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Project Vault: la risposta di Trump al dominio cinese sulle terre rare. E l’Italia?

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Di fronte all’arma del ricatto commerciale, Washington sceglie la via della concretezza e della sicurezza nazionale. Il 2 febbraio 2026 segna una data spartiacque per l’industria occidentale: il Presidente Donald Trump ha annunciato ufficialmente il lancio di Project Vault”, una riserva strategica di minerali critici da 12 miliardi di dollari. Non si tratta solo di una misura di difesa, ma di una vera e propria operazione di ingegneria economica destinata a spezzare il monopolio di Pechino e, soprattutto, a garantire quella stabilità dei prezzi che è l’ossigeno di ogni apparato industriale moderno.

Il progetto nasce da una necessità impellente. Nel 2025, la Cina aveva preannunciato una stretta draconiana sulle esportazioni di materiali estratti o lavorati nel Paese — che, ricordiamolo per i non addetti ai lavori, rappresentano quasi il 90% della fornitura globale. Una mossa che ha fatto tremare le catene di montaggio di mezzo mondo, portando alcuni produttori di componentistica auto a fermare le linee nel giro di poche settimane. La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere: se il mercato è distorto da un monopolista, lo Stato deve intervenire per creare un “paracadute” finanziario e fisico.

La struttura finanziaria: Un “Patto” tra Pubblico e Privato

L’aspetto più interessante di Project Vault, che lo distingue dalle tradizionali riserve militari del Pentagono, è la sua natura ibrida e la sua finalità civile. L’operazione viene finanziata attraverso un mix di capitale pubblico e privato, seguendo una logica che punta a non gravare eccessivamente sul contribuente americano, pur mantenendo la regia governativa:

  • 10 miliardi di dollari sotto forma di prestito dalla U.S. Export-Import Bank.

  • 1,67 miliardi di dollari di capitale privato conferito dalle aziende partecipanti.

Il meccanismo è sottile ma efficace: le aziende pagano una quota di manutenzione e si impegnano ad acquisti a lungo termine a prezzi prefissati. In cambio, ottengono la garanzia di accesso alle materie prime anche in caso di shock geopolitici. È, a tutti gli effetti, l’istituzione di un “floor price” (un prezzo minimo garantito), una mossa che Scott Bessent, Segretario al Tesoro, aveva già accennato lo scorso anno per proteggere i produttori occidentali dal predatory pricing cinese. Pechino, infatti, ha spesso inondato il mercato di prodotti a basso costo per mandare in fallimento la concorrenza estera, per poi rialzare i prezzi una volta ottenuto il monopolio. Project Vault mette fine a questo gioco.

Terre rare un fattore critico al centro delle politiche USA

I protagonisti e i materiali: Chi c’è nel “Caveau”

L’adesione al progetto è stata massiccia e, come sottolineato da fonti dell’amministrazione, “oversubscribed” (le richieste hanno superato l’offerta). Tra i giganti che hanno già firmato il patto troviamo il meglio dell’industria americana:

SettoreAziende Coinvolte
AutomotiveGeneral Motors, Stellantis
AerospazialeBoeing, GE Vernova
TecnologiaAlphabet (Google), Corning
Trading & LogisticaHartree Partners, Traxys North America, Mercuria Energy Group

Questi colossi non si limitano a comprare “metallo”, ma investono nella propria sopravvivenza operativa. Ma quali sono i materiali oggetto di questo accumulo strategico? Si parla di elementi spesso ignoti al grande pubblico, ma vitali per la transizione digitale ed energetica:

  • Gallio e Germanio: Fondamentali per i semiconduttori e i sistemi radar.

  • Cobalto e Nichel: Essenziali per le batterie dei veicoli elettrici.

  • Grafite: Componente chiave degli anodi delle batterie.

  • Terre Rare (Neodimio, Praseodimio): Indispensabili per i magneti permanenti dei motori elettrici e delle turbine eoliche.

La geopolitica delle risorse: non solo USA

Mentre il Segretario agli Interni Doug Burgum annunciava che altri 11 Paesi sono pronti a siglare accordi simili e 20 sono in lista d’attesa, emerge chiaramente che gli Stati Uniti stanno costruendo un “club delle materie prime” che include già partner come Giappone, Australia e Ucraina.

L’obiettivo è chiaro: creare un mercato parallelo a quello cinese, basato su regole di sicurezza nazionale e mutua assistenza. Se Pechino chiude i rubinetti, i membri del “Vault” attingono alle riserve comuni. È una forma di mutua assicurazione industriale che ricorda molto da vicino la gestione delle riserve petrolifere strategiche (SPR) create negli anni ’70.

Una riflessione per l’Italia: È tempo di una “Piccola Scorta Strategica”?

L’iniziativa americana pone un interrogativo bruciante per l’Italia e per l’Europa. Il nostro Paese è un trasformatore industriale per eccellenza; senza cobalto, litio o terre rare, la nostra “Motor Valley” e il nostro settore dell’elettrodomestico semplicemente si spengono.

Potremmo — e forse dovremmo — considerare la creazione di una nostra piccola scorta strategica nazionale. Non serve necessariamente competere con i 12 miliardi di Trump, ma l’Italia potrebbe adottare una strategia di acquisto intelligente:

  1. Acquisti anti-ciclici: Acquistare piccole quantità di minerali critici non durante i picchi di euforia del mercato, ma nei momenti di stasi o di calo dei prezzi.

  2. Partenariato Pubblico-Privato: Coinvolgere i grandi campioni nazionali (da Leonardo a Eni, fino alle filiere della componentistica) per co-finanziare un deposito fisico gestito da un ente come Cassa Depositi e Prestiti.

  3. Sicurezza per le PMI: Una scorta nazionale permetterebbe alle piccole e medie imprese di non essere spazzate via dalla volatilità dei prezzi che solo i giganti possono ammortizzare.

In un mondo dove il libero mercato viene sempre più sacrificato sull’altare della sicurezza nazionale, restare a guardare mentre gli altri costruiscono “caveau” di metalli preziosi rischia di essere un errore fatale. La sovranità, oggi, passa per la tavola periodica degli elementi.

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