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Promesse elettorali, governo reale e il compromesso come essenza della democrazia.

Perché le promesse elettorali cambiano al governo? Dalla propaganda al realismo: analizziamo perché il compromesso non è un fallimento, ma l’essenza della democrazia.

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Ogni campagna elettorale è, per definizione, un esercizio di rappresentazione politica. I partiti formulano programmi, slogan e promesse che riflettono la propria inclinazione ideologica, le aspettative dei rispettivi bacini elettorali e una determinata visione della società. È un momento di sintesi, spesso anche di semplificazione, talvolta di enfasi e radicalità. Non si tratta di una distorsione del sistema democratico, bensì di una sua componente fisiologica. Pretendere che la competizione elettorale si svolga esclusivamente sul terreno della tecnicalità e del realismo amministrativo significa non comprendere la natura stessa della politica.

Il vero spartiacque non è la campagna elettorale in sé, ma il passaggio dalla fase della competizione a quella del governo. Una volta conquistato il consenso, chi vince non si trova a operare in uno spazio neutro o astratto, bensì all’interno di un contesto preesistente, fatto di vincoli istituzionali, equilibri economici, rapporti di forza internazionali, appartenenze sovranazionali e alleanze strategiche. Questo vale in Italia, ma vale allo stesso modo in Francia, in Germania, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e, più in generale, in tutte le democrazie avanzate. Non esiste, in nessuna parte del mondo, un governo che possa attuare integralmente e senza adattamenti il proprio programma elettorale, come se governasse in un laboratorio privo di interferenze.

La politica, nella sua dimensione concreta, è soprattutto esercizio di compromesso costante. Compromesso con lo status quo, compromesso con i vincoli esterni, compromesso con i mercati, ma soprattutto compromesso all’interno delle stesse maggioranze di governo. Nei sistemi democratici moderni la maggioranza assoluta di un singolo partito rappresenta l’eccezione, non la regola. I governi nascono quasi sempre da coalizioni e, anche quando un partito risulta dominante, al suo interno convivono correnti, sensibilità, interessi e priorità differenti. Governare significa tenere insieme queste differenze, trovare equilibri sostenibili, evitare fratture che potrebbero compromettere la stabilità politica.

Questa dinamica non è una patologia del sistema, ma la sua normalità. È anzi il sale della democrazia rappresentativa. Il compromesso non è una resa ideologica, bensì lo strumento attraverso cui una visione politica tenta di tradursi in azione all’interno di un contesto pluralistico. Pensare il contrario equivale a confondere la politica con l’utopia o, peggio, con l’improvvisazione.

Alla luce di ciò, non dovrebbe sorprendere che durante le campagne elettorali vengano avanzate proposte forti, talvolta radicali, che poi, una volta al governo, vengono rimodulate, attenuate o parzialmente rinviate. Questo avviene ovunque ed è sempre avvenuto. Il problema nasce quando questa dinamica viene raccontata in modo strumentale, come se rappresentasse un tradimento sistematico della volontà popolare, anziché una conseguenza inevitabile del confronto con la realtà.

Qui emerge una delle ipocrisie più ricorrenti dell’alternanza democratica. Chi è all’opposizione denuncia con veemenza le presunte incoerenze di chi governa, salvo poi dimenticare che, quando era al potere, ha dovuto compiere scelte analoghe, giustificandole allora come necessarie, responsabili o inevitabili. La coerenza diventa così un’arma retorica a uso variabile, utile alla polemica ma incapace di elevare il livello del dibattito pubblico.

La vera questione, dunque, non è se le promesse elettorali vengano realizzate al cento per cento — ipotesi irrealistica in qualunque sistema democratico — bensì se la filosofia di fondo del programma presentato agli elettori venga rispettata. Le politiche possono essere annacquate, adattate, diluite nel tempo; possono subire mediazioni e compromessi, ma devono conservare un filo conduttore riconoscibile. È questo il patto implicito tra elettori ed eletti: non l’attuazione letterale di ogni promessa, ma la coerenza di indirizzo.

Chi non ha perfettamente compreso quanto sopra, è invitato a rileggere Il Principe di Machiavelli.

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