbe sempre rispondere: “E volete che perda il mio tempo a leggere un libro in cui si parla dello spirito? Preferisco i fratelli Grimm”. La confutazione infatti, egli pensa, è nel manico. O, per dirla in latino, c’è una petitio principii.

Questo genere di criterio è risolutivo anche in campi lontani dalla metafisica. Se qualcuno afferma che l’automobile che va ad acqua è possibile, non bisogna perdere tempo a studiare meccanica e termodinamica. La risposta è semplice: “Se fosse possibile, come tu dici, l’avrebbero già inventata. Dal momento che non c’è, è segno che non è possibile”.

Altro esempio, l’economia politica. È vero che, eliminando il profitto del capitalista, i lavoratori guadagnerebbero di più: infatti si spartirebbero quel “plusvalore”. Ma dal momento che, dove hanno tentato d’applicare il sistema marxista, la ricchezza non è aumentata e al suo posto è aumentata la povertà, è chiaro che la teoria è falsa. E non si dica che è stata colpa degli uomini, incapaci di applicarla: non abbiamo un’umanità di ricambio. Ciò ci dispensa dal leggere das Kapital, e non è piccolo sollievo.

Bertoldo può anche dare lezioni di etica. Non nel senso che ne dimostri i fondamenti o ne espliciti i principi, ma nel senso che bisogna tenere conto della realtà. Tutte le affermazioni che cominciano con le parole “se tutti gli uomini si comportassero bene…” sono stupide. Perché non avverrà mai che tutti gli uomini si comportino come vorrebbe colui che sta parlando. Dunque tutte le teorie che ipotizzano un’umanità migliore, o anche semplicemente diversa da com’è, sono destinate a rivelarsi false e spesso nocive.

Ad esempio, gli uomini hanno tendenza a comportarsi in modo diverso secondo che sappiano di dovere scontare loro stessi i loro errori, o pensino che i loro conti saranno saldati da altri. Se pago io spengo la luce uscendo, se paga il Comune magari sono distratto e lascio tutto acceso. Se pago il pranzo io, scelgo guardando la colonna dei piatti e la colonna dei prezzi, se giro il conto al mio datore di lavoro, guardo soltanto la colonna dei piatti. A Bertoldo basta questo per essere visceralmente antistatalista, Dunque risolutamente contro una sinistra inguaribilmente collettivista e perfino capace di negare queste semplici verità.

Naturalmente il nostro eroe è disposto a promettere che cambierà atteggiamento quando vedrà la gente rispettare i beni e gli interessi altrui come rispetta i propri. Quando vedrà il lavoratore che lavora nello stesso modo per sé o per altri e si comporta nello stesso modo quando è lasciato solo e quando è sorvegliato. Cosa che ancora non ha visto. Fino ad allora, non sarà mai collettivista. E infatti Bertoldo, che pure è un proletario, è odiato da coloro che vorrebbero essere i suoi protettori.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

20 ottobre 2014

 

 

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