Politica
Quando la sinistra era favorevole alla separazione delle carriere
Separazione delle carriere: nel 2019 il PD la definiva “ineludibile”, oggi con la segreteria Schlein è il partito del No. Analisi di un’inversione di rotta dettata dalle alleanze politiche, mentre l’ala riformista si ribella.
Il dibattito sulla separazione delle carriere nella magistratura non è soltanto una disputa tecnico-giuridica. È diventato un test di coerenza politica: misura se le forze parlamentari sanno mantenere criteri di giudizio stabili o se, al contrario, valutano le riforme in base allo schieramento che le propone. Alla vigilia del referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, questo nodo emerge con particolare evidenza nel campo progressista e nel Partito Democratico.
Nel congresso del Partito Democratico del 2019, un documento politico (#fiancoafianco) formale dell’area riformista guidata da Maurizio Martina riportava una frase netta: “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. riportava una frase netta: “il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. È un passaggio scritto, non una ricostruzione polemica: sta in un testo congressuale riconoscibile e citato pubblicamente anche in sede istituzionale.
Quel punto assume rilievo perché non apparteneva a una periferia del partito. In interventi e resoconti pubblici, quella mozione viene ricordata come sottoscritta anche da figure di primo piano dell’area riformista dem: tra i nomi richiamati compaiono Lorenzo Guerini, Alessandro Alfieri e Debora Serracchiani, allora e oggi protagonisti della vita politica del PD.
La conclusione è semplice e difficilmente contestabile: la separazione delle carriere, in quella stagione, non veniva trattata come un tabù “di destra”, ma come un tema da affrontare in chiave di terzietà del giudice e credibilità del processo.
Oggi lo scenario è rovesciato. Il Partito Democratico, con la segreteria Schlein, è schierato per il “No”, sostenendo che la riforma non aumenti l’efficienza e sia invece una modifica pericolosa degli equilibri, fino all’argomento – riportato in sintesi – dell’intento di “avere le mani libere”.
La critica può essere legittima, ma resta un fatto politico: ciò che nel 2019 veniva definito “ineludibile” viene ora respinto come minaccia. In questo cambio di postura pesa anche la geometria delle alleanze. Il Movimento 5 Stelle – oggi alleato centrale del PD – è ufficialmente schierato per il “No”. È altrettanto difficile sostenere che la logica di coalizione sia irrilevante: su una riforma simbolica, una posizione autonoma avrebbe creato una frattura politica immediata nel campo dell’opposizione.
C’è però un elemento che rende la vicenda ancora più rivelatrice: non tutta la sinistra si è allineata al No. Esiste un’area riformista e garantista che ha scelto di sostenere il Sì, rivendicandolo come continuità con una storia politica che non ha mai considerato la separazione delle carriere un’eresia. Questo orientamento si è manifestato pubblicamente anche nel convegno “La sinistra che vota Sì” (Firenze, 12 gennaio 2026), con la partecipazione di esponenti e intellettuali dell’area riformista.
Le ricostruzioni giornalistiche collegano a quell’iniziativa nomi come Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Augusto Barbera e Claudio Petruccioli, oltre ad altri esponenti dell’area riformista, presentati come contrari alla logica del “tutto o niente” e intenzionati a separare la valutazione di merito dalla disciplina di schieramento. Pagella Politica, inoltre, documenta esplicitamente che nel PD esiste dissenso rispetto alla linea ufficiale, citando tra i favorevoli alla riforma anche Goffredo Bettini e lo stesso Ceccanti.
A questo punto, la questione politica è nuda. Se nel 2019 la separazione era “ineludibile”, oggi non può diventare “inaccettabile” senza una spiegazione di merito altrettanto solida e documentata. Altrimenti il messaggio è un altro: non è cambiato il giudizio tecnico, è cambiata la convenienza politica. E quando una riforma costituzionale viene trattata come una bandiera identitaria – giusta o sbagliata in base a chi la porta – si riduce il dibattito pubblico a un test di appartenenza, con un costo inevitabile sulla credibilità complessiva delle istituzioni.
Antonio Maria Rinaldi
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