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Quando il Regno delle Due Sicilie era la Germania

Può sembrare un paradosso oggi, ma a metà Ottocento le Borse europee consideravano i titoli di Stato di Napoli molto più sicuri di quelli di Torino e Milano. Scopri i dati sorprendenti sugli spread dell’epoca.

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Può sembrare un paradosso per chi osserva l’Italia con dinamiche di oggi, ma nella metà dell’Ottocento i mercati finanziari europei avevano una percezione molto diversa della penisola. Se si applicasse retrospettivamente il linguaggio degli spread, emergerebbe un dato sorprendente: tra gli Stati italiani preunitari il debitore considerato più affidabile era il Regno delle Due Sicilie. In altre parole, nella geografia finanziaria dell’Italia di allora, la “Germania” della penisola si trovava a Napoli.

Se un investitore europeo avesse osservato la penisola italiana con gli occhi della finanza internazionale dell’Ottocento, il punto di riferimento per stabilità creditizia non sarebbe stato Torino o Milano, ma Napoli.

Alla vigilia del 1861 l’Italia non era soltanto politicamente divisa: lo era anche dal punto di vista monetario. La penisola costituiva una vera Babele valutaria, nella quale circolavano oltre duecento tipi di monete differenti. Ducati, scudi, lire, fiorini e zecchini convivevano con sistemi di conto diversi e con standard metallici non uniformi.

Nel Regno delle Due Sicilie la moneta di riferimento era il ducato, suddiviso in 100 grana; nello Stato Pontificio circolava lo scudo romano, diviso in 100 baiocchi; nel Granducato di Toscana il fiorino; mentre nel Lombardo-Veneto prevaleva il sistema monetario dell’Impero austriaco.

La nascita del Regno d’Italia rese quindi necessaria una complessa operazione di integrazione monetaria. Tutte le monete degli Stati preunitari furono convertite nella nuova lira italiana con sistema decimale, assumendo come criterio il contenuto metallico delle diverse emissioni.

I principali rapporti di conversione furono stabiliti in questo modo:

  • 1 ducato delle Due Sicilie = 4,25 lire
  • 1 scudo pontificio ≈ 5,37 lire
  • 1 fiorino toscano = 1,40 lire

mentre la lira piemontese fu di fatto adottata come base del nuovo sistema monetario nazionale.

Il principio che guidava queste conversioni era estremamente semplice: la parità tra le monete era determinata esclusivamente dal valore intrinseco del metallo contenuto, cioè dalla quantità di oro o argento presente nelle singole emissioni.

Fironi Toscano 1828

Questo stesso criterio sarebbe stato formalizzato pochi anni dopo con la nascita della Unione Monetaria Latina, istituita nel 1865 da Francia, Italia, Belgio e Svizzera e alla quale si associarono successivamente Lussemburgo e Grecia. Il sistema si diffuse ben oltre i paesi fondatori: Stati come Spagna, Romania, Serbia, Bulgaria, Montenegro e Austria-Ungheria emisero monete conformi agli stessi standard, mentre diversi paesi sudamericani – tra cui Perù, Colombia e Venezuela – adottarono sistemi monetari compatibili con quel modello.

L’accordo fissava uno standard monetario comune fondato su 4,5 grammi di argento puro oppure 0,290322 grammi di oro puro, con un rapporto tra i due metalli stabilito a 15,5 a 1 e naturalmente il più logico sistema decimale. Il sistema decimale nelle monete significa che le unità monetarie sono organizzate secondo multipli di 10. In pratica, 1 unità principale della valuta è divisa in 100 unità più piccole. In questo modo monete diverse potevano circolare liberamente tra i paesi aderenti perché avevano lo stesso valore intrinseco.

Il passaggio più delicato dell’unificazione italiana non riguardò tuttavia soltanto la moneta, ma soprattutto il debito pubblico. Il nuovo Stato decise infatti di fondere i debiti sovrani dei diversi Stati italiani in un unico debito nazionale, garantito dal Regno d’Italia.

Alla vigilia dell’Unità la distribuzione del debito tra gli Stati italiani era tutt’altro che omogenea. Il Regno di Sardegna-Piemonte aveva accumulato un indebitamento molto elevato, superiore a 1,3 miliardi di lire, dovuto soprattutto alle spese militari e diplomatiche sostenute durante il Risorgimento. Il Regno delle Due Sicilie presentava invece un debito significativamente più contenuto, stimato tra i 400 e i 450 milioni di lire, mentre lo Stato Pontificio si collocava attorno ai 700 milioni e il Granducato di Toscana su livelli molto più ridotti.

In altri termini, oltre la metà del debito complessivo che sarebbe poi confluito nel bilancio del nuovo Regno d’Italia proveniva proprio dal Piemonte. Il nuovo Stato unitario nacque quindi incorporando soprattutto il debito accumulato dallo Stato che aveva guidato politicamente il processo di unificazione.

La dinamica di questo processo è stata ricostruita con grande precisione dalla professoressa Stéphanie Collet, docente di Storia della Finanza presso l’Université Libre de Bruxelles, che attraverso un meticoloso lavoro di ricerca negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa ha ricostruito l’evoluzione delle quotazioni dei titoli emessi dagli Stati italiani prima dell’Unità.

Non è casuale che proprio queste piazze rappresentassero i principali osservatori finanziari dell’epoca. Parigi era allora il più importante mercato dei capitali dell’Europa continentale, mentre Anversa costituiva uno dei nodi centrali della finanza internazionale, dove venivano negoziati i titoli di debito di numerosi Stati europei.

Per diversi anni sui listini europei continuarono a comparire titoli distinti per provenienza ma preceduti dal prefisso “Italy”:

  • Italy-Piedmont-Sardaigne
  • Italy-Pontificaux
  • Italy-Lombard
  • Italy-Neapolitean

In totale convivevano venticinque emissioni di debito pubblico, tutte ormai garantite dal nuovo Stato italiano ma ancora distinguibili per origine geografica.

L’analisi dei rendimenti di questi titoli restituisce un dato sorprendente. Prima dell’Unità i mercati finanziari europei attribuivano livelli di rischio molto diversi ai vari Stati della penisola.

I titoli del Regno delle Due Sicilie risultavano i più solidi, con rendimenti inferiori di circa 140 punti base rispetto ai titoli papali e piemontesi e di circa 160 punti base rispetto a quelli del Lombardo-Veneto. Le differenze riflettevano condizioni politiche ed economiche molto diverse.

Il Regno di Sardegna-Piemonte aveva accumulato un forte indebitamento per sostenere lo sforzo militare e diplomatico del Risorgimento. Dopo la sconfitta di Novara del 1849, il Piemonte fu costretto a pagare all’Austria una pesante indennità di guerra di 75 milioni di franchi. Negli anni successivi Torino continuò a finanziare guerre, alleanze e iniziative diplomatiche – inclusa la partecipazione alla guerra di Crimea – aggravando ulteriormente il bilancio pubblico.

Lo Stato Pontificio, dal canto suo, appariva agli investitori meno stabile. Le rivoluzioni del 1848, la fuga di Pio IX, la breve esperienza della Repubblica Romana e il successivo ritorno del pontefice grazie all’intervento militare francese avevano evidenziato una fragilità politica che inevitabilmente si rifletteva sulla percezione del rischio finanziario.

Il Lombardo-Veneto, infine, era direttamente esposto ai conflitti che attraversavano la penisola, essendo parte dell’Impero austriaco e quindi coinvolto nelle guerre del 1848-49 e del 1859.

In questo quadro il Regno delle Due Sicilie appariva ai mercati come l’emittente relativamente più solido: minore pressione del debito pubblico, minore esposizione ai conflitti e una struttura economica che offriva allora un’immagine di maggiore equilibrio finanziario.

A questa percezione contribuiva anche la consistenza delle riserve metalliche detenute nelle casse del Banco delle Due Sicilie. Diversi studi di storia della finanza pubblica hanno evidenziato come, alla vigilia dell’Unità, il regno borbonico disponesse probabilmente della più consistente dotazione di riserve auree e argentee tra gli Stati italiani. In un sistema monetario ancora fondato sul valore intrinseco dei metalli preziosi, questo elemento rappresentava un ulteriore fattore di credibilità agli occhi degli investitori internazionali.

La solidità del sistema non era soltanto finanziaria. Il regno borbonico possedeva anche una struttura produttiva significativa. Nel 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, simbolo di un processo di modernizzazione infrastrutturale che coinvolse progressivamente altre aree del regno. Nei pressi della capitale sorse il grande opificio di Pietrarsa, uno dei più importanti complessi industriali della penisola, specializzato nella costruzione di locomotive e materiale ferroviario.

A ciò si aggiungeva una rilevante cantieristica navale, con i cantieri di Castellammare di Stabia, tra i più importanti del Mediterraneo, e una significativa attività estrattiva. In diverse aree del Mezzogiorno erano infatti presenti miniere di zolfo, ferro e altri minerali, che alimentavano attività manifatturiere e industriali.

Quando nel 1861 i debiti dei diversi Stati furono riuniti sotto la garanzia del nuovo Regno d’Italia, i mercati reagirono inizialmente con cautela e i rendimenti dei titoli si allinearono verso l’alto. Solo con il completamento dell’unità politica – e con Roma capitale nel 1870 – la fiducia degli investitori iniziò progressivamente a consolidarsi.

Il cancelliere austriaco Klemens von Metternich aveva definito l’Italia poco più che “una espressione geografica”. Con l’unificazione politica quella definizione smise finalmente di essere vera.

Il confronto con l’Europa di oggi è inevitabile, ma i due modelli monetari rispondono a logiche profondamente diverse. Nell’Ottocento l’integrazione monetaria si fondava sul valore intrinseco della moneta, determinato dal contenuto di oro o argento e garantito dall’esistenza di uno Stato sovrano capace di unificare debito pubblico, amministrazione e ordinamenti giuridici.

Nell’euro, invece, l’intero sistema si basa sulla convergenza di parametri macroeconomici e sulla convergenza delle politiche economiche, attraverso vincoli di bilancio, regole fiscali comuni e meccanismi di coordinamento tra Stati. Due architetture profondamente diverse.

Ed è proprio osservando i mercati finanziari dell’Ottocento che emerge un paradosso storico destinato a sorprendere ancora oggi: nell’Italia preunitaria i titoli più affidabili non erano quelli del Nord industriale, ma quelli del Regno delle Due Sicilie.

Se si applicasse alla penisola di metà Ottocento la lente con cui oggi gli investitori guardano agli spread europei, la capitale della stabilità finanziaria italiana non sarebbe stata Torino, ma Napoli.

Antonio Maria Rinaldi

 

 

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