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QE AND THE BONDS’ BUBBLE (di Francesca Donato)

 

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Visti i soliti entusiastici commenti che si leggono sui giornali economici e non, in merito all’operazione massiccia di acquisto dei bond sovrani da parte della BCE ( il cosiddetto QE), ritengo doveroso tentare di dare un mio modesto contributo per fare chiarezza sulla reale situazione del mercato europeo e delle prospettive di crescita dell’Eurozona.

 

Tralasciando le – a dir poco – ridicole affermazioni del nostro Presidente del consiglio sul “merito” del QE (dallo stesso attribuito alla presidenza italiana del semestre europeo), pare doveroso osservare che la manovra della BCE non si tradurrà affatto, come nelle intenzioni espresse da Mario Draghi, in un aumento dell’inflazione (obiettivo statutario della Banca centrale europea, posto quale target del QE medesimo).

 

La ragione è molto semplice: l’imponente iniezione di liquidità nel mercato finanziario non implica, difatti, un finanziamento diretto agli Stati nazionali di sostegno alle casse pubbliche degli stessi, idoneo a finanziarne i pubblici investimenti necessari a far partire la crescita, ma esclusivamente un innegabile beneficio finanziario per le banche dell’Eurozona.

 

Esso, infatti, consiste nell’acquisto di titoli di Stato dalle banche centrali e dalle altre banche private nazionali ed internazionali, che si liberano in questo modo dei bond detenuti nei loro portafogli ed ormai divenuti troppo poco redditizi, a seguito del calo del tasso del interesse nominale degli stessi (in Germania sceso in territorio negativo), nonché di altre obbligazioni e titoli come gli ABS (asset-bank securities) per scaricare così sulla BCE anche i rischi connessi ai prestiti effettuati a soggetti privati, cartolarizzati negli ABS, la cui affidabilità risulta molto meno sicura di quanto ventilato.

 

Ciò comporta, quindi, un grande afflusso di liquidità nelle casseforti (ormai in larga parte virtuali) delle banche, le quali si troveranno a dover decidere come impiegare tale ricchezza. Orbene, il dichiarato obiettivo di “aumento dell’inflazione per riavvicinarlo al target del 2” è nei fatti totalmente rimesso a scelte delle banche, non a caso espresse totalmente al condizionale (dovrebbero… potrebbero…), le quali, non essendo in alcun modo vincolate nelle stesse (mancando ogni tipo di sanzione o obbligo sottoscritto), non è affatto detto che impiegheranno i fondi ottenuti per concedere maggiori prestiti a imprese e famiglie, a dispetto dei severi “moniti” del nostro governo.

 

Molto probabilmente, anzi, le banche investiranno tale liquidità in altri titoli di Stato dei Paesi emergenti extra UE (Brasile, India) o in altri asset più redditizi di un semplice mutuo bancario. Tra l’altro, i dati disponibili mostrano come ci sia stato un netto calo nella domanda di mutui e finanziamenti, sia da parte delle imprese che dei soggetti singoli, per ragioni facilmente intuibili: la maggior parte delle aziende non ha interesse a effettuare investimenti, visto il calo della domanda interna sul cui mercato opera la stragrande maggioranza delle PMI; famiglie e singoli non hanno la possibilità di accedere ai mutui, data la mancanza di idonee garanzia per ottenerli. Le banche difatti, non accettano più immobili in garanzia, visto che faticano a vendere quelli già pignorati per insolvenza di mutui precedentemente concessi, e pretendono garanzie certe come depositi o fideiussioni con oneri altissimi per le imprese, o contratti di lavoro a tempo indeterminato per i singoli, sempre più rari visto che giovani sono in gran parte precari e devono quindi ricorrere, per accedere ai mutui, al supporto di un garante che fornisca la sicurezza del futuro rimborso del prestito, come ad esempio un genitore pensionato. Per inciso, proprio ai neo assunti con i “contratti a tutele crescenti” introdotti dal Jobs act, è già chiaro che i mutui non verranno concessi senza le ulteriori garanzie suddette. Per tali ragioni, la quantità di denaro che confluirà effettivamente nell’economia reale sarà irrisoria ed altrettanto sarà l’aumento della domanda interna.

 

D’altronde, che il QE non funzioni da solo per far risalire l’inflazione, è dimostrato dall’esito di tali politiche monetarie espansive in Giappone, dove già da anni l’allentamento quantitativo è in corso e l’inflazione è rimasta a livelli intorno allo zero.

 

Per quanto riguarda la situazione italiana, inoltre, va detto che la combinazione fra l’eliminazione dell’articolo 18 dallo statuto dei lavoratori ed il Jobs act, consentirà alle aziende di licenziare i propri dipendenti per poi riassumerli con i nuovi contratti, o meglio per assumerne due nuovi part-time invece di uno full-time, pagando zero contributi per tre anni e conservando la facoltà di licenziarli allo scadere del predetto termine, per poi ripetere il giochetto.

 

Ciò comporterà diverse conseguenze:

1) essendo precluso ai neo assunti col Jobs act di ottenere mutui per l’acquisto di un immobile, non si avrà una ripresa del mercato immobiliare ( considerato anche che l’acquisto delle seconde case, per chi potrebbe farlo, risulta da tempo per nulla conveniente, dato l’aumento delle imposte sugli immobili, aggravato dalla recente aumento degli estimi catastali);

2) i salari non risaliranno, né aumenterà in misura significativa il numero complessivo di occupati, visto che per la maggior parte verranno riassunti o sostituiti i dipendenti licenziati;

3) conseguentemente, non si avrà l’auspicato aumento dei consumi e della domanda, in barba alle rosee previsioni del nostro governo.

 

Assisteremo dunque, ancora, ai voli pindarici delle borse; la bolla dei titoli di Stato continuerà a gonfiarsi – vista la continua decrescita dei tassi di interesse nominali anche dei titoli di Paesi con debito pubblico tutt’altro che sostenibile – con uno scenario di sempre maggiore pericolosità in caso di futuro scoppio della bolla, mentre l’inflazione non salirà.

 

A tale quadro si aggiunge l’incognita della trattativa Grecia-UE, visto che la crisi del debito greco è tutt’altro che risolta, anzi le probabilità di Grexit sono date in aumento anche dagli analisti sino a ieri ottimisti. E nonostante le smentite, tutti sanno che l’uscita improvvisa della Grecia dall’euro provocherebbe un’immediata e fortissima destabilizzazione dei mercati, comportando un’ondata di sfiducia generale con conseguente vendita in massa dei titoli fino ad allora rimasti nel portafoglio delle banche perché ancora con rendimenti “buoni”, ovvero i titoli dei PIIGS. Il valore degli stessi crollerebbe, con un pesantissimo impatto sulla BCE ed un’immediata ripercussione sulle banche centrali che, si ricorda, garantiscono tali titoli nella percentuale dell’80%. Si avrebbe, insomma, un vero e proprio maremoto nell’Eurozona.

 

A dispetto di tutto ciò, la propaganda europeista non fa che ripetere che è tutto tranquillo, non ci sono rischi di contagio e le prospettive di crescita sono in aumento. I mercati sembrano crederci, ma ciò accadeva anche nel 2007, fino all’improvviso default della Lehman Brothers e la conseguente tempesta finanziaria globale. Siamo così sicuri, quindi, di poterci fidare delle capacità di previsione del rischio da parte dei “mercati”? Su tale fiducia si regge l’intera impalcatura dell’Unione Europea. Un supporto decisamente esile, dalla cui precaria stabilità dipende, purtroppo, anche il nostro futuro. E finché non riusciremo a scendere da questa palafitta, possiamo solo pregare che la tempesta non arrivi mai. Ma quando arriverà (perché prima o poi arriva), si salverà solo chi avrà preparato delle capaci scialuppe. Almeno quelle, sarebbe il caso di pretenderle, dunque, anche dal premier della “fiducia”, che si rivelerebbe, qualora ce le negasse, solo il premier dell’incoscienza.

 

Francesca Donato

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