Economia
Quattro anni di governo Meloni, la sfida dei numeri: 140 miliardi di sgravi fiscali tra lavoro, famiglie e imprese
Dal taglio del cuneo alla riforma dell’Irpef, il bilancio economico dell’esecutivo rivendica un cambio di impostazione nella politica fiscale. Il ruolo di Giorgetti, la tutela dei redditi e la sfida ancora aperta della crescita.
C’è un numero che più di altri sintetizza la politica economica rivendicata dal Governo Meloni nei suoi primi quattro anni: 140 miliardi di euro. È il valore complessivo degli interventi di alleggerimento fiscale e contributivo, delle agevolazioni e degli incentivi contabilizzati dall’esecutivo nell’arco temporale compreso tra il 2023 e il 2027. Una cifra che occupa il centro del documento diffuso dalla Presidenza del Consiglio in occasione del quarto anniversario dell’insediamento del Governo e che consente di esaminare la direzione impressa alla politica tributaria italiana.
La scelta è stata quella di intervenire soprattutto sul costo del lavoro, sui redditi da lavoro dipendente, sulla fiscalità delle famiglie e sulla capacità delle imprese di investire. Una strategia perseguita in un contesto tutt’altro che favorevole, segnato dall’inflazione degli anni precedenti, dalle tensioni internazionali, dall’instabilità dei mercati energetici e dalla necessità di preservare gli equilibri di finanza pubblica.
Il capitolo più consistente riguarda il lavoro. Secondo il prospetto governativo, al taglio del cuneo contributivo sono riconducibili 20 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 38,8 miliardi per il taglio del cuneo fiscale. La riforma dell’Irpef vale altri 25,3 miliardi. Tre voci che, da sole, superano gli 84 miliardi e rappresentano il nucleo principale della strategia di alleggerimento del prelievo sui redditi dei lavoratori.
La riforma dell’Irpef costituisce uno degli interventi strutturali più significativi. Rispetto al sistema a quattro aliquote del 2022, quello attuale ne prevede tre: il 23% fino a 28 mila euro, il 33% sulla fascia tra 28 mila e 50 mila euro e il 43% oltre tale soglia. L’ultima riduzione, dal 35 al 33%, è stata introdotta con la legge di Bilancio 2026, con un beneficio che può raggiungere 440 euro annui per i contribuenti interessati.
Ma il dato politicamente più rilevante è probabilmente un altro. La combinazione tra riduzione del cuneo e riforma Irpef determina, secondo le stime dell’esecutivo, un alleggerimento strutturale di circa 21 miliardi di euro ogni anno. Risorse che lo Stato rinuncia a prelevare rispetto alla normativa di riferimento e che vengono destinate a sostenere il reddito disponibile dei lavoratori.
È il tentativo di affrontare uno dei problemi più persistenti dell’economia italiana: la distanza tra costo del lavoro sostenuto dalle aziende e retribuzione netta percepita dai dipendenti.
Meno imposte sul lavoro, ma anche incentivi alla produttività.
La manovra fiscale non si esaurisce nelle aliquote Irpef. Il documento richiama 3,9 miliardi di euro per la misura conosciuta come “più assumi, meno paghi”, 3 miliardi per la detassazione dei fringe benefit, 1,1 miliardi per quella dei premi di risultato e 1,7 miliardi per la tassazione agevolata degli incrementi retributivi, delle indennità di turno e del lavoro accessorio.
L’impostazione è riconoscibile: alleggerire la fiscalità dei redditi da lavoro e, parallelamente, incentivare assunzioni, produttività e contrattazione aziendale.
Un’altra parte consistente degli interventi riguarda il sistema produttivo. Nel prospetto figurano 16,2 miliardi di crediti d’imposta e agevolazioni per gli investimenti, 14,9 miliardi di crediti destinati alle imprese per fronteggiare i costi di energia e gas e 5,6 miliardi per gli incentivi all’occupazione.
A questi si aggiunge l’ampliamento del regime forfettario, quantificato in 1,3 miliardi. L’innalzamento a 85 mila euro della soglia di ricavi e compensi per accedere al regime agevolato rappresenta una scelta rivolta al mondo delle partite Iva, ai professionisti e alle piccole attività economiche.
La filosofia di fondo è quella di utilizzare il fisco non soltanto come strumento di redistribuzione, ma anche come leva per sostenere l’iniziativa economica, favorire gli investimenti e rendere più conveniente la creazione di occupazione.
Il ruolo di Giorgetti e il delicato equilibrio dei conti pubblici
In questa strategia assume particolare importanza il ruolo del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. La sua linea di prudenza finanziaria ha rappresentato una costante dell’azione di governo, anche nei momenti in cui le richieste politiche di nuovi interventi espansivi si sono confrontate con risorse limitate.
La questione è tutt’altro che secondaria. Ridurre stabilmente le imposte significa rinunciare a una parte del gettito futuro oppure individuare coperture alternative. E per un Paese con un debito pubblico elevato, il margine di manovra resta inevitabilmente condizionato dalla necessità di mantenere credibilità sui mercati e rispettare gli impegni europei.
È proprio su questo terreno che si misura la sostenibilità delle scelte fiscali: non soltanto la capacità di concedere sgravi, ma quella di renderli duraturi evitando che il loro costo venga trasferito sui bilanci degli anni successivi.
Il Governo rivendica così un modello che cerca di conciliare alleggerimento della pressione sul lavoro, sostegno alle imprese e disciplina di bilancio. Una combinazione che richiede continuità, soprattutto in presenza di una crescita economica ancora moderata.
La questione del potere d’acquisto e il significato dei 140 miliardi
Naturalmente, il dato dei 140 miliardi deve essere interpretato correttamente. Non si tratta di 140 miliardi di riduzione annuale delle tasse, né di una somma distribuita direttamente e indistintamente alle famiglie. Il conteggio comprende misure di natura diversa, interventi fiscali e contributivi, incentivi alle imprese e benefici distribuiti su più esercizi, inclusi quelli programmati fino al 2027.
Questo non cancella gli effetti delle riduzioni fiscali, ma impone di distinguere tra costo complessivo degli interventi, minori entrate per lo Stato e benefici effettivamente percepiti dai contribuenti.
È altrettanto evidente che una riduzione delle imposte non si traduce automaticamente in un equivalente aumento del potere d’acquisto. A determinare il reddito reale concorrono anche l’inflazione, i rinnovi contrattuali, il costo dell’abitazione, dell’energia e dei servizi. È su questo terreno che le famiglie valutano concretamente la propria condizione economica.
Il documento del Governo, tuttavia, consente di identificare una precisa priorità: destinare una parte rilevante delle risorse disponibili alla riduzione del prelievo sul lavoro, anziché concentrare gli interventi esclusivamente su trasferimenti temporanei.
Dalle tasse alla crescita: la prova dei prossimi anni
Il quarto anniversario del Governo Meloni offre dunque l’occasione per valutare una politica fiscale che ha progressivamente assunto carattere strutturale, soprattutto attraverso la riforma Irpef e il taglio del cuneo.
Resta ora la sfida più complessa: trasformare il sostegno ai redditi e gli incentivi alle imprese in un aumento stabile della produttività e della crescita economica.
Perché il vero banco di prova dei 140 miliardi non sarà soltanto il loro valore contabile, ma la capacità di contribuire a un’economia nella quale il lavoro sia meglio retribuito, le imprese investano con maggiore continuità e le famiglie recuperino potere d’acquisto.
Il bilancio dei quattro anni indica la direzione rivendicata dall’esecutivo. La prossima fase dovrà dimostrare quanto quella direzione possa incidere sulle debolezze strutturali del sistema economico italiano.








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