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PROFESSORE DELLA LSE CONFRONTA LA UE AD UN IMPERO PROSSIMO A CADERE, MA IN REALTA’ SIAMO SOLO LA LEGA ACHEA

 

Cari amici,

la scorsa settimana è stato pubblicato un articolo storico-economico del professor Gwythian Pryns della London School of Economics che ha comparato l’Unione Europea ad un impero, simile a quelli dell’era antica o a quell sovietico, e quindi destinato a cadere.

The EU is at clear risk of collapse – and the ‘remainiacs’ just don’t see it. Gwythian Prins

Il tono di Pryns può apparire eccessivo, ma si viene a basate su una serie di osservazioni quanto mai oggettive. Le istituzioni europee si comportano in modo “Imperiale: basterebbe seguire le parole di Tusk quando si rivolge alla sua madrepatria polacca, oppure il “Waterboarding finanziario” a cui è stata sottoposta la Grecia a durante la crisi del 2016 per poterne capire il significato. Il comportamento imperiale si viene ad esplicitare proprio nel soffocamento delle necessità delle sua singole parti a favore di una “Missione finale”, come è avvenuto per la Grecia, per la Polonia,  per le politiche migratorie e , soprattutto, per l’Italia, grazie ai più fanatici e brutali esecutori degli ordini imperiali, cioè i piddini:

Definita la UE come un impero, più o meno maligno, Pryns, da economista cerca di analizzare l’elemento che porta alla distruzione degli imperi, cioè la complessità: nell’evoluzione politica di una comunità esiste un punto nel quale l’incremento della complessità non viene a costituire più un vantaggio, ma uno  svantaggio. L’uomo , anche migliorato dalla tecnologia, ha un limite nella gestione della complessità dei problemi ed esiste un punto nel quale un problema, un tema, crescono in complessità a tal punto che NESSUNA persona, per quanto intelligente e dotata di strumenti adeguati, può riuscire a risolverlo. Giunti a quel punto una singola persona, o un gruppo ristretto, scinderebbe il problema nelle sue parti minori singolarmente risolvibili, ma questo non può accadere per un impero, perchè la sua stessa natura, la sua definizione, ne impediscono la scomposizione. A questo punto questi problemi irrisolti permangono e si accumulano, sino a condurre alla distruzione dell’impero stesso.

Pryns introduce quindi il concetto di “Utilità marginale della complessità”, cioè di utilità che una società  viene ad acquisire, al crescere della complessità:

Esiste un punto , C2 in cui l’aumento della complessità viene a condurre ad una riduzione dell’utilità, e si arriverà ad un punto c3 dove il calo dell’utilità  è tal da non poter essere sorretto dal livello di complessità, per cui il sistema sociale andrà in crisi.

Pryns si sofferma perfino nell’identificare i gradi di complessità di svolta, cioè i punti C1 e C2. Secondo l’autore il punto C1, quando l’utilità marginale della complessità è stato massima,  è corrisposto con il 1992, quando si è completato il mercato unico, ma è saltato lo SME, rivelando una pericolosa debolezza complessiva. Il punto C2 è stato raggiunto con la creazione dell’euro, fino al 1998 con il primo elemento negativo costituito dal rifiuto della moneta da parte della Danimarca. Tutto quello che è venuto dopo, dalla crisi greca alle vicende elettorali tedesche , francesi ed italiane, non sono altro che parte del percorso di decadenza che sta conducendo al punto C3.

Pryns vede una via d’uscita per il Regno Unito da questa crisi non solo attraverso il rigetto del sistema imperiale europeo, ma anche tramite una sorta di rivisitazione di “Upgrading” del sistema del Commonwealth che legava, e lega , i paesi di lingua e cultura anglosassone.

Quale potrebbe essere una soluzione per l’Europa continentale? se seguissimo il cammino di Pryns probabilmente la soluzione potrebbe derivare da un abbandono degli aneliti imperiali, cioè di sopraffazione del centro, nelle mani degli attori più forti, nei confronti delle periferie, ed un ritorno ad una visione non “Unionista”, ma “Comunitarista” del continente, basandosi quindi su relazioni multilaterali collaborative e rafforzate, ma senza un ente centrale di sopraffazione e , soprattutto, nel rispetto dei singoli stati democratici. Questo ridurrebbe la complessità complessiva senza però intaccare  l’utilità derivante, riportandoci al punto C1. Del resto, se dovessimo criticare Pryns, potremmo dire che l’Europa, più che un impero, è una sorta di riedizione della lega Etolica, o della lega Achea, della Grecia del periodo ellenistico: alleanze date come contrapposizione al sorgere dei grandi regni orientali che non furono in grado di risolvere nessuno dei problemi delle Poleis, anzi, li peggiorarono, perchè le riportarono in un gioco internazionale fra Macedonia, Siria e Roma più grande di loro, quando le singole città non avrebbero politicamente potuto fare peggio, ma , almeno , si sarebbero potute concentrare nella soluzione dei propri problemi interni. L’unione Europea non è altro che l’illusione di una potenza a scapito dei suoi cittadini e per l’arricchimento ed il sopruso di una ristretta minoranza. Quando lo comprenderemo sarà , comunque, troppo tardi.

 

 


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