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Politiche economiche dell’era Post Maastricht ed enti locali (di Domenico Caruso)

 

 

Le politiche economiche finalizzate al contenimento del debito pubblico, adottate in un primo tempo per consentire l’ingresso dell’Italia nell’area euro e successivamente per assicurare la stabilità della moneta unica, hanno determinato una notevole contrazione della spesa per investimenti dei comuni italiani che, al contrario, sarebbe stata necessaria per stimolare la ripresa economica e colmare i gap infrastrutturali accumulati dal Paese nel corso degli anni.

Al tempo stesso sono stati imposti tagli ai servizi locali ed è aumentata la tassazione locale: dal 2012 ad oggi famiglie ed imprese hanno versato quasi 156 miliardi di euro di IMU e TASI che hanno sottratto risorse ai cittadini e causato un considerevole deprezzamento del valore venale degli immobili.

Questo perché anche i comuni sono stati chiamati a concorrere agli obiettivi di salvaguardia della finanza pubblica con il patto di stabilità interno e l’obbligo del pareggio di bilancio nonostante la scarsa incidenza dello stock di debito imputabile ai comuni.

Infatti, nel 2007 il debito pubblico era pari a circa 1.600 miliardi di cui il 7% era rappresentato dal debito delle amministrazioni locali; ad oggi il debito ha raggiunto quota 2.300 miliardi ma il peso del debito degli enti locali è sceso al 4%.

Nello stesso periodo l’avanzo primario rappresentava circa l’8% del saldo consolidato del settore pubblico mentre, ad oggi, il saldo in questione è pari al 28% circa.

Pertanto, ai comuni è stato chiesto di conseguire avanzi primari in misura maggiore di quanto fosse necessario attesa la minore incidenza dello stock di debito pubblico imputabile ad essi.

Il meccanismo perverso del patto di stabilità, imponendo un saldo non negativo calcolato in termini di competenza mista (differenza tra accertamenti ed impegni per la spesa corrente, riscossioni e pagamenti per la spesa in conto capitale), ha indotto i comuni a conseguire il saldo obiettivo non effettuando o effettuando in ritardo i pagamenti della spesa per investimenti con il conseguente incremento del volume dei residui passivi oltre la soglia del 40% che rappresenta un parametro di deficitarietà strutturale dei bilanci comunali puntualmente rilevato dalle sezioni di controllo della Corte dei Conti.

Molte imprese appaltatrici, non ricevendo i pagamenti  nei termini, sono state costrette a chiudere e licenziare i dipendenti.

Eppure l’attuale fase congiunturale, caratterizzata da bassi tassi di interesse e da una debole dinamica della domanda aggregata, suggerirebbe l’opportunità di adottare politiche economiche finalizzate ad incentivare gli investimenti pubblici soprattutto da parte dei comuni.

Senza dubbio, i risultati in termini di miglioramenti dei conti pubblici potrebbero essere migliori di quanto si otterrebbe con il solo rigore di bilancio imposto dall’UE.

Alcuni studi affermano che se fossero state adottate politiche economiche finalizzate alla crescita, permettendo agli Enti Locali di spendere il surplus primario accumulato per nuovi investimenti, il rapporto debito/PIL si sarebbe potuto ridurre nel medio/lungo periodo di almeno 3 punti percentuali.

Ciò perchè la spesa pubblica per investimenti è una componente della domanda aggregata unitamente a consumi ed investimenti.

Keynes ha dimostrato che una elevata propensione marginale al consumo (magari favorita da una riduzione della tassazione) determina un incremento del reddito nazionale e quindi del PIL.

E’ il cosiddetto moltiplicatore per cui, ipotizzando una propensione marginale al consumo di 0,8 (80%) ed una propensione marginale al risparmio di 0,2 (20%), il moltiplicatore è pari al reciproco della propensione marginale al risparmio: con 100 di spesa pubblica il moltiplicatore è 5. 5*100=500 è l’aumento del reddito nazionale.

Sotto questo profilo bene ha fatto l’attuale Governo a consentire ai comuni la piena disponibilità degli avanzi di amministrazione e degli importi stanziati nel fondo pluriennale vincolato per spese da destinare ad investimenti a seguito della ridefinizione della regola del pareggio di bilancio esclusivamente in termini di saldo non negativo calcolato in termini di competenza.

Ovviamente non mancano le criticità sia per la effettività degli avanzi di amministrazione spesso costruiti su residui attivi di difficile o impossibile esigibilità sia per la esatta quantificazione del fpv e per la effettiva destinazione a spese per investimenti e non per la copertura della spesa corrente.

Ma per quali ragioni sono state adottate le politiche di austherity e soprattutto perché i cittadini sono stati chiamati a sostenere sacrifici così gravosi?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tener presenti gli eventi che la storia europea ha registrato nell’ultimo decennio del 20^ secolo e nei primi 20 anni del nuovo millennio: il crollo del muro di Berlino nel 1989; la riunificazione della Germania nel 1990; il trattato di Maastricht del 1992; l’avvento dell’euro; il fiscal compact e l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio (mera superfetazione considerato l’art. 81 voluto da Luigi Einaudi).

Il Trattato di Maastricht ha fissato i caposaldi della nuova moneta che sarebbe stata  comune non a tutti gli Stati europei ma solo a quelli in regola con determinati parametri. La Gran Bretagna guidata dai conservatori avrebbe mantenuto la sterlina mentre la Germania, che doveva pagare dazio per il si politico alla riunificazione, accettò di entrare nell’area euro solo se la nuova moneta avesse mantenuto le caratteristiche di stabilità del marco.

Il governo tedesco e quello francese fissarono alcuni criteri empirici che avrebbero dovuto garantire stabilità monetaria e crescita economica non inflazionistica. Furono, pertanto, fissati i limiti del 3% del rapporto deficit/PIL e del 60% del rapporto debito/PIL derogabili al verificarsi di circostanze eccezionali.

Fin qui nulla quaestio poiché le regole dell’unione monetaria erano state condivise dagli stati membri in una posizione di pariteticità con trattati internazionali ratificati dai parlamenti nazionali. Gli Stati avrebbero ceduto l’esercizio della sovranità in ambiti ben delimitati ma avrebbero mantenuto le loro prerogative in materia di politica economica anche indebitandosi.

Ma ora vi faccio una domanda: stringereste la mano ad un euroburocrate?

Io si, ma subito dopo mi conterei le dita della mano.

Perché arrivo a questa conclusione?

Nel 1997 avviene una manovra che il Prof. Giuseppe Guarino ha definito fraudolenta.

 

Il regolamento comunitario n. 1466/97, ponendosi in netta antitesi con il Trattato di Maastricht non solo ha imposto l’obbligo del pareggio di bilancio ma ha sottratto agli Stati nazionali le loro prerogative in materia di politica economica.

Al prof. Guarino, insigne giurista, non è sfuggita la manovra capziosa perché:

  • nel diritto comunitario il regolamento è gerarchicamente subordinato al trattato;
  • un regolamento comunitario ha disposto in maniera del tutto antitetica rispetto al trattato di Maastricht;
  • il regolamento è immediatamente precettivo all’interno dell’ordinamento positivo dello Stato senza necessità di ratifica da parte del Parlamento al contrario dei trattati.

Questo è un imbroglio perché con un semplice regolamento che nella gerarchia delle fonti del diritto comunitario è subordinato ai trattati sono stati violati il trattato istitutivo dell’unione economica e monetaria, la sovranità popolare che si esprime attraverso le prerogative dei Parlamenti nazionali e la Costituzione italiana che impone la ratifica dei trattati internazionali e dei vincoli in essi contenuti.

Sennonchè si potrebbe obiettare che l’obbligo del pareggio di bilancio è stato imposto dal fiscal compact contenuto nell’art. 3 del trattato sulla stabilità e governance dell’unione economica e monetaria sottoscritto nel 2012.

E qui l’imbroglio è stato ripetuto perché il trattato sulla stabilità e governance dell’unione economica e monetaria è sostanzialmente un accordo tra Stati disciplinato dalle norme del diritto internazionale che in quanto tale non può essere in contrasto con il Trattato Maastricht fonte primaria del diritto europeo in quanto trattato istitutivo della UE.

Il fiscal compact che prevede l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio anche con norme costituzionali, deficit non superiori allo 0,5% del PIL;  obbligo della riduzione della parte di debito eccedente il 60% del PIL nella misura del 5% in 20 anni è illegittimo in radice siccome contenente clausole contrastanti con il trattato di Maastricht che come abbiamo visto contiene norme di rango primario essendo il trattato istitutivo della UE

La correttezza della tesi esposta è confermata dal presidente della Commissione Europea Barroso il quale, rispondendo ad una interrogazione sulla natura giuridica del “fiscal Compact” dinanzi al Parlamento Europeo in data 17.02.2014,  ha affermato: il patto di bilancio è contenuto nell’art. 3 del trattato sulla stabilità e governance dell’unione economica e monetaria ed è un trattato internazionale concluso tra alcuni stati membri al di fuori dell’ordinamento giuridico UE e come tale deve conformarsi alle disposizioni del diritto primario e secondario UE. Infatti l’art. 2 del trattato in questione dice che esso si applica nella misura in cui è compatibile con il diritto della UE.

Vorrei chiedere al senatore Mario Monti commissario europeo nel 1997 e Presidente del Consiglio nel 2012: come mai un tecnico di alto profilo al quale non mancano certamente le competenze giuridiche non ha valutato i palesi vizi di illegittimità del regolamento comunitario e del fiscal compact? Come mai da Presidente del Consiglio non ha valutato le conseguenze dannose per il proprio Paese del trattato sulla stabilità e governance? E’ a conoscenza dell’art.40 comma 2 del codice penale secondo cui non impedire un evento dannoso che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo?

I sacrifici imposti agli italiani sulla base di atti normativi totalmente illegittimi e da una mnaovra fraudolenta non hanno condotto a nulla: l’obiettivo della stabilità monetaria perseguito con l’austherity ha compromesso la crescita ed aggravato la crisi economica; allo Stato sono state sottratte le prerogative in materia di politica economica; non è stata realizzata una unione monetaria perché l’euro non è la moneta comune europea ma la moneta comune a 19 Stati e vi sono 9 Stati che pur appartenendo alla UE non adottano l’euro; non è stata creata l’unione economica ma uno spazio economico nel quale si applicano i principi della libertà di impresa come in altri posti del mondo ma non una unione economica vera e propria.

E’ stata creata una moneta acefala priva cioè di uno Stato sovrano che la governi con le politiche monetarie rimesse alla discrezionalità dei banchieri della BCE il cui operato non è soggetto a nessun tipo di responsabilità.

Una moneta senza Stato ma comune ad economie strutturalmente diverse, ha davanti a sé un futuro incerto.

Il grande economista Paolo Baffi ha previsto prima di ogni altro le criticità dell’euro quando, criticando il sistema monetario a guida marco tedesco fondato sulla rigidità dei cambi, avvertiva che gli oneri degli aggiustamenti monetari e strutturali avrebbero dovuto essere ripartiti equamente tra i paesi in surplus e quelli in deficit.

Il vero handicap per i paesi europei non è il debito pubblico che fino a quando è sostenibile non genera preoccupazioni così come dimostra il debito del Giappone pari a circa il 250% del PIL senza che la stabilità dello yen ne risenta ma sono le incongruenze presenti all’interno della UE che nessuno vuole risolvere e cioè i paradisi fiscali in Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta che sottraggono massa imponibile agli altri Stati europei e la presenza dell’enorme surplus commerciale della Germania di 300 mld euro pari ad oltre l’8% del PIL in violazione dei trattati generato dalla mancata crescita dei salari interni che impedisce l’incremento della domanda aggregata interna per consumi in Germania ma assorbe ricchezza dagli stati periferici che facendo parte dell’area euro non possono usare l’arma della svalutazione competitiva per esportare.

La svalutazione competitiva servirebbe per compensare la deflazione salariale tedesca e riequilibrare il saldo della bilancia dei pagamenti.

In Germania i salari devono crescere perché c’è piena occupazione (la curva di Phillips) e perché questa misura aiuterebbe il raggiungimento dell’obiettivo della BCE di portare l’inflazione al 2%. Forse i tedeschi hanno paura che un aumento dell’inflazione potrebbe indurre la Banca Centrale ad adottare in futuro una politica monetaria restrittiva con un innalzamento dei tassi che provocherebbe un apprezzamento dell’euro e quindi una riduzione delle loro esportazioni.  

Una cosa è certa: occorre affrancarsi da regole empiriche e prive di giustificazione razionale.

Il vero dilemma non è se qualche paese uscirà dall’area euro ma se l’euro, un giorno, uscirà dalle tasche degli europei.

Il  pericolo per l’unione monetaria è rappresentato dall’euro stesso, dalla stupidità delle regole volute dalla Germania, dal rigore di bilancio imposto da clausole illegittime e non dal debito pubblico italiano.

Le imminenti elezioni europee saranno un punto di svolta come fu la battaglia delle Midway. Allora fu decisa la guerra del Pacifico; ora si deciderà il futuro dell’Italia e della stessa Europa.

Chi è il sincero europeista? Macron può essere definito un europeista? Fate questa domanda a Fincantieri! La Sig.ra Merkel è europeista? Provate a chiederle del surplus commerciale tedesco! E’ un primo ministro che fa gli interessi della sua nazione ma non è uno statista. Statista è colui che anticipa il futuro come Willy Brandt. Chi non ricorda la foto del cancelliere tedesco a Varsavia inginocchiato di fronte al monumento eretto in ricordo delle vittime del ghetto. Brandt che non  aveva vinto le elezioni fu aspramente criticato in Germania ma quel gesto decretò l’inizio della fine del comunismo in Europa.

Imporre l’austerità per essere uniti solo per mezzo di una moneta è operazione miope che porterà al disastro.

Ha senso morire per Bruxelles?

 


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